|
E siamo in viaggio lungo la leggendaria Friendship Highway, da Lhasa a Kathmandu, forse la strada più famosa e bella del mondo. Dopo la Transiberiana e la Mongolia, questo è il terzo viaggio che concateniamo e che sognavo da una vita...!
Questa mattina ci siamo presentati allo Snowland Hotel alle 10:30 come d'accordo. Ovviamente, dei nostri passaporti e dei fantomatici permessi nessuna traccia. Adesso siamo davvero arrabbiati. Tutto ciò è surreale, kafkiano, demenziale e assurdo! Non sappiamo se dobbiamo lasciare l'albergo, non sappiamo se riusciamo a partire, non sappiamo un accidente di niente. L'unica risposta che abbiamo dal manager dello Snowland è che il PSB ha un "meeting", esattamente come ieri, e quindi non hanno potuto occuparsi dei permessi.
Cerchiamo di mantenere la calma, anche perché gli altri quattro gruppi che devono partire sono nelle nostre stesse condizioni. Tutti fermi ad aspettare.
Alle 11:30 si presenta una specie di idiota funzionario cinese con una valigetta piena di scartoffie e passaporti. I "permessi" sono arrivati. Questi stupidi ed inutili pezzi di carta che noi non possiamo nemmeno prendere in mano! Consegnamo il saldo dei 9.000 yuan all'agenzia e conosciamo finalmente la nostra guida ("Tsiri" ?) (*) e il nostro nuovo autista ("Pasang" - non capiamo peraltro perché non ci hanno dato lo stesso di ieri, visto che accompagna una coppia di giapponesi lungo la nostra stessa strada).
Tsiri parla inglese per modo di dire, ma almeno sia lui sia Pasang sono tibetani, ed è chiaro da subito che loro, i cinesi, li odiano.
Alle 12:00, finalmente, caricato il Toyota Land Cruiser, si parte! Almeno per oggi siamo praticamente una carovana. Oltre a noi partono altri quattro Land Cruiser ed è chiaro che per oggi seguiamo tutti la stessa rotta, e probabilmente sarà così fino all'Everest.
La giornata è decisamente piovosa. E' la prima volta praticamente. Ha piovuto a dirotto tutta la notte, ha piovuto questa mattina e di fatto farà tempo stupido per tutta la giornata.
Per un po' seguiamo la valle di Lhasa, lungo lo stesso fiume che abbiamo risalito verso est ieri, un affluente del Brahmaputra. Oggi si viaggia verso sud-ovest. Dopo circa 50 km di ottima strada asfaltata, a Chushul la strada si divide: la North Friendship Highway, nuova, va direttamente verso Shigatse; la South Friendship Highway, quella originale, verso Gyantse. Noi prendiamo quest'ultima.
Da questo momento in poi è tutto assolutamente indescrivibile! La strada, sterrata, inizia a salire paurosamente a colpi di tornanti scavati sui fianchi delle montagne. Ci si alza vertiginosamente, non c'è alcun parapetto e sotto di noi passano strapiombi da paura. Inutile dire che si incontrano parecchi camion in direzione opposta, ed ogni volta è adrenalina che sale, anche perché la strada sterrata e la pioggia contribuiscono a far slittare un po' il Land Cruiser.
Continuiamo a salire con un panorama mozzafiato ed allo stesso tempo vertiginoso, raggiungendo quasi le nuvole, e sotto di noi la valle di Lhasa sembra lontanissima. I pendii della montagne sono qui tutti ricoperti da tappeti erbosi e decine di yak se ne stanno tranquillamente a pascolare lungo queste pareti ripidissime.
Al Kamba-La, quota 4.794 metri, scolliniamo la prima volta e davanti a noi si apre un panorama indescrivibile. Quattrocento metri più in basso, sul versante opposto, lo specchio blu e turchese del Yamdrok-Tso, il lago sacro tibetano, riflette tutti i colori del cielo e delle montagne intorno. Siamo senza parole.
Sul passo, come al solito (e come accadeva in Mongolia), ci sono migliaia di bandierine di preghiera e di sciarpe che coronano il solito cumulo sciamanico di sassi. Nonostante la quota, la temperatura è piacevole e il sole ogni tanto si fa vedere regalandoci colori straordinari sul lago.
Scendiamo dunque allo Yamdrok-Tso e lo costeggiamo per una cinquantina di chilometri (il lago è enorme) fino a Nakartse (o Nagartse), un villaggio situato a 4.500 metri dove ci fermiamo verso le 16:00 per pranzare. Il tempo è ora davvero orribile e ogni tanto piove a scrosci. Spendiamo 28 yuan per il pranzo,a base di zuppa di momo e tè. Finalmente provo dunque il momo, uno dei tipici piatti tibetani. Di fatto, si tratta di ravioloni insipidi ripieni di carne di yak in zuppa di cipolle. Il tipico piatto che ti aspetti a 4.500 metri...
Ripartiamo ed iniziamo nuovamente a salire. Nello spazio di una trentina di chilometri ci alziamo nuovamente fino a circa 5.000 metri e lo scenario intorno a noi è straordinario. La strada corre lungo una valle che passa proprio fra due giganti, il Jangrang Lhamo, di 6.324 metri ed il ben più alto Nojin Kangstan, di 7.191 metri, arrivando a lambirne i rispettivi, enormi, ghiacciai. Finalmente Himalaya vero! Queste montagne sono stupende, selvagge, straordinarie, con questi grandissimi ghiacciai e le calotte nevose di vetta che contrastano con il verde dei pendii circostanti, che sale almeno fino a 5.500 metri. Le icefall sono veramente grandiose. Il tempo, sempre nero e a tratti piovoso, rende l'aspetto ancora più tenebroso.
Si scollina al passo Karo-La, 5.045 metri o 4.960, a seconda delle carte. Sotto il Karo-La ci si ferma davanti alla icefall del Nojin Kangstan, ed è da rimanere senza fiato (non solo per la quota!). Rimaniamo lì una mezz'ora, La vetta è incappucciata dalle nuvole. Una comunità nomade, che ha piantato le tende proprio sotto al passo, davanti al ghiacciaio, ci circonda e ci vende cristalli trasparenti raccolti sulla montagna.
Dopo circa mezz'ora il sole ci regala finalmente un raggio sulla montagna, che per qualche minuto si scopre. Il nostro primo vero settemila... Mi dà i brividi essere qua sotto, anche perché, studiandolo, individuo subito una via di salita che sembra facile, e la vetta è lì, così a portata di mano... Anche il seimila che gli sta di fronte è stupendo, forse ancora più bello. Quasi da piangere il non poter salire!
Inziamo la discesa verso valle e il cielo si apre un po', regalandoci da sotto una vista completa sul Nojin Kangstan. La valle si apre moltissimo ed è tutta fiorita di giallo, con piccoli villaggi tibetani ai piedi delle montagne ed il fiume in mezzo. Questa valle si trova ad una quota di 4.400 metri.
Si risale quindi fino ai 4.500 metri di un ultimo passo sopra ad un lago artificiale, e poi giù nella valle di Gyantse, quota 4.000, un altipiano vero e proprio. Arriviamo a Gyantse verso le 19:30.
Nota: l'autista non è un granché e corre un po' troppo su queste strade vertiginose. In discesa andava tranquillamente fra i 60 e gli 80 km/h e più di una volta ha dovuto inchiodare, slittando paurosamente sulla ghiaia. Tsiri parla poco, cerca di fare il simpatico, ma parla inglese talmente poco che la conversazione è quasi nulla. E' fin troppo chiaro che questa inutile guida non è altro che il vecchio ufficiale cinese di collegamento che usava fino a qualche anno fa per muoversi in questi luoghi. Adesso è un'altra delle truffe che dobbiamo pagare al CITS ed al TTB per poterci muovere in Tibet. Per noi è assolutamente inutile.
Gyantse... Ho passato anni sui libri di Messner, guardando le foto di questi luoghi... Ma com'è Gyantse vent'anni dopo Messner? Mah... Noi siamo arrivati tardi e abbiamo visto solo la solita inutile parte cinese. Il fatto è che vent'anni fa NON esisteva alcuna parte cinese, solo un polveroso villaggio di fango e mattoni abitato da quattro gatti, no corrente, no telefono, niente di niente. Oggi qua prende anche il cellulare - benissimo, e sono convinto che, se cerco bene, trovo anche internet!
Quel poco che vediamo stasera di Gyantse, arrivando, è uno sporco villaggio cinese, polveroso, sciatto ed inutile, ai piedi di quello che dovrebbe essere il vecchio forte sulla rocca, lo Dzong (domani verificheremo).
