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E che dire di questa giornata? Questo viaggio è tornato ad essere straordinario come era stato fino in Tibet. Siamo in Kyrgyzstan (o Kirghizistan, secondo la dizione italiana), Paese n° 66 per quanto mi riguarda, e soprattutto abbiamo finalmente lasciato la Cina alle nostre spalle. E si vede!
Questa mattina sveglia alle 6:30. Sono sempre più stanco e di nuovo, entrambi, abbiamo problemi intestinali, non il massimo considerato il viaggio che abbiamo davanti. Oggi è dunque il giorno del passaggio del mitico Torugart Pass, un'altra delle grandi tappe di questo viaggio, che la Lonely Planet definisce "la frontiera più difficile del mondo", fra Xinjiang e Kyrgyzstan.
Abbiamo studiato per mesi questa tratta e la mente torna a quelle serate a casa, quando leggevamo di questo passaggio e ci chiedevamo se mai ci saremmo arrivati e se mai saremmo riusciti a transitare... Ebbene sì! E poi, diciamolo, con l'organizzazione di Steve è stato un "piece of cake".
Rapida colazione al Caravan Café, giusto dopo l'ultima arrabbiatura con i cinesi. Scopriamo infatti che l'hotel accetta le carte di credito, anche se a noi hanno sempre detto il contrario e hanno sempre voluto essere pagati in anticipo, in contanti più deposito! I soliti cinesi bastardi e razzisti.
Alle 8:00 il nostro autista è pronto, come da programma. Carichiamo la nostra solita VW Santana e ci lasciamo, definitivamente, Kashgar alle spalle. Si riparte verso ovest. La giornata è brutta, nuvolosa e con molta sabbia e polvere nell'aria, che tingono tutto di grigio. La strada scorre via abbastanza facile nel deserto, asfaltata e liscia, anche se con molte deviazioni per i soliti, esagerati, lavori in corso per costruire quella che sembra una enorme highway.
Ci chiediamo se di colpo, in tutta la Cina, si siano messi a costruire strade enormi e senza alcun senso, o se tutto ciò sia solo una continua messa in scena del governo. E' stato così in tutta la Cina che abbiamo visto. Strade piene, piene, piene di cantieri esagerati, dove gli operai lavorano a mano (!!) a tirare su viadotti con la cazzuola, o pezzi di strada che peraltro vengono spazzati via dalla prima frana, o piena improvvisa. Apparentemente il tutto senza alcuna logica o piano evidente. Mah...
Dopo 60 km arriviamo alla frontiera cinese, che si trova in realtà a 100 km dal confine vero e proprio, esattamente come al Kunjerab Pass. Questo posto di frontiera è un luogo allucinante. Una mega costruzione di cemento e piastrelle, tutta in pezzi, in mezzo al nulla. Soldati cinesi sporchi, svaccati, annoiati. Si perde subito un sacco di tempo.
Prima passiamo una mezz'ora aspettando che il nostro autista se la veda con dei militari che se ne stanno chiusi dentro a una macchina in mezzo al piazzale. Ovviamente è impossibile capire che accade. A parte qualche camion, qui siamo davvero soli! Quindi tocca a noi e, come dice la Lonely Planet, siamo in ballo!
Prima un militare ci fa un rapido controllo del passaporto. Ok, e uno! Quindi c'è l'ispezione dei bagagli. Come sempre in Cina vengono passati attraverso una scassata macchina ai raggi X. Le due poliziotte addette al controllo, però, decidono di fare le fiscali e ci fanno aprire tutto il bagaglio. Soprattutto, vogliono esaminare il contenuto della videocassetta che abbiamo montato sulla videocamera.
Finita questa seccatura, nuovo controllo passaporti e timbro di uscita. Per finire, un altro soldato vuole ricontrollare tutto daccapo il lavoro fatto dai suoi colleghi... Si riparte dopo un'oretta.
La strada per il Torugart Pass è semplicemente al di là di ogni aspettativa, meravigliosa e straordinaria, forse anche più della Karakoram Highway. C'è il sole ora e saliamo al passo in mezzo a stupendi canyon colorati. Poi, il panorama si apre tutto, stiamo attraversando la catena del Tian Shan. Picchi innevati e canyon colorati, contrasti superbi.
Dopo un'ora e mezza circa, alle 12:00, siamo a questo leggendario valico. Passiamo prima attraverso un nuovo controllo dei militari cinesi, ancora verifiche dei nostri passaporti. Torrette militari dappertutto. Quindi passiamo il confine! Siamo a circa 3.750 metri di quota, qui fa freddino. Sulla linea di confine l'autista cinese ci molla e traghettiamo la nostra roba su una scassatissima Audi kirghiza! Vetri tutti rotti. Autista di poche parole, ma simpatico. Non parla, ovviamente, inglese.
Ci facciamo fare una fotografia su questo incredibile confine e iniziamo la discesa verso il posto di frontiera kirghizo, una ventina di chilometri più sotto. Inizia a piovere un po'. Il posto di frontiera kirghizo è davvero da film di spionaggio. Doppia recinzione di filo spinato elettrificato che prosegue lungo tutta la linea di confine. Torrette, bunker, militari in assetto da guerra con Kalashnikov spianati.
Arriviamo davanti al cancello che consente l'accesso attraverso il filo spinato. Stiamo fermi per un po'. Quindi si avvicina un soldato kirghizo, occhiali a specchio, in assetto da guerra. Dà un'occhiata ai nostri passaporti ed al lasciapassare del nostro autista. Ci apre il cancello. Dogana kirghiza. La procedura è simile a quella russa. Dichiarazioni valutarie, passaporto timbrato. La cosa buffa è che un soldato kirghizo mi cambia 100$ in som kirghizi, 45 som per dollaro (dovrebbe essere giusto) senza, ovviamente, rilasciarmi la ricevuta. Mah... Per sicurezza abbiamo comunque dichiarato1.000$ in meno di quelli che realmente abbiamo, circa la metà dunque. La seccatura è che non è possibile cambiare gli yuan cinesi. A noi rimangono ben 800 yuan circa e dovremo sperare di poterli cambiare a Bishkek.
Insomma, alle 13:00 siamo finalmente in Kyrgyzstan. Adesso è tutto nuvoloso e piove. Il paesaggio qui è molto diverso dal versante cinese. Siamo su un altopiano verde, tipo Mongolia. Pascoli infiniti, qualche tenda nomade. Un lago. Montagne e picchi innevati tutto intorno. E' straordinario.
La strada, sterrata, corre lungo il filo spinato elettrificato del confine. Il nostro autista guida incredibilmente piano, è eccezionale. Dopo circa altri 50 km di panorami stupendi, arriviamo ad un altro posto di controllo. Passiamo anche questo senza problemi. Quindi sosta presso una tenda nomade kirghiza. Stupendo. Ci invitano a mangiare, formaggio, pane, panna, latte fermentato.
Trascorriamo un'oretta piacevole nella loro yurta, è fantastico. Tutti sono gentili, il nostro autista è un mito. Foto a raffica. Quindi, ripartiamo e verso le 16:00 arriviamo in questa valle, una deviazione di 15 km dalla strada principale, Tash Rabat. Qui si trova un caravanserraglio del XV secolo. Il posto è magico.
Una valle nascosta, stretta, verde. Un ruscello. Un paesaggio totalmente incontaminato. Cavalli al pascolo, cammelli all'ingresso della valle. Yurte. Senza parole.
Un paio di yurte sono a disposizione dei turisti. Si dorme per terra, tappeti direttamente sull'erba. Niente corrente, solo lampade a petrolio. Niente acqua, ruscello a parte. Questa sarà davvero una notte spartana! Cena + notte + colazione = 270 som a cranio, circa 6$!
All'arrivo ci offrono tè, pane, burro, marmellata, miele. Qui è davvero il paradiso, altro che Cina! Ci facciamo una passeggiata fino al caravanserraglio. Ci sono alcune tende ad igloo di turisti, direi sei o sette. Ma per il resto la valle è tutta per noi. Straordinario inizio di Kyrgyzstan. Se questo è il benvenuto, questo deve essere un posto meraviglioso. Di colpo sembra di essere tornati in Mongolia. Un po' più sullo spartano, però.
Bellissima serata nella yurta grande. Seduti sui tappeti, intorno ad un lungo tavolo, oltre a noi e al nostro simpatico autista, ci sono una ragazza finlandese ed una inglese che proseguono domani per Kashgar, un ragazzo inglese, i loro autisti. Si sta benissimo, la compagnia è ottima, la cena anche, annaffiata da vino rosso!!
Si va a dormire verso le 21:00 sotto ad una stellata come poche volte nella mia vista ho visto. Una meteora attraversa il cielo e lascia una scia pazzesca... Alla faccia della stella cadente! Con noi, nella yurta, dormono anche le due figlie dei padroni di casa. Se questo non è vivere una vera esperienza nomade in Kyrgyzstan...!!!
Questo Paese ha davvero l'aria di andare ben oltre ogni nostra aspettativa...
Senza parole, ancora senza parole, ancora tutto straordinario. Ed è difficile trovare le parole e gli aggettivi adatti!
Sveglia alle 7:00, la mattinata è stupenda. Stanotte, la minima che ho misurato è stata di 6°, ma è stato un po' più freddo che al Karakul, forse per via del fatto che qui si sente di più l'umidità. Comunque la nottata è trascorsa abbastanza bene.
Ottima colazione: pane fresco kirghizo, burro, marmellata, panna, yoghurt, caffè e tè. Tutti prodotti locali, ovviamente. Cielo blu. Finalmente un vero cielo blu intenso, come non vedevamo dal Tibet. Bellissimo cielo blu, aria limpidissima, luce perfetta per le decine di foto che partono!
Ci muoviamo verso le 9:00, destinazione Song Köl, un lago alpino che è fra le più belle attrazioni del Kyrgyzstan. La strada, ancora sterrata per un po' di chilometri, corre attraverso vallate vergini, dominate dalla catena dell'At-Bashy, sotto il Tian Shan, i cui picchi innevati formano un orizzonte davvero suggestivo, quasi più himalayano dello stesso Himalaya!
Buchiamo una gomma, ma il nostro simpatico autista rimedia rapidamente. Quando la strada diventa asfaltata attraversiamo degli interessanti villaggi kirghizi. Vecchie Lada azzurre, arancioni, scassate. Uomini a cavallo. Uomini con i tradizionali cappelli bianchi di lana. Stupendo.
Attraversiamo la città (meglio, il paese) di At-Bashy ed arriviamo quindi a Naryn, la prima vera città kirghiza sulla nostra strada. A Naryn ci fermiamo: il nostro autista va a caccia di un gommista e ci lascia ad un... bar!!! Un bar vero, il Cafè Asia! Il primo che vediamo da mesi!! Intorno a noi gente familiare, scritte in cirillico, ma anche alfabeto latino. Accidenti, ci sentiamo quasi a casa! Un caffè vero ed un po' di pane.
Naryn è come ci si può aspettare una città ex-sovietica in fondo ad una delle repubbliche centroasiatiche. Qua e là qualche impronta sovietica (tipo Irkutsk) è ben evidente. Naryn è infilata in una bella valle verde fra montagne aride, è una specie di oasi. Ma il paesaggio non è certo quello desertico dello Xinjiang, qua c'è davvero vita, coltivazioni, case vere, tutto è familiare, ancorché un po' fatiscente e povero.