Alloggiamo in un moderno hotel, con tutti i confort, tv compresa, bagno normale (beh, oddio...), probabilmente l'unico hotel in città con bagni normali. E' un cazzo di hotel cinese e ci pela 250 yuan, 10 yuan più che a Lhasa. Vergognoso. Ma le brutte sorprese non finiscono qui.
Usciamo a cena e andiamo allo Zhuangyuan Restaurant, consigliato dalla Lonely Planet. Sono simpatici, si mangia discretamente, hanno un libro degli ospiti pieno di commenti in italiano, ed ovviamente l'adesivo di Avventure nel Mondo attaccato alla parete. Bene, ci pelano 180 yuan di conto!!! Non abbiamo mai speso così tanto nemmeno a Pechino o a Xi'an!! Pauroso! Oltre 20$ di conto per una cena tutto sommato simile a quella di qualunque altro ristorante cinese. Se poi la confrontiamo con i 28 yuan spesi a pranzo... Davvero degli stronzi!!
Peraltro, abbiamo subito fatto capire a Tsiri, appena arrivati, chepoteva tranquillamente farsi i cavoli suoi e che ci vediamo domani alla partenza. Speriamo che abbia capito! Ci è sembrato perplesso, non se lo aspettava, ma non abbiamo alcuna intenzione di andare in giro con il cane da guardia che cerca di fare la pseudo-guida.
Ovviamenye a Gyantse sono arrivati anche tutti gli altri Land Cruiser partiti questa mattina dallo Snowland Hotel. Vabbé.
Sì, il viaggio fino a qui è stato straordinario, peccato il brutto tempo, l'inutile compagnia delle "guide" e tutto questo schifo di presenza cinese e "modernizzazione" a Gyantse. Questo toglie davvero un po' di atmosfera al viaggio verso l'Everest. Speriamo che la situazione non peggiori andando avanti, anche se ho qualche timore in tal senso. Già Shigatse sarà devastata, e se penso alla guesthouse al campo base dell'Everest...
Comunque, tutto questo a parte, l'aria di Tibet e di Himalaya si sente, si sente eccome. E, a proposito di aria, oggi forma quasi perfetta, nonostante siamo sempre stati fra i 4.000 ed i 5.000 metri. Certo, ad ogni passo un bel fiatone...!!
(*) Abbiamo scoperto in seguito che la trascrizione corretta del nome della nostra guida é Tsering. Qui è stata mantenuta la traslitterazione improvvisata, usata nel diario originale.
Beh, certamente erano anni che non mi abbronzavo così. Dopo due mesi di scottature, sole, deserti e alta quota sono davvero nero. Peccato che sia solo in faccia e sulle braccia.
Oggi di nuovo giornata in gran parte soleggiata e caldissima. A 4.000 metri il sole, come sempre, non scherza! Nottata abbastanza terremotata, soprattutto a causa di un concerto assurdo di cani randagi che hanno abbaiato e ululato per ore nel cuore della notte, almeno fino alle 4 del mattino. Del resto, questa cosa dei cani randagi l'avevamo ben letta.
Poi, alle 7, è iniziato il solito casino in strada: clacson, mercati, ecc, e noi siamo al primo piano con la finestra proprio sulla strada. Insomma, nonostante la stanchezza alle 9:00 eravamo in piedi (si fa per dire), dopo la nostra prima notte a 4.000 metri scarsi (se escludiamo quella sull'autobus da Golmud a Lhasa). Alle 10:00, peraltro, si presenta in camera Tsiri, che vuole sapere come ci muoviamo. Gli ribadiamo che non abbiamo bisogno di lui. Si capisce che è perplesso e forse non se l'aspettava, ma va bene, e ci diamo appuntamento per le 15:00 all'hotel.
Iniziamo così il nostro giro per Gyantse. Entriamo subito nell'area tibetana e, come al solito, iniziano a partire decine di fotografie. Gyantse mostra subito il suo vero volto, ed è bellissima, quasi "intatta", certamente più di Lhasa. I quartieri tibetani sono rimasti pressochè intatti, con le case originali, i vicoli sterrati, le mucche, i cavalli, niente acqua corrente. Dopo un po', realizziamo infatti che è bene camminare al centro della strada, onde non essere investiti dagli "scarichi" delle abitazioni, che sono fatti da tubi che escono direttamente dai muri e buttano i liquami in strada.
Il villaggio è dominato dalla mole dello Dzong, che ieri avevamo guardato distrattamente, ma che oggi, con il sole, si rivela straordinariamente bello ed imponente, dall'alto di una rocca a picco sulla valle, alta circa 100 metri. Fra l'altro, questo forte è in condizioni ottime.
Attraversiamo dunque il villaggio tibetano, lasciandoci peraltro dozzine di fotografie, arriviamo all'area fortificata che racchiude il monastero di Pelkor Chöde e il famosissimo Kumbum di Gyantse. Questo complesso monastico è semplicemente favoloso, sia per la ricchezza, sia per la posizione. Con la luce che c'è oggi, poi, è stratosferico.
Dal tetto del monastero si gode una bella vista su Gyantse e la rocca dello Dzong sembra ancora più maestosa. Siamo praticamente soli. Solo all'inizio abbiamo incontrato i Land Rover di ieri, che avevano accompagnato fino lì i gruppi di ieri. Ma se ne sono andati quasi subito. Noi, in ogni caso, siamo gli unici a muoversi a piedi e ad avere mollato le nostre "guide". Anche questa volta riusciamo ad arrangiarci da soli, esattamente come vogliamo.
Verso le 13:00 usciamo dal complesso monastico ed affrontiamo la temibile salita della rocca dello Dzong, che ci porta, sotto un sole rovente, quasi a quota 4.100 metri! Si attraversa prima la periferia del quartiere tibetano e qui è davvero come essere dentro ad un film, sembra tutto incredibile, siamo al centro dell'attenzione di tutti. La "scalata" allo Dzong ci porta via una buona mezz'ora, molto fiato e sudore. Per salire gli ultimi cento verticalissimi gradini che portano proprio sul tetto del forte, bisogna pure sborsare 20 yuan a cranio (oggi ci hanno rapinato yuan da tutte le parti per i biglietti di ingresso; Gyantse è una città carissima), ma dalla vetta la vista sulla città, sul monastero e su tutta la valle è semplicemente strepitosa. Fatica, dunque, ben ripagata.
Alle 15:00, come d'accordo, siamo dunque all'hotel e partiamo com destinazione Shigatse, la mitica Shigatse, di fatto l'ultima tappa prima della salita al campo base dell'Everest (ma noi faremo un'altra sosta dopo Shigatse).
Il tempo si guasta subito alla partenza e a tratti piove pure a scrosci. La strada corre lungo la valle, piatta, rimanendo a quota costante, ed il viaggio, lungo solo 90 km, è abbastanza monotono in questa tratta. Gran parte della strada è in realtà un terrapieno sconnesso di ghiaia che corre di fianco al fiume, ad una sola carreggiata, ed ogni incontro con altri mezzi è un casino. L'assurdo è che questa tratta è piena di "posti di blocco", ossia posti dove si viene fermati e bisogna pagare per passare!!
In un punto dove la strada è interrotta e bisogna pure guadare il fiume, dopo essere stati fermati per l'ennesima volta, scoppia pure un diverbio fra Tsiri, Pasang e i personaggi che bloccano la strada. Gli ultimi chilometri, comunque, sono su una modernissima strada asfaltata, nuova, liscia come l'olio, come non ne vedevamo da settimane (!), e addirittura l'ingresso a Shigatse, nuovamente con un po' di sole, è a quattro corsie con tanto di righe colorate di separazione delle carreggiate!!
Shigatse è la seconda città del Tibet, a quota 3.860 metri, e certamente l'impatto è molto peggio di quello che mi aspettavo. Quella che attraversiamo è una città a tutti gli effetti, nella quale, peraltro, si lavora febbrilmente dappertutto per ingrandirla ancora di più!
Arriviamo qui alle 17:15 circa. Fa impressione essere qui e pensare che l'Everest è solo a 300 km circa... Sarebbe dunque questa la polverosa Shigatse raccontata da Messner nel 1980 in "Orizzonti di ghiaccio"? Mamma mia, che delusione, e che "sfacelo"! Qui i cinesi sono andati giù davvero pesanti, e almeno a prima vista questa città non ha neanche lontanamente l'atmosfera di Lhasa, non è neanche in una posizione particolarmente bella e, certamente, pur essendone in qualche modo l'"equivalente", non fa minimamente il paio con la Rio Gallegos che ricordo, in Patagonia, punto di partenza per le spedizioni al Cerro Torre. Qui, a parte qualche foto dell'Everest qua e là, atmosfera davvero zero. Speriamo di ricrederci domani.