Sulle montagne intorno, alcuni graziosi e curatissimi cimiteri musulmani.
Da Naryn ripartiamo in direzione ovest. Il nostro abile e sorprendente autista ci porta al Song Köl attraverso un percorso non segnato sulle nostre carte. Si fa capire benissimo e la preoccupazione per la direzione inaspettata passa rapidamente. Quest'uomo è incredibile, altro che le guide cinesi.
Abbandoniamo la statale asfaltata e ci infiliamo nelle montagne seguendo uno sterrato che risale una valle deserta, stretta e a deciso carattere alpino. Il paesaggio è bellissimo. Da circa 2.000 m. saliamo fino a 3.500 m, dove scolliniamo su un'ampia e verde valle, punteggiata di yurte, cavalli al pascolo e nomadi. Il paesaggio è fiabesco, da documentario. Praterie a perdita d'occhio.
Il tempo è però cambiato, il cielo è nerissimo e inizia a piovere a scrosci. Tira anche un vento fortissimo. Il nostro autista non se ne preoccupa e prosegue, con questa scassata Audi, lungo la pista fangosa. Entriamo quindi nella valle del Song Köl ed il panorama si apre su questo lago straordinario, grande, turchese, in mezzo a queste sconfinate praterie d'alta quota. Siamo a circa 3.000 m. Intorno a noi chiazze di neve, solo un centinaio di metri più in alto.
Facciamo il giro del lago, fra un temporale, una schiarita totale e improvvisa, un altro temporale, e così via. Dappertutto yurte, pastori a cavallo. E' tutto bellissimo.
Dopo un mezzo giro del lago abbandoniamo anche lo sterrato e seguiamo alcune tracce nella prateria, verso la riva. Il tempo continua a cambiare con rapidità sorprendente, siamo ipnotizzati da tutto ciò. Il nostro autista fa passare l'Audi attraverso qualche ruscello, sempre lungo questa traccia in mezzo alla prateria, e infine, verso le 17:00, giungiamo a questo campo vicino alla riva del lago. Anche questo, come quello di Tash Rabat, fa parte dell'organizzazione Shepherd's Life, un'iniziativa non governativa svizzera che mette in contatto i pastori kirghizi con i turisti. Grazie a loro, è possibile alloggiare presso i nomadi, vivere con loro, dormire nelle loro yurte, dividere i pasti insieme a loro.
E' fantastico, come già è stato Tash Rabat, ma qui il luogo è davvero magico, il nostro autista è davvero un grande! Qui, come a Tash Rabat, si spendono 270 som a cranio, che comprendono alloggio, cena e colazione. Dobbiamo pagare anche la quota dell'autista, così spendiamo circa 16$ per tutti e tre.
Il pomeriggio trascorre fra cambiamenti di tempo repentini, luci eccezionali sul lago, temporali seguiti da schiarite improvvise. Nel giro di un'ora, in sequenza, assistiamo a ben tre differenti arcobaleni doppi, circolari, spettacolari. E' il paradiso terrestre.
Il lato inquietante è dato dai milioni, letteralmente milioni, di grosse zanzare che saturano l'aria. La nostra yurta ne è interamente ricoperta e noi stessi ce le ritroviamo addosso dappertutto, a decine. Sono zanzare abbastanza strane, sembra che non pungano, ma certo fanno molta impressione. ll vento forte contribuisce per fortuna a farle stare attaccate alla yurta, o in giro, ma non in volo.
Oltre alle zanzare, intorno a noi, cavalli a centinaia, mucche, cani. Due yurte qui: la "nostra" e quella dei padroni di casa, più o meno identiche. Nella loro c'è la stufa e la cucina, nella nostra no. Ovviamente, niente acqua corrente, né luce elettrica. Davanti a noi, in lontananza, altre tre yurte distanziate e, ad occhio, un paio di turisti. Intravediamo le loro giacche a vento rosse, in contrasto a tutto il resto ed alle nostre, gialle. Migliaia di uccelli bianchi in volo, fermi nell'aria, controvento. Sembrano gabbiani.
Qui tutto è meraviglioso, sembra la Patagonia, ma a tratti ricorda le Svalbard. Freddo e vento fortissimi, forse a 70-80 km/h. Pioggia a raffiche e sole. Temporale sul lago, poi ancora sole, tutto nello spazio di pochi minuti.
Si fa conversazione con i padroni di casa e con l'autista. Grazie all'aiuto del phrasebook ci si capisce abbastanza bene, altro che con i cinesi! Il nosto autista si chiama "Tossu", o qualcosa del genere. La famiglia che ci ospita è formata da padre, madre, figlia grande e due figli piccoli, ed anche da una bambina appena nata dalla figlia più grande. Quando tutti imparano il mio nome è un continuo "Carlo di qua", "Carlo di là". Incredibile!
A cena, pesce del lago. Si pasteggia a vodka e tè. Tutto buono. Il nostro autista ci racconta che lui guidava da Bishkek fino in Germania per commerciare, attraverso il Kazakhstan, la Russia, la Bielorussia, la Lituania e la Polonia. Incredibile! Sette giorni per andare e sette per tornare. Quest'uomo è davvero stupendo.
Ci racconta anche dei Paesi confinanti, che conosce bene. Ci dice che dopo il crollo del comunismo il Kyrgyzstan è piombato nell'anarchia. Dice che questo Paese è pieno di tutte le razze, mentre in Kazakhstan ed in Uzbekistan sono più rigidi. Aggiunge "Turkmenistan ok", "Tagikistan niet". Dice che i tagiki sono litigiosi e si capisce che lui non li ama molto.
Si parla molto del prima e del dopo il comunismo, la conversazione riempie la serata.
A letto alle 21:00, qui non c'è molto da fare quando viene buio. Nella nostra yurta ci sono delle brande sfondate e si può scegliere se dormire per terra o sopra di esse. Optiamo per le brande, ma è una scelta non furba a dire il vero. Con noi dorme il nostro autista. Non fa freddissimo, ma intorno alle 22:00 si scatena l'inferno!
Un vento violentissimo e un temporale incredibile ci scoperchiano la yurta, e piove dentro. Fra l'altro queste yurte, a differenza dei ger mongoli, non hanno né pali di sostegno, né contrappeso interno. Tutta la struttura ondeggia paurosamente sotto la spinta del forte vento.
C'è un po' di confusione, i lampi illuminano la notte. I nostri ospiti si danno da fare al buio, sotto la pioggia a scrosci, per rimettere a posto la copertura della yurta. Noi ce ne stiamo bene avvolti nei nostri sacchi piuma e sotto alle coperte. E pensare che fino al momento di andare a dormire c'era una stellata come davvero forse non ne avevamo mai viste, più bella di quella di Tash Rabat, con la via Lattea limpidissima sopra di noi...
Nota: ieri abbiamo attraversato interi prati di stelle alpine!
Una scrivania, vera. Una lampada, vera. Il primo pasto, *vero*, dopo quasi quattro mesi: ravioli speck e panna, veri, pollo vero, birra alla spina, vera. E di più: tv italiana via satellite... Bishkek!
E così siamo a Bishkek, capitale del Kyrgyzstan, un posto che probabilmente il 90% degli italiani nemmeno conosce. Ma esiste, eccome se esiste, ed è incredibile... Il benvenuto è stato notevole, è come essere (quasi) a casa, davvero!
Stamattima ci svegliamo nella yurta verso le 8:00, dopo una nottata decisamente buia e tempestosa. Per tutta la notte il vento è andato avanti a raffiche, non forti come quelle di ieri sera, ma comunque intense. Anche la pioggia ha continuato a battere, concedendo poche pause. La temperatura minima che ho rilevato è stata intorno ai 7°.
La nottata è stata oltremodo scomoda, l'idea di dormire sulle brande è stata davvero infelice.
La mattinata è decisamente nuvolosa, anche se il vento si è calmato. La luce è comunque magnifica. In compenso, la colazione è tremenda! Tagliolini fatti sul momento, in zuppa di cipolle e carne bollita...! Micidiale! Ma è chiaro che li hanno preparati apposta per noi e non ci si può rifiutare. Dopo, rimedio con dello yoghurt e del tè. Ma ormai la mattinata è iniziata così...!
Partiamo intorno alle 10:00. Il viaggio verso Bishkek questa volta non offre molto. In parte lo dormo, il tempo è piuttosto tendente al brutto. I primi chilometri per uscire dalle montagne sono comunque molto belli. Il paesaggio è tipicamente alpino, ma del tutto vergine. E' nevicato intorno ai 3.500 metri stanotte e anche qui c'è parecchia neve sulle cime più alte.
Usciti dalle montagne, la campagna kirghiza scorre via pacifica senza sorprese. E' un po' come vedere degli "avanzi" di Russia. Nei paesi qualche falce e martello stanno ancora attaccati ai pali della luce. Vecchie Lada dai colori improbabili riempiono le strade. Gli uomini kirghizi indossano sempre il loro tradizionale cappello.
Facciamo sosta a Kochkor, un paese carino. Oggi è la festa della democrazia, o qualcosa di simile, e la piazza del paese è animatissima. Un uomo mi attacca bottone: scatta subito l'equazione Italia = Toto Cutugno, Celentano, Pupo. Compriamo del pane al bazar, scattiamo qualche foto.
Ad un centinaio di chilometri da Bishkek la strada raggiunge la linea di frontiera con il Kazakhstan e la segue praticamente fino a Bishkek. Qua la strada è ormai larga, a "quattro corsie", più che altro immaginarie, ma scorrevoli. Ci sono persino un paio di autovelox!
A Tokmak, 80 km da Bishkek, facciamo una piccola deviazione per andare a vedere la torre di Burana, una specie di minareto dell'XI secolo disperso nella campagna. Deviazione inutile, è un pacco. A pochi chilometri dalla capitale un bivio significativo: diritti si prosegue per Tashkent, a destra per Almaty. Siamo proprio nel cuore dell'Asia Centrale!
E quindi, alle 16:00, entriamo a Bishkek. Adesso la giornata è abbastanza soleggiata, si sta bene e fa caldo. Ci giriamo un paio di alberghi e alla fine optiamo per questo, che ci aveva consigliato il ragazzo inglese incontrato a Tash Rabat. E' nuovo di zecca, in centro, piccolo. E caro! La camera ci costa 75$ a notte. Certo, è bellissima, occidentale in tutti i comfort. C'è persino la tv italiana via satellite, quasi uno shock dopo tutti questi mesi!
Il personale parla inglese, accettano le carte di credito. Ed è anche tutto prenotato. Infatti, questa camera è per soli tre giorni, e a noi servirebbe per almeno per una settimana. Vedremo. Del resto, uno di quelli che avevamo puntato, il Businesse Center, è al completo. Un altro che ci avevano consigliato le ragazze a Tash Rabat era piuttosto "sovietico". Costava solo 16 $ a notte, ma siamo alle solite... Qui dobbiamo trascorrere un po' di giorni e siamo reduci da ben altri "comfort". Avevamo voglia di un bell'albergo.
Sta di fatto che, come già a Mosca e a Minsk, trovare alberghi a buon mercato nell'area CSI è un casino. Qui i prezzi degli alberghi "veri" sono carissimi, e a Tashkent e ad Almaty sarà ancora peggio.
Trascorriamo dunque il resto del pomeriggio in albergo a riposarci. Bishkek è una città che offre poco o nulla da vedere e domani abbiamo un'intera domenica del tutto vuota davanti. Peraltro, la Bishkek che abbiamo attraversato per venire fino a qua si è presentata come una città verdissima, "bassa" (almeno, abbiamo visto solo due o tre palazzi alti), quasi una piccola cittadina di provincia, quale probabilmente è. Qui non ci sono costruzioni alte anche perché la zona è altamente sismica, come viene abbondantemente ricordato nella directory in camera.
Incontriamo anche il nostro amico inglese di Tash Rabat, che è arrivato in città oggi, come noi.
Alla sera, cena sulla via principale di Bishkek, in uno splendido ristorante italiano, l'Adriatico Paradise. Si mangia, come detto all'inizio, da dio. E' la prima vera cena da quando abbiamo lasciato l'Italia ed è come rinascere totalmente! C'è un bel po' di gente in giro per la festa nazionale ed anche una impressionante sparata di fuochi artificiali. Peraltro, al di fuori della via principale (Chuy Prospektisi), la città è assai buia. Ma è una città vera, con locali veri, molta gente dai lineamenti ed abbigliamento europei, traffico "normale"... Ci sentiamo davvero a casa!
Certo, considerare Bishkek una città normale secondo i nostri canoni significa che è davvero tanto, ormai, che manchiamo dall'occidente!!
Una tranquilla giornata a Bishkek, domenica di tutto riposo. Finalmente! Ce ne stiamo sotto i morbidi piumoni della nostra camera fino alle 10:00. Poi si va a fare colazione, un vero buffet, come non vedevamo da settimane. Un po' russo se proprio vogliamo, ma tutto sommato niente male.
La giornata è soleggiata e calda, ma oggi ce la prendiamo assolutamente comoda, Bishkek può aspettare. Ancora in camera, tv, abbiocco. Alla fine mettiamo il naso fuori solo dopo le 14:00!
La prima sorpresa è che pare che a Bishkek *non* ci sia l'ambasciata turkmena! Almeno, al business center del nostro albergo, che peraltro appare molto efficiente, ci dicono così. Questo è un problema! Ci sembra comunque strano, approfondiremo domani. Quindi usciamo a farci un giro per questa verdissima città.
Bishkek non è molto diversa da Minsk, a prima vista. Ampi viali alberati, mega palazzi retaggio dell'impero sovietico. Una gigantesca statua di Lenin nella piazza Ala-Too nel centro cittadino, tipica piazza sovietica. Le solite guardie immobili davanti al solito monumento al milite ignoto. Una faraonica parata di facciate maestose che circondano mezza piazza e che scopriamo essere, appunto, solo... facciate! Dietro non ci sono i palazzi, è solo una assurda messa in scena architettonica!! Fantastico!
Molta gente in giro, tante belle ragazze, tutti a passeggio domenicale.
Giro in posta per spedire le cartoline. Qui non esistono molte cartoline a dire il vero e la maggior parte sono orrende e vecchie cartoline russe, ancora con i francobolli sovietici prestampati! Sempre all'ufficio postale, ne approfittiamo per dare un'occhiata alla posta su Internet. Il prezzo non è male, 50 som all'ora, poco più di 1$. Comunque, anche qui Internet non è un problema.
Mi ha scritto una lunga lettera Silvia, un po' polemica, fraintendendo le mie newsletter e i miei commenti sui cinesi.
Quindi, ancora a passeggio e poi in albergo, verso le 19:30.
Per cena torniamo all'Adriatico Paradise. Un posto così non ce lo lasciamo scappare proprio! Anche stasera si mangia da dio: caprese, penne all'arrabbiata, cotoletta alla milanese, vera! Ne avevamo proprio bisogno. Questa dieta, questo clima piacevole, questa gente ci fa sentire davvero a casa e ci sta ricaricando rapidamente le batterie.
Addirittura, quando stiamo per uscire, arriva lo chef italiano a salutarci. Scoppiamo a ridere! Ci si vede domani!
Insomma, Bishkek è in fondo tutta qua ma, contrariamente a ciò che ci aspettavamo, è una piacevole e rilassante cittadina. Certo, l'aspetto "politico e sociale" della faccenda, ad esempio, è che il ristorante di stasera, vuoto (ieri c'erano solo altre quattro persone), a noi è costato 22$. Qui lo stipendio medio è di 50$ al mese. Il nostro albergo costa 75$ a notte (con lo sconto...!). Anche questa è dunque Bishkek. Ma per questa volta quello che vogliamo è riposarci e chiudere un po' gli occhi.
Come ho scritto oggi a Silvia, è difficile da comprendere, per non dire che appare incredibile a chi non fa esperienze di questo tipo, ma un viaggio così non è affatto una vacanza continua come tutti credono. E' faticoso spesso, e può esserlo sia fisicamente che mentalmente (certo non è come andare in fabbrica...!).
Noi ora siamo stanchi e questo tipo di riposo è ciò di cui abbiamo bisogno prima di affrontare gli ultimi difficili quaranta giorni di viaggio, che affronteremo tutti di corsa nel nostro tentativo di tornare fino a Milano via terra.
Già iniziamo domani con il visto uzbeko, uno degli ultimi ostacoli. Forse il più grosso, peraltro.
Sveglia presto, 7:30, per andare all'ambasciata dell'Uzbekistan a fare questo benedetto visto. Ma quando arriviamo abbiamo la sorpresa: l'ambasciata è chiusa, oggi è giorno di festa! Ci arriva anche la conferma che a Bishkek non è possibile fare il visto per il Turkmenistan. Questa storia sta diventando infinita!
Un po' scornati ce ne andiamo all'agenzia che ci ha organizzato la macchina dal Torugart fino a qua. Ci dicono che dovrebbe essere possibile fare il visto uzbeko in 24 ore (pagando...). Ci chiedono anche l'esorbitante cifra di 100$ per andare ad Almaty. E' davvero un'esagerazione e per il momento lasciamo perdere. Per fortuna, l'hotel ci può confermare la camera per tutta la settimana. Almeno questo problema è risolto, anche se, visto come stanno le cose, potremmo andarcene di qui anche entro il 5 settembre. Vedremo...
Dopo l'agenzia, ce ne andiamo a cambiare gli ultimi yuan cinesi avanzati. Quindi un giro per la città ed un caffè. La giornata è un po' stupida, tempo fresco e nuvoloso. Realizziamo che Bishkek è circondata da montagne innevate e alte! Non ce ne eravamo accorti! Telefonata a casa. Sembra davvero impossibile riuscire ad incontrarsi in Uzbekistan con i miei, troppo complicato. Chiamo con un vecchio telefono di ferro russo, a disco, ma funziona benissimo.
A Bishkek tutte le razze si mescolano. Qui ci sono volti e fisionomie decisamente russe, orientali, asiatici. E' un vero mosaico!
Dopo una sosta in albergo, nel pomeriggio andiamo a fare un giro allo Tsum, il grande Mall nel centro. Sembra quasi un grande magazzino occidentale ed i prezzi sono abbastanza cari. Compriamo qualche souvenir. Poi Internet.
La giornata finisce qui, Bishkek non offre davvero molto di più.
Ce ne andiamo a cena alle 20:00, come al solito all'Adriatico. Facciamo finalmente conoscenza con lo chef italiano. E' piemontese ed è qui da maggio. Ci dice che a Bishkek gli italiani residenti sono nove in totale. Il ristorante è di proprietà di Giorgio Fiacconi, il Console Onorario italiano in Kyrgyzstan, residente qui a Bishkek. Purtroppo è partito ieri, e solo per un caso non riusciamo ad incontrarlo e a conoscerlo. Lo chef ci dice che se fosse stato qui, Fiacconi ci avrebbe risolto la faccenda dei visti in pochi minuti. Già, un peccato!
A parte questo, davvero null'altro. Per stare in tabella di marcia dobbiamo andarcene da qui, ma d'altra parte dobbiamo risolvere questa faccenda dei visti. Per quello turkmeno ormai proveremo direttamente ad Almaty.
Sì! Abbiamo il visto uzbeko (60$ + 100 som a cranio), il nostro 12° visto per questo viaggio, penultimo, probabilmente, della serie. Ce lo siamo sudati tutto il giorno, per non dire che questo è stato il visto più sofferto e rocambolesco fin dalla nostra partenza. Adesso, peraltro, vedremo come va con quello turkmeno, l'ultimo che a questo punto ci manca per tornare a casa, per il quale siamo ancora in alto mare.
Pare, infatti, che nemmeno ad Almaty ci sia più l'ambasciata turkmena, trasferita ad Astana! Questo significherebbe che ormai, per noi, l'ultima possibilità è a Tashkent, dove peraltro *non* possiamo arrivare prima del 10 settembre, giorno di inizio validità del nostro visto uzbeko.
A proposito... Oggi è iniziato il nostro quinto mese di viaggio. Quattro mesi in giro se ne sono andati... Sì, il tempo ora sta davvero volando via, iniziamo a rendercene conto...
Questa mattina sveglia alle 8:00 e iniziamo a provare a telefonare all'ambasciata dell'Uzbekistan per farci inserire nella loro "lista d'attesa". Non ci riusciamo: la segretaria al telefono è l'unica che parla inglese, ma sembra che non possa fare nulla e l'impiegato addetto parla apparentemente solo russo. Insomma, è un casino e decidiamo di andare direttamente all'ambasciata, che apre alle 10:00.
E' una giornata bellissima e calda. All'ambasciata c'è già una coda notevole e scopriamo che praticamente sono tutti già elencati nella "waiting list", che poi altro non è che un foglietto di carta in mano alla guardia all'ingresso. Se non si è inseriti nella lista non si sa che accade. Come se non bastasse, molta della gente in coda *non* riesce ad avere il visto da settimane! Fra di loro, un ingegnere svizzero della ABB, una dipendente giapponese di una NGO, una signora che sta cercando dal 5 agosto di fare il visto per due americani. Insomma, l'incertezza regna sovrana.
In coda, ci sono anche due ragazzi nelle nostre stesse condizioni, uno neozelandese ed uno norvegese, che arrivano dalla Cina in bicicletta. Anche loro hanno provato a telefonare con scarso successo.
Poiché è ovvio che la coda della gente già prenotata va per le lunghe, Emanuela ne approfitta e prova a telefonare da una cabina. Ma il tentativo va a vuoto. Dopo una mezz'ora provo io. Il telefono squilla a lungo, alla fine qualcuno solleva il ricevitore. Chiedo se parla inglese, mi risponde di no. Io provo e vado avanti ugualmente. Quando il mio interlocutore capisce che non sono un americano, all'improvviso si "ricorda" qualcosa di inglese. Quando poi, dopo avermi chiesto i numeri di passaporto, realizza che abbiamo già la lettera di invito e che siamo italiani, mi dice che possiamo presentarci alle 11:00! Colpo di scena!
In realtà questo significa semplicemente che possiamo continuare la coda fiduciosi.
Nel frattempo, lo svizzero si vede rifiutare nuovamente la sua richiesta. Stessa sorte per i nostri due "colleghi". Alle 12:45, finalmente, tocca a noi - l'attesa è in mezzo alla strada e la chiamata è nominativa.