L'albergo che ci propone Tsiri in prima battuta è una pidocchiosa topaia dove vogliono 160 yuan (20 $) per una "suite" tipo quella di Golmud. Davvero deprimente, è inoltre lontano dal centro e dovendo passare un paio di notti qui prima di lasciare la "civiltà", e considerato anche come si presenta Shigatse, decidiamo di andare a caccia di qualcosa di meglio.
Tentiamo prima lo Sang Zhu Zi Hotel, un hotel cinese segnalato dalla Lonely Planet. Più o meno le camere sono squallide come quelle dell'hotel precedente, questo però è centrale, un po' più bello e ci offrono una doppia a 180 yuan.
A questo punto Tsiri ha una ventata di lucidità e ci propone di seguirlo a questo hotel, il Manasarovar, un hotel nuovo di zecca gestito da nepalesi, appena un po' fuori dal centro, bellissimo ed ovviamente pulitissimo. Ci offrono una doppia deluxe eccezionale a soli 200 yuan (25$ scarsi, costerebbe 350 ma ci fanno lo sconto!), il servizio è eccellente, l'albergo è tranquillissimo, tutti sono gentilissimi, la camera è quasi più bella di quella dell'hotel Qianmen di Pechino, certamente più del Bell Tower di Xi'an. Il bagno, poi, è eccezionale... Bene, 200 yuan qui, 250 ieri in quella mediocrità di Gyantse... Incredibile!!!
Certom questo albergo è esattamente il simbolo di come mi sento a Shigatse... Da una parte sono ovviamente ben felice di avere un albergo così ad un prezzo assolutamente eccezionale, dall'altra certo non mi aspettavo di trovare tutto ciò a Shigatse. Inutile dire che qui il cellulare va a mille, c'è internet, non c'è alcun problema per le telefonate internazionali, ecc.
Acqua calda 24 ore. E pensare che tutto questo, solo cinque o sei anni fa, era inesistente... Che pensare quindi?
Facciamo una doccia divina, come non facevamo da Pechino! Cena in un bellissimo ristorante nepalese collegato all'hotel. Servizio eccellente, tutti svegli (nepalesi...!), parlano perfettamente inglese, il menù è vario assai, si mangia bene. E il conto? 68 yuan... Quanto ieri nella topaia cinese a Gyantse? 181 yuan!!!! Vergogna, vergogna, vergogna!!! Gyantse è veramente un posto di bastardi e Shigatse, sotto questo punto di vista, sembra il paradiso terrestre. Pare addirittura, secondo quello che abbiamo letto da più fonti, che qui ci sia l'unico PSB gentile ed efficiente di tutto il Tibet! Shigatse è considerata il paradiso per i turisti indipendenti.
Vabbè... qui ci fermiamo per due notti e almeno ci godremo tutte le comodità del mondo prima di affrontare la tratta finale verso l'Everest e lo Shisha Pangma.
Quanto a Tsiri e Pasang, poco da dire. Tutto sommato anonimi. Tsiri comunque cerca di darsi da fare ed è apprezzabile. Certo il suo è davvero un ruolo difficile, almeno per noi due, da sfruttare... Ma che diavolo ce ne facciamo di lui? Per il momento, domani, ne approfitteremo per farci scarrozzare un po' in giro. Lui cerca di fare il simpatico, povero, ma non spiccica quasi nulla di inglese e le conversazioni, pur con tutta la nostra buona volontà, non decollano proprio, niente a che fare con i grandi discorsi che facevamo con Turo.
Pasang, poi, non sembra antipatico, ma è zero rispetto alla sagoma che era Aji! Anche lui del resto non parla inglese, e quindi possibilità di dialogo pari a zero.
Purtroppo per loro, e pur con tutta la nostra (e loro) buona volontà, rimangono - soprattutto Tsiri - una imposizione del governo cinese, non delle persone a noi utili. Noi paghiamo 9.500 yuan per dei permessi fantasma e per portarci dietro queste due persone, alle quali paghiamo vitto e alloggio. Non ce le siamo scelte, né cercate. Il desiderio di liberarsene il più possibile è quindi più forte della volontà di provare a comunicare. Fra l'altro, i cinesi stanno sulle scatole pure a loro due, che sono tibetani fino nel midollo. Questo, in fondo, rende tutto ancora più surreale.
Vabbé, vedremo come evolverà questa strana e forzata convivenza i prossimi giorni.
Dormita stupenda! Questo hotel è meraviglioso, letti meravigliosi, cuscini meravigliosi, temperatura meravigliosa, silenzio meraviglioso. Ne consegue, faticosa sveglia verso le 9:30.
All'inizio la giornata sembra nuvolosa, ma poi si trasforma quasi subito e per tutto il giorno il tempo ci regala un cielo blu stupendo e caldo. Qui il tempo, comunque, è molto più variabile che a Lhasa.
Colazione al ristorante nepalese di ieri sera qua di fianco e come al solito il servizio è lentissimo. Quasi esasperante da questo punto di vista. Partiamo quindi alle 11:30 e ci facciamo portare in banca a cambiare qualche traveller cheque. Quindi, i nostri due amici ci portano al monastero di Tashilhunpo, la cittadella monastica che è il gioiello di Shigatse.
Non c'è niente da fare: ogni giorno pensiamo di avere visto il top, ed il giorno dopo è sempre meglio di quello precedente. Il monastero (o meglio, l'intero complesso, enorme...!) è semplicemente strepitoso ed anche qui partono decine di fotografie, aiutati anche dalla giornata stupenda e dai coloratissimi personaggi che si aggirano fra i vicoli.
Monaci, pellegrini, angoli e vicoli colorati, edifici stupendi, panorami straordinari. Non ne abbiamo mai abbastanza, il Tibet è senza dubbio il paese più fotogenico del mondo. L'unico neo è costituito dal fatto che il monastero vero e proprio è chiuso, e aprirebbe alle 16:00. Noi, però, alle 14:00 abbiamo ormai esaurito tutto il giro del complesso, e scattato centinaia di fotografie. Non abbiamo tanta voglia di aspettare due ore al caldo, né di tornare più tardi.
Lasciamo quindi perdere l'interno del tempio. Obiettivamente di questi, sì, ne abbiamo ormai visti dozzine di stupendi.
Ci facciamo quindi lasciare da Tsiri e Pasang al mercato tibetano. Molto colorato e bello. Compriamo collanine, braccialetti, ammenicoli vari (anche io mi "etnicizzo") e io compro finalmente il "ciribiricoccolo", ovvero il "coso" girevole che contiene la preghiera buddista arrotolata al suo interno e che tutti i pellegrini in Tibet tengono in mano e ruotano in senso orario per ore durante i Kora, e che per noi, ormai, è di fatto il vero simbolo del Tibet stesso. Abbiamo così l'ennesimo oggetto-simbolo per la nostra ormai mitica vetrina.
Dopo il mercato, solito Lassi, tè e break in un ristorantino niente male. Quindi ci mettiamo a caccia di un internet café, e immancabilmente lo troviamo anche qui, anzi, ne troviamo più di uno. Collegamenti mostruosamente lenti, ma siamo a Shigatse, e tutto ciò è già incredibile di per sè.
Rientro in hotel verso le 18:00 ed io ne approfitto per lanciarmi... vado dal parrucchiere! Eccezionale, spendo ben 20 yuan (5.000 delle vecchie lire) e mi trovo benissimo. Lunghissimo shampoo con massaggio alla testa, bella rapata. Non mi è ben chiaro se i più divertiti sono loro od io!
Verso sera mega-temporale e solito black out. In Tibet è davvero assurdo, ad ogni temporale, immancabilmente, segue un lungo black out. E dire che le linee e gli impianti sono tutti nuovi!
Andiamo a cena al solito ristorante nepalese. Ci raggiunge Tsiri, che si aggrega a noi. Riusciamo finalmente a fare un po' di conversazione, pur con molta fatica. Tsiri ha 32 anni, fa la guida da due. Non è mai stato al di fuori del Tibet. Non ha mai studiato inglese, né, del resto, è mai andato a scuola. Bisogna onestamente riconoscere che si impegna con noi fino in fondo. E, appunto, odia i cinesi.
La conversazione scivola quindi via sulle nostre disavventure con i cinesi e passiamo un'allegra serata ridendo, anche se probabilmente Tsiri capisce solo il 5% di quello che diciamo. Ma i concetti chiave li capisce eccome e inizia a comprendere bene quello che vogliamo fare, vedere, e come vogliamo muoverci.