Ci fanno entrare, dobbiamo compilare i soliti moduli. Poche parole, quasi nulle, si prendono i nostri passaporti e ci dicono di tornare alle 15:00. Così facciamo, ed è proprio vero: ci hanno rilasciato il visto in un colpo solo, valido per un mese a partire dal 10 settembre! Siamo increduli!!
Durante l'attesa, siamo andati a fare un giro su Internet e abbiamo iniziato a controllare la tratta Istanbul - Milano. Richiede circa 4 giorni in treno, via Bucarest e Budapest, come pensavamo. Possiamo davvero farcela, per la prima volta adesso iniziamo a crederci davvero!
Resta il problema, però, del visto per il Turkmenistan. Ormai solo questo ci separa dal colpaccio (e maledico sempre di più il non avere fatto la tratta pakistana...). Domani faremo un po' di telefonate in giro per carcare di capire.
Su Internet scopriamo anche che la Lonely Planet ha pubblicato i nostri aggiornamenti sulla guida del Tibet. Eureka!
Andiamo dunque all'agenzia di ieri a prenotare un'escursione per domani al canyon Ala-Archa, una delle attrattive che si trovano vicine a Bishkek. La situazione attuale ci consente infatti di perdere ancora un paio di giorni in Kyrgyzstan, tanto più che abbiamo qualche problema con il nostro visto per il Kazakhstan. Infatti, in Kazakhstan possiamo fermarci per più di 72 ore solo dopo avere fatto registrare il visto all'OVIR (come già in Russia). Ma della registrazione dovrebbe occuparsi, come al solito, l'ente che ci ha invitato. Solo che, in questo caso, il nostro è un visto di tipo business, ottenuto grazie all'invito di Arthur Andersen che Emanuela è riuscita ad ottenere prima della nostra partenza da Milano. Ma nel frattempo, in questi mesi, Andersen è fallita per lo scandalo Enron, e adesso non esiste più!! Quindi non sappiamo che diavolo fare... Anche per questo motivo, domani dovremo fare un po' di telefonate.
Insomma, abbiamo ancora un bel po' di casini da risolvere prima di poter stendere il calendario definitivo.
Il giro di domani ad Ala-Archa ci costa 1.200 som con la solita macchina con autista, circa 26$.
Approfittiamo del tardo pomeriggio per andare a fare ancora qualche foto a Bishkek con la bella luce di oggi. Prima ce ne andiamo alla piazza dove si trova la statua del famoso Manas, il controverso e leggendario eroe kirghizo, quindi alla casa-museo di Frunze ed infine alla bella chiesa ortodossa blu, una delle testimonianze architettoniche russe della città.
Dopo questa notevole maratona (e i soliti polpacci "cotti") ce ne torniamo in albergo alle 18:30.
Cena, come al solito, all'Adriatico Paradise. C'è poco da fare: in questo posto, sebbene "carissimo" in rapporto al luogo, si mangia divinamente rispetto ai canoni italiani, *non* locali! Mi tolgo anche la soddisfazione di chiedere un fuori menù: spaghetti all'aglio, olio e peperoncino! Arrivano perfetti, al dente, eccezionali. Accidenti che voglia che ne avevo! Anche stasera la cena c'è costata, ben 30$!! Ma ne è valsa la pena!
Non c'è nulla da fare, questa sosta a Bishkek - miglior albergo in città + migliore ristorante - ci ha ricaricato del tutto, era assolutamente necessaria. Adesso non ci rimane che risolvere le ultime grane!
Sveglia alle 9:00 e si inizia la giornata lavorando. Emanuela telefona in Ernst & Young ad Almaty, che laggiù pare abbia inglobato Arthur Andersen. Scopriamo così che non dovrebbero esserci problemi per la registrazione del nostro visto kazako e che lunedì possiamo andare nei loro uffici a farlo. Bene, una cosa è risolta.
Quindi, telefonata all'ambasciata del Turkmenistan, che in teoria dovrebbe essere ad Astana, ma scopriamo che il numero è di Almaty! Eureka!! Sono gentilissimi e pare che non ci sia alcun problema. Gli mandiamo via fax la nostra lettera di invito, scambiamo un paio di e-mail, ci risentiamo al telefono, e ci dicono che - se ho capito bene - possiamo andare a ritirare il visto ad Almaty già domenica prossima! Fantastico!
Se tutto questo fila come da programma, non solo arriviamo a Milano in treno, ma addirittura abbiamo un polmone per farlo con calma. C'è anche da dire che inizio davvero a soffrire l'idea del ritorno, mi rabbuia proprio. Ogni giorno che guadagniamo è per me un giorno in più per non lasciare indietro cose che si possono fare...
Risolte le pratiche burocratiche, rapida colazione ed alle 11:20 partiamo con il nostro nuovo autista per il canyon Ala-Archa, una delle attrattive dei dintorni, che si trova una trentina di chilometri a sud di Bishkek.
Il nostro nuovo autista è un personaggio schizzatissimo e ipertecnologico. La sua Audi quasi nuova (incredibile...), oltre a varie antenne, monta un apparato di rilevazione autovelox che sembra un albero di Natale, un telefono satellitare, un CB, e sa dio che altre amenità elettroniche varie.
Il viaggio dura una quarantina di minuti, la giornata è nuvolosa, tendente al nero, sole solo a sprazzi. Uscendo da Bishkek possiamo vedere una volta di più quanto questa città sia davvero piacevole, verde, viva, oltre che più grande di quello che pensavamo. I palazzi alti sono davvero pochi, ci sono tanti cafè, tanti negozi, qualche boutique, uffici cambio, ecc. Bishkek ci piace decisamente, non c'è che dire!
Subito fuori città entriamo in una valle nelle montagne qua attorno. Bishkek è circondata da vette di oltre 4.000 metri, innevate tutto l'anno, e da parecchi ghiacciai. La città si trova circa ad 800 metri di quota.
Avvicinandoci ad Ala-Archa entriamo in una bella valle verde, decisamente alpina. Il paese all'ingresso del parco è una località di villeggiatura per gli abitanti della capitale, immersa nel verde e dotata di un bel po' di impianti di risalita per lo sci! Incredibile... Qualche giorno fa eravamo nel deserto dello Xinjiang ed ora, dall'altra parte del Tian Shan, siamo qua sotto agli impianti da sci.
Dopo l'ingresso al parco, la strada risale la valle ancora per qualche chilometro, prima di terminare contro ad una sbarra. Da lì proseguiamo a piedi, risalendo prima tutta la strada fino al suo termine, poi lungo un sentiero che segue il fondo valle ed il corso di un torrente. Camminiamo per un paio d'ore ed arriviamo fino a circa 2.100 metri di quota.
La valle (che viene chiamata "canyon") è davvero bella, quasi del tutto vergine e tutta per noi. Sullo sfondo gli alti picchi innevati ed i ghiacciai dove, a 18 km da qui, hanno persino piazzato qualche impianto (abbandonato?) per lo sci estivo! Il tempo però è davvero brutto e inizia pure a piovigginare. Molliamo quindi il colpo e ce ne torniamo giù.
Alle 16:00 siamo di nuovo in albergo. Usciamo di nuovo verso le 17:00 e andiamo a finire la giornata in un Internet Cafè.
A cena, come al solito, all'Adriatico. Ormai questo è un appuntamento fisso. Abbiamo deciso di rimanere qua anche domani, tanto per organizzarci la trasferta ad Almaty con calma. Partiremo, dunque, venerdì.
Giornata di merda. Piovono brutte notizie. Innanzitutto scopriamo che non esiste collegamento diretto in treno fra Almaty e Tashkent. Questo ci complica la vita decisamente. Gli unici treni, lentissimi, che potremmo prendere impiegano quasi 24 ore per i 1.000 km di distanza fra le due città, e sono il 13 ed il 14 settembre, assolutamente troppo tardi!!
Come se non bastasse, la strada più rapida fra Almaty e Tashkent passa di nuovo per Bishkek, e quindi ci è preclusa. Infatti noi non possiamo rientrare una seconda volta in Kyrgyzstan e non abbiamo tempo per fare un nuovo visto. Un casino.
Altra cattiva notizia: sembra che Fiordaliso Magazine chiuda i battenti e che probabilmente non vedrò quindi i soldi per gli articoli scritti in anticipo prima di partire e non pubblicati, i cui compensi dovevano servirci per recuperare una parte delle spese di questo viaggio. Infine, la ciliegina sulla torta: TIN mi ha cancellato tutte le e-mail nella mia mailbox da maggio ad agosto. Tre mesi di e-mail, comprese le newsletter e tutta la storia di questo viaggio, andate in fumo. Sono imbestialito. La giornata scorre fra eventi e notizie del cazzo. Sembra che tutte le sfighe si siano date appuntamento oggi.
Decidiamo di non andare ad Almaty facendo il giro dell'Issik-Kol, come ci eravamo pensati questi giorni. Ci porterebbe via una giornata di viaggio e non abbiamo, a questo punto, tempo da perdere. Prenotiamo dunque una macchina per andare direttamente domani seguendo la strada diretta, molto più breve.
La tipa della Novinomads, la nostra agenzia, ci allunga sottobanco un foglietto con un numero di telefono. Il fatto è che qui vogliono tutti alameno 100$ per andare ad Almaty, che è una follia. Troviamo apparentemente un servizio taxi che chiede solo 60$. E poi, a questo punto, la tipa dell'agenzia decide all'ultimo momento di allungarci questo numero di telefono. Solo un nome, Erkin, ed il numero.
Facciamo chiamare dall'albergo: 50$. Mah... Comunque accettiamo. Chissà chiccazzo è...
Sistemata la faccenda per Almaty, scriviamo a destra e a manca per cercare di risolvere il problema della tratta da Almaty a Tashkent. Un indirizzo ce lo danno ancora alla Novinomads: si tratta di un'agenzia collegata a loro, con sede ad Almaty. Tentiamo anche con l'agenzia di Tashkent che ci ha procurato la lettera di invito per l'Uzbekistan.
Di fatto dovremo fare una sosta supplementare in Kazakhstan. Rinunciamo così all'Issik-Kol. Pazienza.
La giornata oggi è stupenda, calda, non c'è una nuvola. Si sta bene a Bishkek, ma stiamo perdendo, di nuovo, un sacco di tempo. Praticamente mezza giornata se ne va su Internet, anche perché non abbiamo un tubo da fare, e l'altra metà alla Novinomads.
Un break in un bar all'aperto nel parco in centro. Sono decisamente incavolato, sia per la mia posta elettronica, sia per la questione di Fiordaliso Magazine. Decisamente una giornata no.
Oggi trascorriamo anche una buona parte della giornata ciascuno per contro proprio. Voglia di avere anche un po' di tempo per se stessi...
Alla sera cena, per l'ultima volta, all'Adriatico Paradise. Ci fermiamo a chiacchierare ancora con lo chef e con Stefano, un suo amico, un altro italiano che è qui da sei mesi, simpatico, sui 25 anni circa. Di fatto, lavorano tutti per Fiacconi, il Console. Rifanno i conti e ci dicono che gli italiani, qui, sono solo sei o sette. Fiacconi torna mercoledì, decisamente un peccato non incontrarlo.
Insomma, passiamo una bella serata. Domani si riparte e si lascia anche questo sorprendente e bellissimo Kyrgyzstan, un peccato, mi sarei fermato qui molto volentieri e molto più a lungo. Qui ci lasciamo indietro, oltre al lago Issik-Kol, anche (e soprattutto) Osh e la Valle di Fergana, e questo mi rode decisamente. Ma la voglia di fare il giro completo fino a Milano è ormai più forte della voglia di rallentare e fermarsi di più in questi luoghi.
Non so cosa darei per avere più tempo... Pensare che con soli 15 giorni in più a disposizione saremmo potuti andare sia ad Osh, sia ad Esfahan in Iran. Invece ora ci tocca davvero tirare, non è più il tempo di bighellonare a zonzo, dobbiamo stare in tabella.
Il benvenuto del Kazakhstan è stato così così. La giornata a Bishkek, stamattina, è molto grigia e promette acqua. Alle 9:15 si presenta "Erkin", dice poche parole, incassa i 50$, ci carica su una Mercedes con un autista russo che più russo non si può, e ci spedisce. L'autista non spiccica una parola, in alcuna lingua. Semplicemente sta zitto e fuma una sigaretta dopo l'altra... Mah...
Sta di fatto che dopo una ventina di chilometri siamo dunque alla frontiera con il Kazakhstan. Inizia a piovere forte e non smetterà più. Sulla macchina sale un soldato kazako, nessuno dice una parola. Nessuno si occupa di noi al controllo kirghizo. A quello kazako ci prendono i passaporti, *non* ci fanno scendere dall'auto. L'autista se ne va con il soldato kazako e noi rimaniamo lì in macchina, sotto la pioggia, senza passaporti, da soli.
Passano una decina di minuti e l'autista torna con i nostri passaporti. Timbro di entrata in Kazakhstan. Nessuno ha controllato le nostre dichiarazioni valutarie kirghize, nessuno ha controllato i bagagli, o ci ha fatto compilare qualche altro foglio. Tutto qui. Passiamo la sbarra e siamo in Kazakhstan. Non succede più nulla fino ad Almaty.
Piove a dirotto, fa freddo. Fuori dai finestrini il paesaggio scorre monotono, pianure ondulate gialle, steppa contro il cielo grigio, esattamente come ci aspettavamo il Kazakhstan, ma siamo solo a pochi chilometri da Bishkek ed è già tutto diverso.
Le scritte e le insegne in cirillico si mescolano con quelle in alfabeto latino. La gente sembra decisamente molto più russa, anzi, di fatto sembra di essere in Russia a tutti gli effetti.
Entriamo ad Almaty verso le 14:00, ora kazaka, un'ora avanti rispetto a quella kirghiza. Almaty fino a qualche anno fa era la capitale del Paese, ora spostata ad Astana, a qualche migliaio di chilometri a nord-ovest.
L'ingresso ad Almaty è molto più grigio di quello a Bishkek. Quartieri di periferia, alti palazzi sovietici. Verso il centro iniziano i viali alberati come a Bishkek, ma complessivamente la città appare meno verde (ma sempre molto più delle nostre!). Provo ad indicare sulla mappa, al nostro silenzioso autista, l'hotel che abbiamo scelto, ma mi fa cenno di tacere, o di "non rompere" se vogliamo. Vabbé.
Poco dopo si ferma. E ci "vende" ad un tassista locale. E' chiaro che protestare è inutile. Questo nuovo tipo parla anche troppo, solo russo e/o kazako, non è ben chiaro. Comunque rompe. La sua migliore battuta è "Italia = Narkotiki". Vaga per Almaty sotto la pioggia a scrosci, chiede più volte, ma alla fine trova il nostro albergo. Che non è malaccio. 5.400 tenge a notte, circa 36$ (1$ = 150 tenge, più o meno), colazione compresa. Parlano anche due parole di inglese, accettano pure la carta di credito, anche se noi dobbiamo ora iniziare a far fuori un po' di dollari cash.
Il tassista vuole 500 tenge e non accetta dollari. Per fortuna la signorina della reception ci presta i 500 tenge senza che ci tocchi uscire a cercare una banca!
L'hotel è un dignitoso budget, camera discreta, bagno piccolo. Ma ora va bene così, a Bishkek abbiamo speso davvero tanto. Tutto sommato siamo in centro, in una posizione tranquilla, nel verde. Almaty, così come Bishkek, è tutta fatta a quadrati, facilissima da girare. Solo, è più grande. Nella nostra zona, purtroppo, non c'è molto e pur essendo in centro c'è da scarpinare per raggiungere qualcosa tipo un ristorante o un mall.
Fuori continua a piovere fortissimo, ci sono un sacco di allagamenti. Usciamo sotto la pioggia dopo esserci riposati una mezz'ora. Dobbiamo cambiare. Per fortuna troviamo una banca che ci rilascia la ricevuta. Qui, comunque, la carta di credito è molto più diffusa. Nessuno invece, almeno per oggi, ci vuole cambiare i nostri som kirghizi residui, pur essendo esposti i tassi di cambio. Si tratta di poca roba, ci sono rimasti circa 80 som, ma questa cosa ci fa incazzare abbastanza.
Fradici zuppi torniamo in albergo. Telefonata a casa per auguri alla mamma. Quindi proviamo a telefonare in Ernst & Young, ma oggi non è possibile andare per la registrazione del visto e ci tocca per forza andare lunedì. Telefoniamo anche all'ambasciata del Turkmenistan, ma senza registrazione del visto kazako non possiamo ritirare il visto turkmeno. E quindi non c'è un tubo che possiamo fare fino a lunedì, se non visitarci con calma la città e cercare, domani, di trovare il modo di partire il più rapidamente possibile per Tashkent, magari lunedì sera possibilmente.
Usciamo nuovamente per cercare un Internet Cafè. A proposito... Compriamo delle schede per telefonare. Beh, una scheda da 700 tenge se ne va in un minuto di telefonata in Italia! Assurdo, mi conviene di più con il cellulare! Per cercare Internet ci infradiciamo di nuovo. Fa anche freddo, il fiato addirittura condensa, sembra di essere nel tardo novembre.
Troviamo Internet alla Telecom centrale. Economico, circa 2$ all'ora. Si può anche stampare. Quindi un giro allo Tsum lì a fianco, più bello e fornito dell'analogo a Bishkek. Compriamo le cartoline e le bamboline per la collezione della mamma. Poi, nuova maratona.
Il tempo va migliorando, non piove più. Andiamo in posta centrale per i francobolli. Qui, in pieno centro, Almaty è verdissima. Grandi viali e traffico scorrevole. Le auto si fermano davanti alle strisce pedonali e lasciano passare i pedoni.
Arriviamo alle poste alle 19:20, in teoria sarebbe tutto chiuso da un bel po', ma una gentile impiegata ci serve lo stesso. Eccezionale. Altra maratona per tornare in albergo. Adesso il tempo si sta aprendo e possiamo notare che subito fuori da Almaty, intorno a noi, ci sono delle montagne molto alte, ricoperte di neve, e si vede benissimo che ha nevicato anche a bassa quota, 300-400 metri sopra di noi (Almaty è fra i 600 e i 900 m. di quota). Pazzesco, qui inizia già a nevicare...
In albergo verso le 20:00. Alle 20:30 di nuovo fuori e inizia la caccia al ristorante. Nella zona dove ci troviamo noi non c'è praticamente nulla, almeno ad un primo esame. Ennesima maratona per le strade buie di Almaty. A differenza di Bishkek, pur essendo buia allo stesso modo, Almaty non appare viva come la capitale kirghiza e per le strade non c'è nessuno. Non è bello camminare qui al buio.
Troviamo un ristorante a circa un chilometro, lo Stradivari. E' pieno zeppo di gente che pasteggia a vodka e a whisky. Ed è un ristorante "elegante". La popolazione è quanto di più russo si possa immaginare! Caos, baccano.
Ci portano un menù scritto solo in cirillico e ci vuole una buona mezz'ora per chiederne uno in inglese. Dopo un'ora arriva. Di fianco a noi c'è una tavolata intera di poliziotti in borghese ubriachi. Prima ci offrono una bottiglia di vino, poi un intero cesto di frutta. E' ovvio che non possiamo rifiutare. Nonostante cerchiamo di defilarci, vengono a turno a sedersi da noi. Attaccano bottone e non ci mollano più. Un disastro. In breve diventiamo l'attrazione del locale.
C'è una banda che fa del karaoke. Ci fanno cantare il solito Toto Cutugno con tanto di dedica. Poi uno afferra Emanuela e la porta a ballare. La situazione è un po' tesa. Questi sono piuttosto ubriachi e sono pure poliziotti, quindi dobbiamo stare attenti a non offenderli o a non farli incavolare. Uno si siede di fianco a me e non mi molla più. Attacca una specie di discorso politico sui kazaki e sui russi, che evidentemente odia, sulla grandezza del Kazakhstan e sulla mafia italiana e quella russa. Insomma, ci mettono delle ore a servirci e a noi non riesce di stare in pace. Un casino!
Alla fine, approfittiamo di un po' di confusione, paghiamo il conto dopo aver mangiato frettolosamente, e verso le 23:30 ce ne andiamo storditi. A piedi in albergo attraverso un'Almaty davvero deserta ed inquietante...
Emanuela mi sembra ormai davvero stanca. Io sono parecchio innervosito e sono un po' di giorni che non riesco nuovamente a godermi quest'ultima parte di viaggio. E giornate come questa non aiutano certo.
Tutto sommato, peraltro, Almaty appare una cittadina normale, tipo Minsk. Più grande certo di Bishkek e molto meno a misura d'uomo, ma non male. Vedremo con calma. Comunque anche il Kyrgyzstan è andato. Ed eccoci qui, in Kazakhstan...
L'umore continua ad andare a fasi alterne, esattamente come il feeling verso questa città. Forse anche io sono stanco, innervosito dall'idea di tornare, innervosito da questa città, innervosito da non so che. Mi manca l'aria del deserto, delle montagne, mi manca quello che abbiamo lasciato indietro e non riesco a godermi quello che ci aspetta ancora davanti.
Non lo so, ma l'aria non è positivissima. Mi manca anche il tempo di fermarmi un po' per meditare e consolidare tutto quello che abbiamo vissuto in questi mesi, e la mancanza totale di un minuto di privacy e solitudine assoluta da oltre quattro mesi. Siamo sempre confinati in una stanza d'albergo, o in giro, 24 ore su 24.
Questa mattina sveglia tardissimo, ormai è la regola ogni primo giorno in città. Fra una cosa e l'altra non usciamo prima delle 14:00. C'è da risolvere, ancora una volta, il problema di come andare via di qui, che poi vuol dire di nuovo "come fare il biglietto del treno".
E' una piacevole giornata di pieno sole ad Almaty, ma io sono già stanco prima ancora di iniziare... Facciamo per andare in stazione, ma ci imbattiamo in un'agenzia. Proviamo. Ovviamente non riusciamo a capirci e dopo una decina di minuti desistiamo. Fuori, il cartello "biglietteria ferroviaria" sembra prendersi gioco di noi. Sì, sono stanco...
Decidiamo di non provare neanche ad andare in stazione, perché è lontana e potrebbe essere un viaggio del tutto inutile. Ci muoviamo invece verso l'agenzia Silk Adventure Tours, che dovrebbe essere la corrispondente qui ad Almaty della Novinomads di Bishkek. Abbiamo una e-mail inviata da loro con con l'indirizzo e i prezzi dei biglietti ferroviari.