Ci spiega un po' dell'avvicinamento all'Everest. Ormai mancano solo due giorni, io non sto più nella pelle e sto facendo tutti gli scongiuri del caso. Se il tempo continua così qualche buona possibilità l'abbiamo eccome. Domani partenza presto, tappa lunga...
Il buco del culo del mondo è qui: Lhatse. Questo è il posto più orrendo, lercio, barbaro, puzzolente e, soprattutto, di stronzi, di tutto il mondo!
Questa mattina sveglia alle 6:15, dobbiamo partire molto presto. La giornata è bella, cielo blu, solo in parte velato ogni tanto. La prima arrabbiatura arriva subito. Ci siamo svegliati prestissimo perché il ristorante apre alle 7:00, secondo quanto scritto sugli orari esposti... Invece apre alle 7:30. Così, non solo perdiamo mezz'ora di sonno, ma in più, avendo dato appuntamento alle nostre guide alle 8:00, ci tocca fare colazione rapidi e salta la "sosta cesso"... Questo fatto si rivelerà determinante, temo, nell'"economia" dei prossimi giorni...!
Alle 8:00, dunque, partiamo.
La strada oggi non è male, talvolta asfaltata, talvolta di ghiaia abbastanza liscia. Dormiamo un po' in macchina. Il viaggio è stupendo, Tibet da cartolina. Percorriamo una valle a 4.000 metri, montagne di arenaria tutto attorno, senza vegetazione. Fondo valle verde e giallo per via delle fioriture. Poi, un passo a circa 4.500 metri. Vista stupenda sulle due valli intorno.
Nota: secondo la Lonely Planet, su questa tratta ci dovrebbero essere due passi, lo Yalung La a 4.950 metri ed il Tso La a 4.500 metri. Secondo la nostra carta, dovrebbe essercene uno solo, a 4.950 metri, che ha entrambi i nomi, Yulung La o Tso La. Questo passo si chiama Tso La, e la nostra misurazione è di 4.500 metri. Non ce ne sono altri, quindi sia la LP che la mappa Lhasa-Kathmandu sono sbagliate.
Dopo circa 120 km da Shigatse prendiamo la deviazione per Sakya, che si raggiunge con una strada decisamente mal ridotta e con numerosi guadi. Ci vuole più di un'ora per risalire i 25 km della valle di Sakya, stupenda, e raggiungere il villaggio, situato a circa 4.250 metri secondo la LP (il mio altimetro segna 4.300 metri). La vallata è meravigliosa, interamente tappezzata di fiori gialli e costellata di piccoli villaggi tibetani. Qui le case sono però diverse, è la caratteristica di Sakya. Sono grigie con strisce rosse e bianche verticali, lungo le pareti.
Sakya è un gioiello. Intanto, la presenza cinese è minima ed è data unicamente da un viale a lastroni nel "centro", con qualche lampione. Per il resto, il villaggio è assolutamente intatto, tutto di casette tibetane grigie a righe, nello stile locale, ed è attaccato alla montagna e dominato da un monastero-fortezza davvero imponente.
Per le strade veniamo fermati dalla gente e dai bambini. Ci portano per i vicoli, ci si attaccano, sono curiosissimi di tutta la nostra roba. Regaliamo penne, un vecchio vuole provare gli occhiali da sole di Emanuela, tutti guardano i nostri orologi e dentro alle nostre macchine fotografiche. Un ragazzino vuole provare a chiudere le cerniere del mio zaino. Qualche yuan se lo beccano i grandi per farsi fotografare, ma sono ben dati!
Dopo avere passato un paio d'ore in giro per il villaggio in compagnia della gente locale, andiamo ad infilarci in un "ristorante". Ci guardano come se fossimo marziani. Ordiniamo pane e patate fritte. Detto fatto: escono a comprare le patate e fanno il pane sul momento. Ovviamente si beve tè. Stiamo bene. La locanda si riempie di gente che viene a "vederci". Fantastico. Conto finale: 12 yuan!
Visitiamo poi il monastero, questa volta con l'inutile guida di Tsiri, che evidentemente ne sa meno di noi. Assistiamo anche all'ennesima funzione religiosa, anche questa bellissima, ma non filmiamo perché ci chiedono 25 yuan!
Si riparte alle 15:45, e per un pezzo siamo inseguiti dai famosi cani randagi del Tibet di cui tanto parla la LP. Gli ultimi chilometri mi riaddormento.
Arriviamo a Lhatse alle 18:00. E' questo uno squallidissimo posto di sosta per camionisti, l'ultimo paese dove pernottare prima di salire al campo base dell'Everest, domani. Lhatse non solo fa veramente schifo, ma è pure un posto di bastardi peggio di Golmud! Veniamo nell'unico hotel "decente", il Lhatse Hotel appunto, un cesso di posto cinese. In paese c'è solo una strada, quella principale, e tutte le costruzioni si affacciano sul traffico.
Questo orrendo e pidocchioso hotel non ha camere con bagno, non ha acqua corrente e non ha luce elettrica. O meglio, ce l'avrebbe, ma non l'accendono. E il bello è che in camera ci mettono pure la tv! Ci si lava dentro ad un catino e, quel che è peggio, i gabinetti comuni sono delle perfette fogne cinesi, alla turca senza alcuna porta, né separazione... Quanto per una notte? CENTO yuan!!!! Da picchiarli!!!! Ovviamente, sono particolarmente scorbutici e scontrosi. Ma le sorprese non sono finite.
A Lhatse non si può mangiare dove si vuole. Ci vuole il permesso del PSB!! E così ci tocca pure cenare in questo hotel pidocchioso!
La nostra camera è invasa dalle mosche, un tormento. Questo comunque ci conferma una volta di più che i cinesi sono davvero barbari. Questo hotel è nuovo, ha solo qualche anno. L'acqua corrente ce l'hanno, ma non solo non la fanno arrivare nelle camere, ma neanche nei cessi!! E' una vergogna. Come è una vergogna che i cessi non abbiano alcuna privacy. Non esiste popolo al mondo che rinunci alla privacy almeno quando deve cagare!! Qui è tutto aperto, senza separazione fra una turca e l'altra, senza porte!! Impossibile ovviamente andarci... ma già, tanto loro sono abituati a farla in mezzo alla strada! E ci rapinano 100 yuan per tutto questo... Assolutamente scandaloso!!!
Quello che mi preoccupa è che sarà così fino a Kathmandu ormai. Da ciò che ho letto, togliendo il campo base dell'Everest, dove ovviamente dovremo arrangiarci, le nostre prossime tappe fino in Nepal saranno tutte così!
Mi riesce comunque difficile crederci... domani saliamo all'Everest...
21:55. Bambini nudi per strada, fogne a cielo aperto, fetore e sporco dappertutto. Lhatse... Facciamo un giro e un po' di spesa per i prossimi giorni, soprattutto acqua, dolci per la colazione, pane, qualche wursterl.
Penosa cena (obbligatoriamente) nel ristorante dell'hotel e conto in linea con l'hotel, 75 yuan. Per le strade un casino pazzesco. Qui chi possiede un televisore lo tiene acceso a tutto volume in mezzo alla strada. Noi ovviamente, abbiamo la camera proprio sopra uno di questi signori.
Hanno acceso la corrente elettrica nell'hotel. Non si sa fino a che ora, ma tanto adesso proveremo a dormire un po'. Domani la sveglia è alle 5:00, anche se dubito che dormiremo in questa schifosa topaia, con il casino che c'è e le mosche che continuano a volare.
Di andare in bagno proprio non se ne parla. Non avrei problemi a resistere (forse) ai conati di vomito, ma certamente la totale mancanza di un briciolo di privacy rende la cosa totalmente impossibile. Ma come si fa?? Questo è l'annullamento totale della personalità e della condizione umana! Perfino andare a pisciare è un problema! Sarebbe molto meglio essere in tenda all'aperto!
Tutto ciò non ha veramente senso. Diverso sarebbe stato attraversare il Tibet di vent'anni fa. I disagi sono sempre in conto e non c'è problema. Ma vedere questa terra devastata dai cinesi, che prima ti costruiscono un hotel come quello di Shigatse, che è stupendo sì, ma è un'assurdità anche quella, e poi, cento chilometri dopo, trovarsi questo schifo sulla base dello stesso identico principio... Ma come si fa a costruire un hotel come questo, qui, in questo schifo di posto, apposta per i turisti, e poi rifiutarsi di dargli un cesso e l'acqua corrente, e farlo pagare pure uno sproposito??? Ma allora perché non lasciare le cose come stanno??