Mentre ci incamminiamo veniamo fermati a ripetizione. Un tipo fa finta di avere trovato un portafoglio per terra e ci insegue. Lo ignoriamo, allora cambia tattica e ci chiede i passaporti. Continuiamo ad ignorarlo, continua a seguirci per un po' provando altre tattiche, ma teniamo ben stretti (e nascosti) i nostri soldi e documenti, e tiriamo dritti.
Un altro tipo ci insegue di corsa e prova a fermarci tentando in tutti i modi di proporci un "business". Lo avevamo già notato, fra l'altro, nelle vicinanze della prima agenzia. Mandiamo al diavolo anche questo.
Welcome in Almaty, o dovrei dire "Welcome in Central Asia", perché temo che questo sia solo l'aperitivo. E Almaty già non mi piace più.
Saltiamo su un filobus a casaccio, va verso sud, la nostra direzione. Arriviamo all'indirizzo al quale dovrebbe trovarsi la Silk Adventure Tours. Ammesso che sia giusto (è un appartamento fatiscente in un palazzo ancor più fatiscente, di epoca sovietica) non c'è alcuna targa e comunque al campanello non risponde nessuno.
Proviamo a telefonare a qualche altra agenzia. Niente, nessuno risponde, e poi c'è il fatto che oggi è pure sabato, metà pomeriggio ormai. Ne approfittiamo per visitare la cattedrale ortodossa di San Nicola. Bella.
Quindi, ci trasciniamo definitivamente verso la biglietteria della stazione, non avendo altre alternative. Ci vuole una buona mezz'ora, ma alla fine ne usciamo con due biglietti per Shymkent, partenza lunedì pomeriggio, in scompartimento letto. Una volta laggiù, cercheremo di capire come fare a proseguire per Tashkent, che si trova a tre ore di distanza. Costo del biglietto: 33$ a cranio, una miseria, se il biglietto che ci hanno dato è giusto, ossia uno scompartimento deluxe 1/2 (solo due letti).
Comunque, se tutto fila, partiamo lunedì e arriviamo a Tashkent il 10 settembre, esattamente in concomitanza con l'inizio validità del nostro visto uzbeko e come solo la più ottimistica delle nostre tabelle di marcia prevedeva. Sarebbe fantastico.
Dopo la stazione ce ne torniamo in centro dalle nostre parti e ci fermiamo in un bar con i tavolini all'aperto, per un break. Dietro gli alberi spuntano le altissime e impressionanti montagne innevate che circondano Almaty. Ce n'è una che sfiora i 5.000 metri. Viste da qui sono davvero notevoli, un po' come se davanti a Genova ci fosse il Monte Bianco!
Almaty conferma la prima impressione: almeno la parte centrale è una sequenza ininterrotta di isolati quadrati tutti uguali, tutti verdi, tutti bassi. Solo sulla Gogol e su un paio di altre vie centrali ci sono tanti negozi e locali, altrimenti è abbastanza vuota ed anonima. Poco traffico. Piuttosto grigetta, nonostante il verde. Non ha decisamente quell'aria viva che aveva Bishkek, né la stessa piacevole atmosfera.
Anche oggi, in definitiva, ci siamo fatti una bella maratona solo per fare un paio di biglietti del treno. Ce ne torniamo in albergo verso le 19:00. Qui le giornate sono un po' più lunghe che in Kyrgyzstan e in Xinjiang, complice il fuso orario avanti di un'ora.
Io mi faccio un giretto su Internet. La mia posta appare essere irrimediabilmente persa da TIN... Non ho anno parole.
Verso le 20:30 usciamo a cena. Abbiamo scoperto alcuni ristoranti vicini a noi. A dieci minuti a piedi c'è la Pizzeria Venezia, un posto discreto dove fanno delle pizze non male (oltre ad altre cose), che sembra italiano in tutto e per tutto. Mangiamo dunque meglio di ieri. Ma tant'è la serata è mogia. Sì, qui il clima è molto diverso da quello che si respirava a Bishkek, non c'è nulla da fare...
Ancora una sveglia tardi, usciamo alle 13:30. E' domenica e l'unica cosa da fare è un giro a piedi per la città. E' una bella giornata senza una nuvola, ci va bene. Saltiamo su un filobus e andiamo fino a Respublika Alangy, la piazza centrale dove si trovano il comune e la residenza presidenziale. Dietro, la corona straordinaria delle montagne innevate, ma c'è il sole a picco e quindi ci riserviamo di tornare più tardi.
Ci sono parecchi matrimoni oggi in città e tutti vengono qui a farsi fotografare. Sembrano tutti matrimoni di mafiosi kazaki. Sposa sempre con il volto triste e per nulla sorridente, lui sempre molto più vecchio, gran sfavillare di Mercedes e Audi di grossa cilindrata. Davvero poco romantico.
Ci facciamo un paio d'ore di piacevole maratona per le vie di Almaty, che comunque non riserva sorprese. Passiamo anche dalla coloratissima cattedrale Zankov - altri matrimoni - nel parco Panfilov. Break per il solito spuntino, poi di nuovo sul filobus e torniamo a fotografare le montagne verso le 17:30, con una luce migliore. Infine in albergo verso le 18:30.
La giornata è tutta qui e Almaty è già esaurita. Domani il programma è piuttosto pieno. Dobbiamo registrarci presso l'OVIR, poi fare il visto per il Turkmenistan e quindi abbiamo il treno alle 18:10. Speriamo che non ci siano intoppi e che tutto fili per il verso giusto.
Alla sera cena ancora alla Pizzeria Venezia. L'umore continua a non essere il massimo. Continuo a cercare di rimanere calato nel viaggio e di riempire il più possibile il programma. Ho sognato tutta la vita questo viaggio, c'è ancora più di un mese da stare in giro, non voglio rinunciare a niente finché sarà possibile e non voglio sprecare il nostro tempo residuo. Casa può aspettare.
Ancora in treno, ancora verso ovest. Si va a Tashkent e si lascia Almaty. Giornata intensa. Sveglia alle 7:00, alle 8:00 siamo in pista, c'è da andare alla Ernst & Young per la registrazione del visto, siamo pure al limite del tempo consentito (la registrazione va fatta entro 72 ore dall'entrata in Kazakhstan).
Per 300 tenge ci dà un passaggio un tipo pescato fuori dall'hotel su una scassatissima Volga che ha visto certamente tempi migliori. In Ernst & Young veniamo accolti alla grande: ci hanno scambiato per qualcun altro. Chiarito l'equivoco, finiamo dentro una sala riunioni ad aspettare.
Che strana impressione che mi fa essere in una sala riunioni così familiare... Non una bella impressione, comunque. Dopo un po' arriva il tipo che si occupa delle registrazioni dei visti per gli ospiti stranieri, accompagnato da una ragazza che gli fa da interprete. Lui non parla inglese. Sembra una specie di Breznev kazako.
Ci fanno un sacco di storie, sembra che non ci vogliano registrare. Dobbiamo insistere parecchio, se questi non ci registrano è un casino. Arthur Andersen, che ci aveva fatto la lettera di invito per richiedere il visto, dopo il fallimento dovuto allo scandalo Enron, qui in Kazakhstan è stata acquisita da Ernst & Young e quindi non abbiamo scelta: sono loro a doverci adesso registrare il nostro visto "business" presso l'OVIR.
Alla fine li convinciamo. Il tipo sparisce per una decina di minuti con i nostri passaporti, torna con una lettera, ci carica sulla sua macchina con autista e ci scarrozza in giro per Almaty. Arriviamo dunque all'OVIR, la polizia addetta alla registrazione degli stranieri, dove in toeria, se si è disperati, si può tentare di venire a registrarsi anche da soli.
All'OVIR c'è un casino micidiale e ovviamente non si capisce niente. Il tipo salta tutta la coda, entra in una stanza e ne riesce *senza* i nostri passaporti. Ci porta davanti ad un altro sportello dove dobbiamo pagare 2.000 tenge, ci fa avere tutte le ricevute del caso e ci molla lì, dicendoci di avere fiducia e di aspettare una mezz'ora. Lui se ne va.
Siamo dunque alla polizia, senza passaporti, in mezzo ad un casino folle, e aspettiamo. Dopo una mezz'ora si apre uno sportello e urlano i nostri nomi. Ed eccoci di nuovo con i nostri passaporti in mano e tanto di registrazione a tutta pagina attaccata sopra. Incredibile.
Ancora non ci crediamo, ma è tardissimo, dobbiamo correre al consolato turkmeno per il nostro visto. Ci arriviamo alle 11:30, al pelo (chiude alle 12:00). Questo ufficio è davvero scalcinato, in un vecchio palazzo, una semplice stanza. Dentro, un poliziotto kazako, due scrivanie (quella del console e quella per compilare i moduli), tre sedie, un paio di piccole piante ammuffite, un paio di foto del Presidente, una stufetta, un calendario. Davvero squallido e ridicolo.
Il Console è un tipo esageratamente pignolo e precisino. La scena è oltremodo buffa: ci spiega per filo e per segno come dobbiamo compilare i moduli (che sono uguali a tutti i moduli del mondo per richiedere visti), come dobbiamo incollare le fotografie, l'inchiostro da usare e così via.
Il visto costa 51$ a cranio, decidiamo di farlo per soli dieci giorni per non spendere di più. Gli lasciamo i passaporti, saltiamo su un filobus e ce ne torniamo in albergo a mangiare qualcosa. Rapida scorribanda su Internet per verificare un po' di questioni relative alla strada davanti a noi, soprattutto Iran e Turchia. Anche oggi la giornata è stupenda.
Quindi, verso le 15:00, riprendiamo il filobus, riattraversiamo la città e andiamo a riprenderci i nostri passporti, con tanto di visto turkmeno! Tutto è filato liscio come l'olio, il nostro 13° visto consolare per questo viaggio è nel sacco, il più difficile, almeno secondo la letteratura in proposito. Adesso la strada per casa è davvero spianata. E pensare che solo un mese fa sembrava davvero impossibile. Il rammarico di non avere attraversato il Pakistan torna inevitabilmente a farsi sentire adesso... Pensare che avremmo potuto farla tutta via terra, da Milano a Milano... Non voglio pensarci...
Si torna dunque in albergo, ed alle 17:00 facciamo il check-out. Un taxi vero, chiamato al telefono, ci porta alla stazione Almaty 2. La corsa, non più di 3 km, ci costa 700 tenge, con tassametro!!! Mostruoso! Adesso capisco perché nessuno prende taxi veri e di fatto in giro non se ne vedono.
Appena arriviamo in stazione, ovviamente, siamo assaliti da facchini improvvisati. Lasciamo fare, consci che dopo sarà battaglia. Il treno è già pronto sul binario. Si tratta del solito bel treno russo. Il nostro vagone è a scompartimenti del tipo deluxe 1/2, prima classe, con soli due letti. La bigliettaia di ieri evidentemente aveva davvero capito. Pensare che paghiamo solo 33$ in due per 800 km.