La verità è che noi ormai ci abbiamo rinunciato e non tolleriamo più i cinesi...
La giornata dell'Everest inizia in modo decisamente epico. Dopo una nottata praticamente in bianco (il casino e il karaoke in strada sono finiti intorno alle 2:30 e in più un paio di attacchi di diarrea mi hanno costretto a scendere nell'inferno dei gabinetti al buio, perché hanno di nuovo tolto la corrente elettrica), la sveglia suona alle 5:00.
Una sciacquata rapida con il catino. Piove a dirotti, a rovesci. Partiamo alle 6:00, è buio pesto e Lhatse è avvolta da una coltre di inchiostro nero e pioggia. Fa freddo. Non si vede nulla, non ci sono luci, non c'è nessuno. Solo noi che ci muoviamo nella notte, che carichiamo la Land Rover sotto questa pioggia torrenziale, i nostri fari nel buio. Fa freddo.
Riprendiamo la Friendship Highway, ridotta ormai ad un torrente di fango, per percorrere il tratto più famoso del mondo. Verso le 6.30 inizia ad albeggiare e noi stiamo salendo, salendo, salendo…
Smette di piovere ed alle 7.30 siamo al Gyantso-La , a quota 5.220 metri. Da quassù l'alba è magnifica, fa molto freddo ora. Per la prima volta tiriamo fuori il piumino. Poco sopra di noi, una spolverata di neve. Qualche foto dal passo e poi iniziamo a scendere verso Shegar. Ci fermiamo ad un accampamento nomade, visitiamo la loro tenda. Stanno preparando il tè. Il fuoco è alimentato con sterco di yak, come nel Gobi. Niente legna quassù. Due bambini dormono nudi avvolti nelle loro coperte. È bellissimo.
Il cielo è sempre più blu. Riprendiamo la discesa su Shegar. Dalle montagne davanti a noi, ancora in ombra, sbuca ad un certo punto, sull'orizzonte, una parete di ghiaccio scintillante illuminata dal sole dell'alba. È la prima volta davanti al grande Himalaya. Di fronte a noi, un settemila (*). Quindi, qualche tornante ancora in discesa.
Poi, all'improvviso, contro il cielo blu, un'altissima piramide di neve e ghiaccio, tutta illuminata, che sale fino in cima al cielo. Scoppio a piangere. L'emozione è troppo forte, ho sognato tutta la vita questo istante. L'Everest è davanti a noi.
L'Everest è enorme, infinito, e da qui è un colosso che si infila nel cielo sopra tutte le altre montagne. Il cielo è limpidissimo. Al suo fianco il Lhotse e sembra una montagnetta al confronto. Ancora un tornante. Ecco a destra il Cho Oyu, anche lui enorme. Tre ottomila in un colpo, tre delle prime sei montagne al mondo davanti a noi, sull'orizzonte. Le montagne che ho sognato una vita sono ora lì. Non sto più nella pelle, non stiamo più nella pelle. Non riesco a frenare la lacrime. È tutto indescrivibile.
Arriviamo a Shegar e ci fermiamo per una sosta. Sono circa le 9:00 adesso e noi vorremmo proseguire, ma Tsiri e Pasang vogliono fare colazione. Odio questa sosta, il bel tempo non durerà molto, e il bello deve ancora venire! Ripartiamo verso le 9:30, non ci fermiamo neanche allo Dzong di Shegar, che fotografiamo dalla strada.
Dopo 6 km un checkpoint. Ci devono controllare i passaporti. Assurdo, perdiamo altro tempo. Altro ancora se ne era andato a Shegar, all'ingresso del Qomolongma National Park. Assurdi permessi, biglietti di ingresso, tutti soldi intascati dai cinesi e non restituiti ai tibetani. Tsiri è arrabbiato per questo, lui i cinesi li odia proprio, dice "Questo è Tibet, è nostro, non è Cina". Come non comprenderlo.
Finita la pantomima dei passaporti, ancora qualche chilometro e poi, ad un bivio, lasciamo la Friendship Highway per prendere la famosa strada che porta al monastero di Rongphu, al ghiacciaio omonimo, nonché al campo base dell'Everest. Dalla deviazione sono circa 93 km a Rongphu, ed altri 8 km al campo base dell'Everest. Da Lhatse ne abbiamo fatti circa 90.
Ci dobbiamo fermare quasi subito. C'è un altro controllo, un posto di blocco per verificare i nostri biglietti. Qualcosa non funziona nel biglietto di Tsiri, questo è davvero assurdo, ma questi stronzi del controllo non lo vogliono fare passare anche se lui è la guida! Stiamo fermi ancora una mezz'ora, si sta rannuvolando, io mi imbestialisco. Abbiamo fatto migliaia di chilometri, speso milioni, studiato tutto alla perfezione per essere qui addirittura all'ora giusta, e degli stronzi burocrati cinesi ridono e stanno mandando tutto in malora. In questa stagione ogni minuto perso è una rovina, soprattutto nell'eccezionalità di una giornata come questa, che fino alle 9 era da documentario.
Alla fine Tsiri deve ripagare il biglietto (!!) e riusciamo a ripartire... troppo tardi!
La strada sale verso il più spettacolare, il più leggendario dei passi, il Pang-La, a quota 5.180 metri. Da questo passo, dal quale sono state scattate le foto più famose del Tibet e dell'Himalaya. Da qui si vede una sezione di 150 km di Himalaya che va dal Makalu fino allo Shisha Pangma.
La strada sale a tornanti lungo questa valle stupenda, peraltro devastata dai lavori per la costruzione della strada stessa che, addirittura, è stata fatta ignorando il tracciato di una analoga vecchia strada, i cui tornanti giacciono abbandonati lungo i fianchi della montagna. Uno scempio in quello che, secondo i cinesi, è un Parco Nazionale. Peraltro è indubbio che questa strada è spaventosamente panoramica e ci si sente davvero sul tetto del mondo!
Arriviamo dunque al Pang-La alle 11:30. Ed è tutto COPERTO!! Tutti gli 8.000 sono ora coperti dai nuvoloni neri del monsone che entra dal Nepal. Si intravedono enormi ghiacciai alle basi, le nuvole iniziano intorno ai 6.500 metri, sotto il panorama è pressoché infinito e a tratti addirittura soleggiato. Sono imbufalito, disperato! Una giornata assolutamente eccezionale, straordinaria, un colpo di fortuna che valeva tutti i sei mesi di questo viaggio, mandato in malora da questi fottutissimi burocrati, asini, barbari, stronzi cinesi!!!
Rimaniamo al passo una mezz'ora, decisamente tristi e incavolati. Ne approfittiamo per fare una passeggiata e salire su una collinetta lì a fianco, il nostro primo 5.000 (saranno cinquanta metri di dislivello, ma il fiato si fa sentire!), dalla quale la vista sarebbe ancora più bella. Poi, rassegnati, ripartiamo.
Dal Pang-La al monastero di Rongphu ci sono circa tre ore. La strada risale valli per me leggendarie e stupende, attraversando qualche villaggio e molti campi nomadi. Riscendiamo a circa 4.200 metri e poi risaliamo di nuovo. Una parte di strada è franata per colpa del torrente che scende dall'Everest. Si passa lo stesso. A circa 25 km da Rongphu (che peraltro io ho sempre trovato scritto Rongbuk) si dovrebbe avere definitivamente la parete nord dell'Everest davanti a noi, ma è tutto coperto.
Risaliamo la valle morenica del ghiacciaio di Rongphu e arriviamo infine al mitico monastero, ad 8 km dal campo base vero e proprio. Dell'Everest si vede solo la parte bassa del ghiacciaio di Rongphu, in qualche momento qualche scorcio della parete nord, che comunque appare impressionante! Intorno spuntano un paio di 6.000 e 7.000 stupendi. A tratti sole, a tratti pioggia, ma lui è sempre coperto.
Facciamo campo in una delle camere vicino al monastero. Non c'è ovviamente acqua corrente, luce solo qualche ora alla sera con il generatore, no bagni. Spartanissimo, ma a dire il vero è molto meglio così. Mi aspettavo anche qui un bello scempio, un hotel o qualcosa del genere, invece c'è solo questa costruzione improvvisata ad un solo piano, qualche camera con brande e un locale con una stufa dove si può mangiare qualcosa.
C'è molta gente locale, assolutamente incontaminata, e un paio di altri fuoristrada di turisti. Quando arriviamo sono circa le 15:00. Abbiamo tutto il pomeriggio davanti con un solo obiettivo: aspettare e guardare in fondo alla valle. Io tento una sortita-bagno, mi arrampico su una collinetta qua vicino e "provo" con scarsi risultati. Questo sarà comunque un problema da risolvere.
Un po' scriviamo, un po' gironzoliamo. Visitiamo il monastero, tutto sommato questo posto l'ho sognato per anni e ne approfitto per girarmelo un po'. C'è una funzione religiosa diversa dalle solite, qui i monaci suonano strumenti tibetani. L'altimetro continua ad oscillare intorno ai 5.000 metri, non è un granché. Siamo acclimatati bene, ma stare a 5.000 metri si sente comunque e ogni tanto manca un po' il fiato. A tratti piove forte.
A un certo punto, verso le 19:00, sbuca dalle nuvole la vetta. E' solo un flash, avvolta dai nuvoloni neri e grigi, ma è davvero altissima ed impressionante. Poi più nulla. Qualche tratto di cresta nord, qualche scorcio di parete nord, null'altro.
Verso le 19:30 mangiamo qualcosa, riso fritto e uova. Aspettiamo invano, continua a piovere. Ormai credo che possiamo andarcene a dormire... Notte ai piedi dell'Everest... Oggi era davvero inutile salire al campo base. Vedremo domani.
Vorrei scrivere altro, vorrei trasformare in parole le lacrime di oggi e le sensazioni quassù... Ma sono stanco, siamo stanchi, e poi quassù non c'è quasi luce, sto scrivendo sulle ginocchia, a volte mi manca il fiato. Continuo a pensare a quella notte in tenda da solo, dodici anni fa, ai piedi del Cerro Torre. Ecco, ma qui è l'Everest, questo è il sogno della mia vita. Vederlo mi ha stregato definitivamente. Io devo provarci, se non con lui con una di queste montagne. Niente sarà più lo stesso dopo quell'immagine di oggi, dopo quella piramide di ghiaccio scintillante verso il cielo, dopo questa immensa parete che si è negata tutto il giorno, che si lascia solo intuire, che appare e scompare a tratti, dopo quella vetta lontanissima apparsa solo per un istante fra le nuvole.
Io appartengo a tutto questo, qui sono io, sono stregato da tutto questo, intimorito, affascinato. E commosso...
(*) In realtà, una volta tornati a casa, riguardando con attenzione le fotografie ci siamo resi conto che quella montagna era il Makalu, la quinta montagna della Terra, un gigante di ben oltre ottomila metri di altezza, che si trova proprio di fianco all'Everest.
Niente di niente. Nottata lunga la prima a 5.000 metri. Dentro il sacco piuma, con una coperta sopra, si sta bene, ma ogni tanto manca il fiato. Siamo un po' spossati entrambi. Verso l'alba il freddo si fa un po' sentire. Ho mal di testa, ma credo sia dovuto più a problemi intestinali che non alla quota. Invece, la mancanza di aria è proprio dovuta alla quota.
Ci tiriamo in piedi verso le 7:30, è faticosissimo. Durante la notte praticamente non siamo riusciti a bere perché l'acqua era troppo gelata, adesso siamo debolissimi. Ci facciamo tre tè di fila per riassestarci un po'. L'Everest, fuori dalla nostra finestra, è sempre in gran parte coperto. Si vede solo la parte bassa della parete. L'altimetro segna addirittura 100 metri in meno di ieri, in teoria il tempo dovrebbe essere bellissimo, ma probabilmente, in realtà, lo è stato questa notte.
Alle 9:00 la massima apertura. Si vede quasi tutto, la parete nord, la cresta nord e la cresta ovest, il primo gradone. E' di un bianco scintillante, meraviglioso, fa piangere dall'emozione. Ma la piramide sommitale rimane nascosta. E' enorme, esagerato, fantastico.
Poi, si richiude tutto e, beffa, fra le nuvole compare proprio la piramide sommitale, con un pezzettino di cresta nord dal secondo gradone, esattamente la parte che era nascosta prima. Non si riesce a capire come evolve il tempo, ma è molto diverso da ieri. Sta di fatto che sul ghiacciaio di Rongphu c'è il sole.
Svegliamo quei due idioti di Tsiri e Pasang, e cerchiamo di dargli una mossa, vogliamo fare un tentativo al campo base. I due imbecilli comunque se la prendono con molta calma. Finalmente, alle 10:30, partiamo, ma ormai è tutto chiuso e nuvoloso.
La strada da Rongphu sale attraverso l'immensa morena dell'Everest fino a quota 5.200 metri circa, in 8 km, dove si trova il campo base, passando fra l'altro a fianco delle rovine del vecchio monastero, che si trova a metà strada fra quello nuovo ed il campo base, e che in realtà è proprio quello famoso delle fotografie sui miei libri. Finalmente riconosco i posti di cui ho letto per anni.
Al campo base ci sono alcune tende permanenti che fanno da rifugio-ristorante-lodge. C'è anche una tenda militare con tanto di bandierina cinese ed alcuni militari idioti che devono "impedire" alla gente di proseguire lungo il sentiero senza permesso. Allucinante. C'è anche una costruzione orrenda di cemento per le latrine, sul muro della quale c'è scritto ben chiaro, in inglese, che per chi prosegue oltre senza permesso c'è una multa di 200$. Questo mi fa imbestialire, i cinesi vanno oltre ogni immaginazione. Naturalmente, noi ce ne freghiamo!
C'è una targa che indica "Qomolongma base camp, m. 5.200", in inglese e cinese, ovviamente non in tibetano. C'è una piramide di bandierine e le lapidi di alcuni apinisti. E, sullo sfondo, ci sarebbe lui, l'Everest. E' ora tutto coperto, si vede solo la parte inferiore della parete nord, ma da qui fa davvero comunque paura! Non so cosa darei perché si aprisse.
Proseguiamo un po' oltre il "limite", risalendo la morena, ma il tempo è ormai orrendo, tira vento e inizia a piovere. Presto diventa nevischio. Emanuela piange di rabbia, ed io non posso che trattenermi dal farlo. Continuo a pensare che ieri abbiamo perso una grande occasione.
Passiamo il pomeriggio nella tenda fissa del campo base, fuori nevica forte. Siamo soli, in compagnia di alcune ragazze tibetane che gestiscono questo posto. Io mangio un'omelette avvolta nel chapati, poi dormiamo un po'. Una ragazza ci copre con una coperta e continua a versarci del tè caldo, l'altra si lava i capelli!! A zero gradi, con acqua tiepida, senza poterli asciugare. E in maglietta... Noi siamo chiusi nei nostri goretex!
Arrivano altre ragazze e uomini di questa comunità che vive quassù. Facciamo un po' di conversazione. Sembra di vivere dentro a un film... Siamo al campo base dell'Everest... lui è qua sopra le nostre teste.
Verso le 15:00 smette di nevicare e ci facciamo fare un paio di fotografie accanto alla targa. Poi, ripeschiamo i due idioti e decidiamo di tornare giù a Rongphu, dove comunque si sta meglio che quassù a campo base. Torneremo su domani mattina, ormai è sicuro che il primo dei due giorni extra del nostro permesso ce lo giochiamo qui. Tsiri dice che in teoria non si potrebbe più tornare su, che il "viaggio" (8 km, dieci minuti) può essere fatto solo una volta, altrimenti ci sono le multe. Lo mando a quel paese e gli dico che, se ci sarà da pagare, pagheremo! Non sopporto più tutto questo...
Alle 16:30 siamo giù a Rongphu... Si apre tutto di colpo, sole, cielo blu, ma non l'Everest, che continua a vedersi solo nella parte bassa. Almeno però fa caldo ora e si sta meglio. Sulle cime intorno è nevicato, ad occhio fino a 5.500 metri circa. Io approfitto del caldo e del sole, e vado in missione a cercarmi un angolo nascosto dove fare le "mie cose". Finalmente risolvo almeno questo problema, con tanto di vista sull'Everest (parziale, ovviamente)! Poi, verso le 18:30, ricomincia a piovere. Ora (19:10) è di nuovo tutto coperto, non piove, ma fa schifo. Sono arrivati tre spagnoli, in bicicletta!! Vanno da Lhasa a Kathmandu. Sono simpatici, avevamo voglia di scambiare qualche parola con dei latini!! Inizia così la nostra seconda notte ai piedi dell'Everest...
21:15. Il miracolo si è "quasi" compiuto. Per due volte si è aperto, alle 20:30 tutta la cima ed una parte di parete, alle 21:00 di nuovo la cima e la parte finale di cresta nord, rosa nel sole. Qui è quasi al buio, lassù è rosa... Senza parole... Peccato poca luce per le foto, ma la visione è stata stupenda.