In stazione veniamo fermati da alcuni personaggi che ostentano dei badge misteriosi e che cercano di spiegarci che dobbiamo pesare i bagagli e pagare qualche sovratassa. Facciamo un po' di melina e cerchiamo di capire che sta succedendo. Dopo un po' ci lasciano andare ridendo. La truffa non è andata in porto.
Altri 20 metri e veniamo fermati dalla polizia! Il poliziotto vuole controllare i nostri passaporti. Glieli diamo, *uno alla volta*. Tutto in regola, con tanto di registrazione. Si scusa e ci lascia andare. Gli improvvisati facchini ci caricano il bagaglio sul treno. Bagarre, vogliono 1$ a testa, ma li abbandoniamo con 200 tenge. E infine, passa una antipaticissima Provodnitsa kazaka che ci fa capire che vuole 200 tenge da ciascuno di noi due per "sorvegliarci". Ci tocca pagare la tangente.
Adesso sì: "Welcome in Central Asia!". Vergognoso.
Il treno comunque è davvero bello e ci riporta indietro a qualche mese fa... Clima da Transiberiana... Alle 18:10, spaccando il secondo come al solito, partiamo dunque per Shymkent, nel Kazakhstan meridionale, da dove domani mattina dovremo trovare un modo per proseguire per Tashkent.
La serata sulla campagna kazaka è stupenda, il panorama è di steppa infinita, inizialmente ondulata e punteggiata da qualche villaggio, poi piatta e completamente deserta. Montagne innevate all'orizzonte, nella luce del tardo pomeriggio. Tramonto di fuoco sulla steppa, spettacolare, e cielo che diventa blu, limpidissimo, decorato con uno spicchio sottilissimo di luna crescente. Davvero suggestivo.
E un'altra notte in treno. Questi binari vanno fino a casa, quasi 12.000 km ad ovest...
Note: nel complesso, ciò che abbiamo letto fino ad oggi dei kazaki è abbastanza vero. Sono la quintessenza del "peggio" dei russi, checché ne dicano loro. Sono tremendamente russi e, soprattutto, assolutamente gelidi e scostanti. Tutti. Non ne abbiamo *mai* visto uno sorridere o sorriderci, anzi. Tirano a sbuffare, da tutti gli impiegati degli hotel, ai commessi nei negozi, alla gente per strada. Sembrano tutti usciti da un funerale, è assurda questa cosa ed è davvero deprimente.
Anche alle formalità tipo "grazie", o "buongiorno", rispondono stancamente, o zero del tutto. Spesso non dicono una parola e basta. Micidiale... Sono davvero grigi come il loro Paese.
Almaty è letteralmente piena di università. Praticamente, ogni tre palazzi uno ospita un'università. Mah...
Uzbekistan, Paese n° 68. E si torna indietro di due ore. Che casino... Dal Kyrgyzstan, dove eravamo a +5 con ora legale, al Kazakhstan, dove siamo andati a +6 con ora legale, all'Uzbekistan, dove si torna a +5, ma senza ora legale. L'orologio continua a schizzare avanti e indietro.
Questa mattina sveglia alle 7:30 sul treno. L'alba sulla steppa kazaka è magnifica tanto quanto lo è stato il tramonto di ieri sera. Stanco. Arriviamo a Shymkent in perfetto orario, come al solito, alle 8:20. Lì prendiamo un passaggio da uno delle decine di "tassisti" che aspettano alla stazione. Non trattiamo neanche l'esorbitante cifra di 5.000 tenge che ci chiede (33$, lo stesso prezzo del treno!), carichiamo tutto sulla sua Zigulì arancione e inforchiamo la strada a quattro corsie per Tashkent, 130 km a sud.
La strada corre (e il nostro autista kazako anche...) attraverso la solita steppa ondulata del Kazakhstan. Qualche villaggio di casette di legno, qualche posto di ristoro sotto ad una tenda kazaka.
Verso le 10:00 arriviamo alla frontiera. Questa volta non è banalissimo. C'è molta confusione. Dobbiamo scaricare i bagagli e ci è chiaro che la macchina del nostro amico non può proseguire. Bidone in agguato? Tashkent è ancora ad una ventina di chilometri...
Siamo un po' sul chi vive. I militari e la polizia uzbeka hanno una pessima fama e anche sul Thorne questi giorni ne abbiamo lette di tutti i colori. I soliti "facchini" si prendono cura dei nostri bagagli. Ormai lasciamo fare, siamo talmente abituati...! Sappiamo che possiamo fidarci, sappiamo che dopo ci sarà da litigare per il compenso.
Frontiera kazaka. Un primo controllo. La parola "Italia" continua ad essere magica. Riprendiamo i nostri passaporti e passiamo attraverso questa prima sbarra. Poi una dichiarazione valutaria. Ce ne fanno fare una nuova, ma non ritirano quella fatta in ingresso. Assurdo! Quindi usciremo dal Kazakhstan con *due* dichiarazioni valutarie che nessuno controllerà, né ritirerà mai. Ci lasciano anche il cartoncino della registrazione fatta all'OVIR!
Arriviamo ad un altro controllo. Questo tipo si tiene i nostri passaporti per una buona decina di minuti. E scrive, scrive, scrive... Poi ci rimanda indietro! I nostri passaporti passano in mano ad un altro militare che sale al primo piano della palazzina, entra in un ufficio, altri militari. "Italia", "Italia", "Albano e Romina", "Milan", "Football"... Infine ci fanno il timbro di uscita.
Ritorniamo al controllo. Ancora qualche storia e infine usciamo dal Kazakhstan!
Litighiamo come previsto con i "facchini" kazaki. Vorrebbero un dollaro a testa, sono tre o quattro. Gli lasciamo 400 tenge. Quindi, "passiamo di mano". L'autista kazako, come avevamo immaginato, ci consegna ad un autista uzbeko. Ma la sorpresa è che nei 5.000 tenge pagati a quello kazako questo passaggio con l'uzbeko è compreso, e non dobbiamo sborsare una lira in più! Incredibile!
Dobbiamo dunque affrontare ora la frontiera uzbeka. Arrivano i "facchini" uzbeki. Uno solo per fortuna. La prima osservazione è che la gente uzbeka, a differenza di quella kazaka, sorride! Ma *non* i militari uzbeki, affatto, che si presentano come da loro fama.
Se prima l'autista kazako ci era stato davvero di aiuto per passare la sua frontiera, è da subito evidente che quello uzbeko è fondamentale per noi! Un primo controllo dei passaporti. "Italia, Italia". Un accenno di sorriso. Timbro. Bagagli ai raggi X. Ispezione. Dichiarazione doganale (ancora!). Nuova ispezione a fondo dei bagagli. Vengono presi quelli di Emanuela, ma per fortuna non i miei, dove ormai trasporto tanta di quella valuta non dichiarata, di una decina di nazioni diverse, da fare impallidire qualunque funzionario (tutte le banconote, di piccolo taglio, che ci sono avanzate fino ad oggi e che abbiamo tenuto per collezione, oltre a 500$ non dichiarati per sicurezza).
Nuovo controllo dei passaporti. Il nostro autista saluta tutti i poliziotti, si inchina davanti a tutti, stringe mani alla maniera musulmana, "Italia, Italia"... Passiamo!
Sulla strada per Tashkent altri posti di blocco, praticamente ogni pochi chilometri. Polizia, polizia dappertutto. Questo è uno stato militarizzato e, allo stesso tempo, l'impatto è notevole. E' chiaro da subito che fra gli "Stan" che abbiamo visto fino ad ora questo è quello con più "personalità" ed è, anche questo, incredibilmente differente dagli altri. Si passa la frontiera ed è un altro mondo, così come dal Kyrgyzstan al Kazakhstan. Si capisce perché si sono separati tutti.
L'alfabeto latino ha sostituito, quasi ovunque, almeno qui, quello cirillico. La lingua sembra turca. La religione locale è l'Islam, e si vede. E il nemico pubblico numero uno del Paese, oggi, è il fondamentalismo islamico. Dei Paesi che abbiamo attraversato fino ad oggi, questo è certamente il più "caldo".
La gente è diversa, più turca, più musulmana, molto meno russa rispetto ai kazaki. Moschee in giro.
Entriamo in una Tashkent nuova di zecca. Grattacieli di cristallo e acciaio, strade nuove. La zona del nostro albergo sembra Milano! Il personale dell'albergo è gentile e sorride. La camera dovrebbe costarci fra i 40 e i 50$, non sappiamo bene, colazione compresa. Questo albergo è quello che ci ha sponsorizzato il visto e ci ha fatto avere la lettera di invito. Lo abbiamo trovato su Internet. E' carino, categoria analoga al Kazzhol di Almaty, ma decisamente più accogliente. Solo, non centralissimo, ma Tashkent comunque è una città molto sparsa e non ha un centro vero e proprio.
E' una giornata molto calda e soleggiata. Ci stiamo riavvicinando al deserto. Fin verso le 14:00 ce ne stiamo in albergo. Riposiamo, iniziamo a preparare la roba da spedire a casa.
Tashkent... Uzbekistan... Qui inizia davvero l'ultima tappa del nostro viaggio. Questo è l'ultimo Paese al quale dedicheremo un po' di tempo. Poi sarà una corsa verso casa. Mai più avrei pensato di arrivarci così in anticipo. Abbiamo rispettato le previsioni più ottimistiche. Pensare che fino a un mese fa pensavamo che questo sarebbe stato il nostro punto di arrivo e che, dopo avere girato per l'Uzbekistan, saremmo tornati qui a prendere l'aereo che ci avrebbe riportato a casa.
E invece si prosegue, e questo è fantastico! Non ci avrei mai sperato. Mi dispiace solo una cosa: qui avremmo dovuto incontrare i miei per trascorrere qualche giorno assieme. Sarebbe stato davvero bello, dopo tutti questi mesi, incontrarsi qui, come già l'anno scorso con mio fratello e Barbara a Bangkok. Invece non ce l'hanno fatta e questo è davvero un peccato.
Usciamo verso le 15:00. Prima di tutto cambiamo un po' di soldi. 100$. Il cambio è 1.080 sum uzbeki per dollaro. E la banconota di taglio maggiore è di soli 500 sum. Ne consegue che incassiamo ben 216 banconote! In tutto il giorno non riusciamo a vedere, fra l'altro, altre banconote, se non tre misere, e rovinate, banconote da 100 sum. Apparentemente non esiste altra moneta qui e, ovviamente, non mi cambiano i 2.500 tenge che mi sono avanzati. Eccheppalle!!
Facciamo quindi due passi e ci fermiamo per farci un hot-dog! Fantastico! Un vero hot-dog, seduti su un tavolino all'aperto, sotto ad un ombrellone. E una birra! Questa sì che è civiltà! E' questo l'Uzbekistan?
La nostra via è anche piena di Internet Cafè. Ci infiliamo in uno per un paio d'ore. Il Turkmenistan è pronto. Tutto pianificato. Ci hanno chiesto 450$ a testa, 900$ per 6 giorni, in linea con il nostro budget e un po' meno di quello che ci aspettavamo. Tutto compreso: hotel, auto, guida, escursioni. Vedremo se ci faranno un po' di sconto. Costa comunque meno della Cina.
Io studio anche la tratta fra Iran e Turchia. Il passaggio più complicato sarà da Tabriz ad Ankara, che fra l'altro è un lungo viaggio di due giorni. Bisogna iniziare a fare un calendario vero e a decidere bene quando tornare. Potrebbe essere un giorno fra il 15 ed il 18 ottobre. Vedremo.