E' arrivata una banda di cinesi con guide cinesi. Saranno quaranta persone! Fine della quiete di questo posto. Ovviamente hanno subito iniziato a fare casino e a comportarsi da veri cafoni. Una delle guide è pooi un vero idiota... E' in completo gessato, con camicia, cravatta, mocassini. Ma si è guardato in giro questo cretino? Non è possibile, io non ne posso proprio più di loro...
Giornata straordinaria. Sveglia alle 7:00 per montare la "guardia". La giornata è ancora più nuvolosa di ieri all'apparenza, la valle di Rongphu è immersa nella nebbia. Ha piovuto quasi tutta la notte, ed è nevicato a "bassa" quota, intorno ai 5.300 metri. Poco sopra di noi è tutto imbiancato. Fa piuttosto freddo.
Rimaniamo nei sacchi piuma fin verso le 8:00, sbirciando dalla finestra di tanto in tanto. Sono andati via tutti, rimangono solo gli spagnoli che in mattinata salgono al campo base. Decidiamo che, vada come vada, oggi ce ne andiamo di qui, ne abbiamo un po' le scatole piene di pioggia, disagi e, soprattutto, della mancanza di un bagno. Non è tanto il lavarsi, per quello ci arrangiamo, quanto per i propri bisogni. Con la pioggia è un disastro.
Verso le 9:30 un primo segnale. Finalmente l'Everest si apre quasi tutto, vetta compresa. E' un po' velato davanti, ma è la vista migliore da quando siamo arrivati. Mentre stiamo scattando qualche fotografia, succede un casino: mi casca una lente a contatto. Persa. Stiamo un'ora a cercarla inutilmente, niente da fare. Questa cosa mi manda in bestia, non tanto per la lente in sè, quanto per la prospettiva di dovere rimanere senza lenti per almeno tre mesi e più. Fra l'altro piove e questo significa che con gli occhiali è una rottura doppia.
Con la pioggia è un disastro, con il sole niente più occhiali da sole. Per le foto è una rottura. Sono proprio incavolato. Nel frattempo l'Everest si chiude del tutto, la pioggia aumenta e non si ferma più.
Decidiamo di andarcene verso le 16:00. Il piano è di scendere a Tashi Dzong, un piccolo villaggio ad una quarantina di chilometri, ai piedi del Pang-La, dove la strada che arriva da Shegar si divide in due: una arriva qui, l'altra va a Kharta ed al campo base del Makalu. L'idea è che, se dormiamo laggiù, possiamo partire presto alla mattina e salire al Pang-La ad un'ora decente, così magari riusciamo a vedere questi benedetti 8.000 che abbiamo mancato all'andata.
Ci chiudiamo quindi nella sala comune ed aspettiamo. Non c'è altro da fare tranne aspettare e sperare. Ma piove, piove, piove, piove. Le ore passano a bicchieri di tè. Il tipo che gestisce questa guesthouse si chiama Dorje. E' stato due volte sulla vetta dell'Everest, nel 1994 e nel 1996, con due spedizioni cinesi. Lui è del 1974... I nostri due soci si chiamano - ora lo sappiamo - Tsering (Tsiri) e Pasang (come pensavo).
Piove, piove, piove. E freddo, e umidità. E una lente a contatto perduta. Finisce così l'Everest?
Nel primo pomeriggio arriva una compagnia di quattro ragazzi, due tedesche di Monaco, uno che sparisce subito, ed un tipo che avevamo già visto a Lhasa. Questo tipo, in particolare, a Lhasa c'è arrivato direttamente da Xining, in autobus, nascosto nelle cuccette in fondo! Mostruoso, e infatti ha detto che se l'è vista brutta. Ci ha messo tre giorni.
Passiamo un paio d'ore chiacchierando un po' con loro. Più o meno sono tutti in viaggio da qualche mese, come noi. Qui non c'è nessuno in "vacanza" ordinaria.
Arrivano le 16:00... Piove, arriva uno degli spagnoli dal campo base. Dice che anche su ha piovuto tutto il giorno. Gli altri due spagnoli hanno deciso di rimanere su per la notte, lui è sceso. C'è poco da fare, alla guesthouse di Rongphu si sta meglio che su al campo base, e fra l'altro la vista da qua sarebbe anche migliore, se vista ci fosse.
Vanno via le tedesche, chiacchieriamo con lo spagnolo. Il tempo ora va e viene. Tsering dice di aspettare. Mah... vabbè, Tashi Dzong è solo ad un'ora da qui, aspettiamo. Lo spagnolo è un appassionato come me di alta quota, di alpinismo e di storia dell'alpinismo. Trascorriamo una piacevolissima ora chiacchierando dell'Everest, di Messner, di Kukuzka, di 8.000, di Maestri e Bonatti, di Cesen, ecc.
Le 17:00... Adesso mi sono proprio rotto. Voglio andare. C'è il sole, il cielo è blu cobalto. Davanti all'Everest le nuvole vanno e vengono, si vede la parete nord a tratti. Tsering dice di aspettare ancora quindici minuti, e ride. Sfiduciato, mi prendo la macchina fotografica e mi allontano sulla strada che va verso campo base. Sto fermo qualche minuto a guardarlo. E' proprio il sogno della mia vita.
E quindi il miracolo. Si apre. Non tutto tutto, mancano i lati delle due creste, ma si apre. Sono quasi le 18:00, la luce è stupenda, il cielo è blu. Sono davvero davanti a lui, ora. E' magnifico, bianco scintillante, riempie tutta la valle e l'orizzonte. E' da brividi.
Gli scarico addosso un rullino intero. Poi, piano piano, riscivola lentamente fra le nuvole, un po' alla volta.
Partiamo. Tsering ride soddisfatto, ci diamo una pacca sulla spalla reciprocamente. Scendiamo lungo la valle dell'Everest con un fine pomeriggio meraviglioso. Anche Pasang sorride. Alle 19:00 circa raggiungiamo Tashi Dzong. Questo villaggio sembra uscito da un documentario. Poche case tibetane e noi.
Alloggiamo presso questa locanda, dal pretenzioso nome "Qomolongma hotel", o qualcosa del genere, della quale, ovviamente, siamo gli unici ospiti. Qui non si ferma davvero nessuno. E' un sogno. L'"hotel" è di fatto una vera casa tibetana. Acqua nel catino, quattro buchi nel cemento su una fossa come latrina. Milioni di mosche nella nostra stanza, arredata in perfetto stile tibetano. Gente locale davvero amichevole. Facciamo un giro fuori nell'unica strada, entriamo nell'unico emporio, compriamo caramelle. Siamo l'attrazione locale.
Si cena dalla nostra signora tibetana, noodle fritti con vegetali e carne. Proviamo finalmente il mitico tè al burro di yak, che non fa così schifo come dicono. Tsering e Pasang giocano a carte. Questa notte ci costa 30 yuan a cranio.
Poi succede di tutto, un documentario "live". La sala inizia a riempirsi. Arriva gente da tutto il villaggio. Qui c'è l'unica televisione, con un lettore DVD. Alimentazione, ovviamente, a pannelli solari con accumulatore! La stanza si riempie all'inverosimile, siamo tutti ammassati e ci passiamo una serata tibetana a vedere uno sceneggiato cinese doppiato in tibetano, in mezzo a tutta questa gente.
E' una serata grandiosa, unica, formidabile. Tutto questo è davvero impagabile... Ultima notte nella valle dell'Everest. Un solo rammarico, tutto sommato... Non avere potuto camminare un po' più oltre il campo base, non essere riusciti ad andare verso campo 1, come volevamo fare, per il brutto tempo. Non averlo vissuto fino in fondo.
Pazienza. Ci siamo stati. L'abbiamo visto, respirato. E' stato davvero straordinario.
Ciao Everest.
Dormire in un letto di fianco ad una finestra con vista sull'Everest ed il Cho Oyu... Non so se toccare il cielo con un dito o imbestialirmi... Le variazioni dell'altimetro sono sempre più incomprensibili. Stamattina, alla sveglia, segna -100 rispetto a ieri. Come a Rongphu. Tempo perfetto quindi? Macché...
Tashi Dzong sarebbe un posto favoloso per dormire. Ma, come dappertutto in Tibet, alle 5 attacca il concerto dei cani. Una tortura. Smettono alle 6, ed è proprio in quel momento che un camionista idiota, parcheggiato proprio davanti alla nostra finestra, spara la radio a tutto volume. Fino alle 6:30. Poi riattaccano i cani, poi autoradio e cani insieme. Allucinante. La sveglia alle 7:00 è del tutto inutile.