Serata in un ristorante qua vicino.
Anche volendo è inevitabile: il pensiero corre indietro ad un anno fa e tutti, credo proprio tutti, almeno per un istante siamo tornati con la testa a ricordare cosa stavamo facendo in quel momento.
Io ero in riunione, a Milanofiori. Lo ricordo come fosse oggi. Anche volendo non si può non ricordare. Del resto tutti i canali televisivi, anche qui, non parlando d'altro: da CNN, a BBC world, a Rossjia, e chi più ne ha più ne metta.
Undici settembre un anno dopo. Noi siamo a Tashkent. Nonostante la sveglia presto intorno alle 8:00, tendiamo a poltrire. Colazione verso le 10:00. La giornata è calda, soleggiata anche oggi, cielo limpidissimo.
Verso le 12:00 iniziamo a muoverci. Non andiamo molto lontano e ci fermiamo subito in un baretto qua vicino per un break, sotto a un pergolato. Poi, saltiamo su un taxi e andiamo alla TNT, presso l'hotel Intercontinental. Ci sono da fare le ultime spedizioni a casa: mandiamo indietro una sacca intera di roba, circa 14 kg, con sacchi piuma, piumini, ecc. E finalmente il bagaglio si riduce notevolmente. Spediamo anche 84 rullini a Gianluca (56 di diapositive). In totale io ne ho spediti, fino ad oggi, 166 di diapositive, Emanuela 81 di stampe.
L'impiegata della TNT è totalmente imbranata e fa un casino pazzesco. Spendiamo la bellezza di 260$, una fortuna! Speriamo bene... In ogni caso, questa dovrebbe essere stata l'ultima spedizione, con l'esclusione, forse, dei tappeti che compreremo.
Dopo la TNT, altro taxi e andiamo alla stazione per cercare di fare il biglietto per Samarcanda. Ci vuole un po' per capirsi. Sta di fatto che l'unico treno "comodo" parte alle 16:10 e arriva a Samarcanda alle 22:30. E' tardissimo e non ci conviene affatto. Certo, il prezzo sarebbe di soli 9$, una pacchia. Ci penseremo.
Torniamo in albergo a piedi attraverso una Tashkent periferica decisamente da "socialismo reale". Grandi viali alberati pressoché vuoti, condomini fatiscenti e cadenti degli anni '70 di tipica impronta sovietica. Un giro oltremodo interessante. Vecchie Lada, Zigulì. A proposito, ieri abbiamo anche provato un passaggio su una Moscovich.
In albergo ci informiamo per una macchina per Samarcanda: 70$. Ovviamente rifiutiamo, ma prenotiamo un B&B a 45$ a notte, per tre giorni. Tentiamo anche inutilmente di rintracciare l'autista che ci ha portato fin qui dalla frontiera, chiamando al numero che ci ha lasciato. Di fatto non riusciamo, almeno per oggi, a organizzare la nostra partenza da Tashkent.
Verso le 17:30 saltiamo su un tram e (per puro caso) ce ne andiamo alla cattedrale dell'Assunzione. Poi un taxi, e ci facciamo lasciare in centro, ad Amir Timur Maydoni. Qualche foto.
Il centro di Tashkent è piacevole. C'è un'isola pedonale con decine di bancarelle, chioschi, artisti, giardini e fontane. Facciamo una passeggiata. Poi ancora in albergo e quindi Internet. Dal Turkmenistan ci fanno sapere che sono disposti a scendere a 435$ a cranio.
Cena con qualche spiedino e kebab qui vicino.
Giornata un po' moscia. Del resto, queste città non offrono granché, valgono giusto la "bandierina".
Oggi tocca alla maratona cittadina. La giornata è calda e soleggiata come al solito. Emanuela è silenziosa, accusa il caldo e ha mal di testa, è stanca.
[...omissis...]
La mattinata inizia tentando di risolvere il problema di come andare a Samarcanda. Il nostro autista dell'altro giorno non si riesce a rintracciare in alcun modo. Ogni volta che telefoniamo non c'è, e la moglie parla solo russo. Per quanti sforzi Emanuela faccia, non si capisce nulla.
Proviamo dunque a chiamare un po' di radio-taxi. Emanuela si dà da fare con il suo anglo-russo e alla fine troviamo una compagnia che ci offre il passaggio a 45$. Non è male. Fissiamo la partenza per le 11:00 di domani. Ci costa circa 20-25$ più del treno, ma almeno non abbiamo il problema degli orari, ci vengono a prendere in albergo, ci depositano (si spera) all'altro albergo. Quindi, molto meglio.
Andiamo quindi a pagare l'albergo e lasciamo anche 50$ a cranio all'agenzia per la sponsorizzazione del nostro visto. Emanuela si arrabbia perché non accettano la carta di credito. Vabbè.
Fermiamo un taxi e ci facciamo portare, intorno alle 11:30, alla Madrasa di Kukeldash, il vecchio centro cittadino. Questa madrasa del XVI secolo è davvero bella ed è un piccolo assaggio di quello che dovremmo trovare a Samarcanda e a Bukhara.
La facciata è tutta decorata con le famose piastrelle blu e turchesi che hanno reso famosa in tutto il mondo l'architettura di questi luoghi. Il blu e il turchese contrastano decisamente con il colore argilla dei mattoni ed il cielo blu intenso.
Dalla madrasa ci spostiamo nel bel Chorsu Bazar, il cuore della città vecchia. Il bazar è coloratissimo, pulito, ricchissimo di frutta, verdura, carne, spezie. Uno spettacolo, pieno di donne uzbeke colorate.
Veniamo invitati a mangiare anguria e melone da un gruppo di uzbeki. Non ci chiedono nulla, tutto offerto dalla casa. Si sta benissimo e ne viene fuori anche qualche bella foto.
Anche questa gente, come già i nomadi mongoli, i tibetani, gli uyghuri e i kirghizi, ci lascia il proprio "indirizzo" per farsi mandare la foto. Mi piange davvero il cuore a mentirgli, sapendo bene che non gliela manderemo mai: il fatto è che molti non sanno nemmeno scrivere e per noi è praticamente impossibile anche solo cercare di trascrivere quello che loro cercano di dettarci, tanto più che, anche quelli che saprebbero leggere, usano quasi sempre un alfabeto diverso dal nostro!
Dopo il bazar iniziamo un pellegrinaggio intorno e dentro alla città vecchia, alla ricerca della piazza Khast Imom, il cuore religioso del Paese. In questa piazza ci sono una bella moschea ed una madrasa in restauro. Ci vuole un bel po' a trovarla. La città vecchia è un labirinto di corridoi e case di argilla e fango, senza alcuna indicazione.
Cerchiamo di seguire le indicazioni, per niente chiare, della Lonely Planet, ma per un po' non ne veniamo a capo. Chilometri a piedi sotto un sole piuttosto rovente. A un certo punto chiediamo ad alcuni ragazzi, che ci guidano dentro al labirinto. Siamo da soli, come al solito, con loro, carichi con tutti i soldi e le nostre vistose macchine fotografiche. Non è proprio una situazione brillantissima ed Emanuela è stanca e un po' nervosa. Abbandoniamo i ragazzi e ripercorriamo il labirinto a ritroso fino alla strada principale.
Ancora un po' di giri a vuoto, altri chilometri, e alla fine troviamo questa piazza. Non è niente di che, ma la città vecchia è comunque interessante, caratterizzata da una strana rete di gasdotti che corrono in mezzo alla strada, sopraelevati.
Un vecchio ci attacca bottone e ci fa segno di sederci di fianco a lui. Così facciamo e nella mezz'ora che segue, in uzbeko stretto, questo bel tipo ci racconta senza sosta quella che probabilmente è tutta la sua vita. Peccato non capire un accidente di quello che dice...!
Ci mettiamo dunque alla ricerca di un nuovo taxi. Questa cosa, a Tashkent, come già in tutta la CSI, non è proprio facile. Di fatto qui i taxi non esistono e allo stesso tempo, potenzialmente, qualunque veicolo all'occorrenza è un taxi. Bisogna solo mettersi in un angolo e aspettare. Prima o poi si ferma una macchina, o si viene avvicinati da qualcuno. La gente locale ferma direttamente qualunque auto di passaggio!
Insomma, dopo un po' ci avvicina un tipo, come al solito, ci chiede se vogliamo un taxi e dove vogliamo andare. In questo modo paghiamo 800 sum. Se invece fermiamo noi un auto di proposito, 1.000 sum. Se addirittura si chiama un vero "radio-taxi" (ossia un auto normale che monta un impianto CB a bordo), si spendono 2.000 sum, circa 2$.
Andiamo dunque sulla Navoi, una grande via sulla quale dovrebbero affacciarsi tre mausolei. In realtà sono tre piccole costruzioni circondate da alti e fatiscenti edifici moderni. Un pacco. Più o meno Tashkent finisce qui.
Stanchi e accaldati ci facciamo portare da un altro "taxi" all'hotel Uzbekistan, in centro. Qui, con la complicità di un portiere d'albergo, riesco a cambiare (in nero, ovviamente) i miei 5.000 tenge kazaki in 15.000 sum uzbeki. Non un gran cambio, ma tant'è non avevamo molta scelta.
Quindi, verso le 18:00, ce ne torniamo in albergo a riposare un po'.
Più tardi solita puntata all'Internet Cafè. La nostra amica turkmena è scesa al prezzo finale di 425$ a cranio tutto compreso. Ottimo.
La cattiva notizia è che, da quanto vediamo, TNT non ha preso in consegna la sacca spedita ieri e apparentemente ha spedito solo le fotografie. Questo è un bel casino e dovremo cercare di risolverlo domani prima di partire. Se si perdono i nostri 14 kg di bagaglio è davvero un disastro!
Finiamo la serata in un ristorante "in". Conto a quasi 22.000 sum, uno sproposito. Ma la cosa assurda è che *non* accettano carte di credito e dobbiamo pagare con quasi cento banconote. Incredibile.
Questi giorni abbiamo peraltro scoperto che oltre alla banconota da 500 sum esistono anche quelle da 200, 100, 50, 25 e persino 10... Tutta carta straccia.
Insomma, lasciamo dunque anche questa città e domani muoviamo (speriamo!) alla volta della leggendaria Samarcanda, che in ogni caso rappresenta l'ultima grande tappa di questo viaggio dopo Mosca, Pechino, Lhasa, l'Everest e Kashgar.
Sì, Samarcanda è l'ultima vera "boa", prima di incamminarsi verso casa. Ormai ci manca circa un mese. E volerà.
Il bilancio delle tre capitali - Tashkent, Almaty e Bishkek - è piuttosto facile. Bishkek è certamente la più piacevole delle tre, la più tranquilla, la più riposante, con quella sua aria provinciale. Tashkent è senza dubbio quella con più personalità: è una città a tutti gli effetti ed è anche molto araba, sotto certi aspetti. Almaty è decisamente la più insignificante, si salva per via della bella corona di montagne innevate intorno alla città, ma per il resto è solo una sequenza di quadrati verdi e grigi, niente di più.
Da domani abbandoniamo comunque queste atmosfere quasi "occidentali" e/o milanesi, e torniamo verso il deserto. Che ci accompagnerà fino in Turchia.
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