Siamo stanchissimi, ma questo straordinario Tibet ce lo dobbiamo ancora sudare fino in fondo. Ci diamo la solita lavata alla bene e meglio nel catino, e si riparte alle 8:10. Il cielo è nuvoloso.... Arriviamo al Pang-La alle 9:10 circa. E' un disastro. Non solo è tutto nuvoloso, ma è proprio nero. E' molto peggio di quando ci siamo passati tre giorni fa, e la giornata all'Everest sembra essere in assoluto la peggiore che abbiamo visto. Anche le valli sono piene di nuvole e di montagne non se ne vede l'ombra. Altro che vista su tutti gli 8.000, altro che 150 km di Himalaya davanti a noi. Nero, nero, nero. Decisamente quella che è la foto più famosa del Tibet non è per noi!
Ci fermiamo ovviamente al passo ad aspettare, anche se non è che ci crediamo davvero. Ne approfittiamo per farci una camminata di un'oretta su un paio di colline lì intorno, facendo così il nostro record di quota, prossimo ai 5.300 metri. Siamo davvero acclimatati bene, saliamo con una media fra i 200 e i 300 metri l'ora, con soste per guardarci intorno.
Non solo non si vede un tubo, ma sale pure la nebbia e la situazione è davvero infelice.
Propongo ad Emanuela di lasciare perdere e di andare, ma il suo secco "no" mi fa capire che oggi stiamo davvero soffrendo allo stesso modo.
Torniamo alla macchina verso le 11:00. Parlo con Tsering, ma basta guardarlo in faccia per capire che per oggi non ce n'è proprio. Verso le 11:30 abbandoniamo il campo. Questa vista non la portiamo a casa, e siamo decisamente muti e tristi. Paradossalmente, scendiamo a valle al sole e al caldo, mentre su tutto l'Himalaya è nerissimo.
Quando arriviamo sulla Friendship Highway dobbiamo ritornare indietro per un pezzo fino a Shegar per fare benzina. Qui accade l'incredibile. Al checkpoint non ci fanno passare!!! Può proseguire solo Pasang e noi tre dobbiamo rimanere a terra lì in mezzo al deserto. Questa cosa rasenta la follia. Perdo le staffe. Chiedo spiegazioni a Tsering: sono un cittadino straniero, ho un visto cinese valido e SENZA limitazioni, questo NON è un posto di frontiera e inoltre è una strada libera che NON richiede permessi! Il povero Tsering non sa che rispondere. In fondo anche lui è stato fermato, e lui ha pure i documenti che comprovano che lavora per il governo. Ma è tibetano, e i cinesi non gli credono! Sconvolgente.
Chiacchieriamo un po', Tsering ed io, di questa faccenda, ed è assolutamente evidente l'odio che lui prova nei confronti dei cinesi. Il Tibet è davvero uno stato di polizia, e per di più in mano a degli idioti che non conoscono le leggi del proprio Paese (che già di per se stesse non sono chiare), e le applicano pure a caso. Assurdo per noi, assurdo ancor più per i tibetani, che sono a casa loro.
Secondo gli spagnoli che abbiamo conosciuto a Rongphu, quest'anno le cose sono ancora peggio perché è il 50° anniversario della "liberazione" del Tibet da parte dei cinesi, che quindi temono disordini. Tsering dice che da qui al confine ci sono ancora tre checkpoint! Tutto ciò non fa, ovviamente, che peggiorare definitivamente i nostri sentimenti nei confronti dei cinesi.
Pasang torna e ripartiamo per Tingri. Quando arriviamo nuovamente alla deviazione per l'Everest, questa volta fotografiamo il cartello: Everest base camp 101 km. Lhotse base camp. Makalu base camp. Cho Oyu base camp.... Mi viene ancora da piangere, forse anche di rabbia.
Il viaggio fino a Tingri è molto bello, attraverso il deserto tibetano, che qui sembra Arizona. Arriviamo a Tingri intorno alle 13:30. E' questo un altro villaggio tipo Lhatse, un posto da camionisti insomma, ma con una propria personalità. In più, da qui dovrebbe esserci una vista spettacolare su Everest e Cho Oyu, che ovviamente non c'è. E' tutto nero.
Abbiamo qualche incomprensione con Tsering. Lui vorrebbe che ci fermassimo alla Amdo Guesthouse, una topaia da 30 yuan a notte, con camere che sembrano celle da galera e latrine che sono addirittura all'aperto, senza neanche un tetto. Della porta, ovviamente, neanche a parlarne! Questo è sinceramente troppo. Almeno all'Everest potevamo andare a cercarci un posto fra le montagne, qui in paese come si fa?? Io voglio andare al posto consigliato dalla LP. Questo si trova 400 metri al di fuori del paese, ma ha tutte le camere (carine) con la vista (teorica) su Everest e Cho Oyu, e le latrine hanno addirittura una porta che si può chiudere con un sasso. Costa 120 yuan, il ristorante è bello, il villaggio è a 5 minuti a piedi.
Tsering dice che la vista c'è anche dall'Amdo (sì, dal tetto!!) e alla fine scopro che il problema è che l'Amdo è gestito da tibetani, e l'Everest Snow Leopard è gestito da cinesi. Mi spiace per Tsering ma, per una volta, non c'è proprio paragone. Così ci portano qui e se ne vanno un po' incavolati.
Il personale di questo hotel è ovviamente deficiente, ma almeno la camera è decente e finalmente riusciamo anche ad andare in bagno!! Riposiamo un po' e verso le 18:00 andiamo a fare un giro per Tingri. Il villaggio non è male, polveroso, sporco, una via piena di ristorantini, negozietti e qualche guesthouse.
Facciamo un po' di spesa, siamo seguiti come sempre da orde di bambini sporchissimi e laceri che ci chiedono soldi, caramelle, biscotti. Tingri è decisamente "vera", anche lei.
Poi, verso le 19:00, l'incredibile. L'assurdo. Un vento fortissimo inizia a spazzare via tutto e nel giro di pochi minuti eccoli! Everest e Cho Oyu, bianchissimi, scintillanti contro un cielo tutto blu, perfetti. E lontani! Emozione indescrivibile e rabbia amara si mescolano insieme. E' tutto limpidissimo, con il nostro teleobiettivo si possono quasi toccare. Maledetti!! Tre giorni là sotto e solo pioggia, pochi frammenti sudati. Ed ora, stupendi!
Siamo tutti in fila sulla strada, seduti, a guardare e fotografare. Noi, quattro francesi e tre inglesi, tutti gli ospiti di questo hotel. Non voglio pernsare a come deve essere la vista dal Pang-La, né dal campo base.
Torniamo in camera. Dalla nostra finestra la vista è perfetta. Altro che Amdo Guesthouse!! Posso anche osservare, finalmente bene, il Cho Oyu. La via normale sulla cresta occidentale è evidentemente facile ad occhio nudo.
A cena alle 20:30, con una serata stupenda sull'Himalaya. Emozione o rabbia? Dormire con la vista dell'Everest e del Cho Oyu... è indescrivibile. Indescrivibili sono i miei sentimenti questi giorni, indescrivibili i miei pensieri e le mie emozioni. Io so che devo tornare qui. Devo tornare per salirli.
Anche il Tibet ormai volge al termine. Domani abbandoneremo definitivamente l'Everest. Che dire?... Alla prossima, Qomolongma...
Ultima notte in Tibet... Quante cose vorrei scrivere tutti i giorni... Questa mattina sveglia alle 6:00, siamo sempre più stanchi. Everest e Cho Oyu sono sempre lì, limpidi nella luce di ghiaccio buia dell'alba. Ci rivestiamo a lume di candela, solida pseudo-sciacquata nel catino di acqua gelata. Il vento è cessato nella notte, i cani questa notte non hanno rotto particolarmente le scatole.
Alle 7:10 arrivano i due a prenderci. Pasang si è ubriacato ieri sera ed oggi è completamente fuori fase. Inoltre, puzza di alcool in maniera impressionante. Durante il viaggio Emanuela non lo regge più e scoppia un diverbio. Ci dobbiamo fermare e ci vuole un po' a calmarla. C'è molto imbarazzo e tensione.
Appena usciti da Tingri la vista sull'Everest esplode letteralmente. E' semplicemente favoloso. Si vede tutto, si riconoscono perfettamente le vie di salita dei versanti nord e nord est. Indescrivibile. Poi, la strada gira intorno ad una collina e questa volta "ciao Everest" davvero. Lo vedo scomparire dal finestrino posteriore ed è certo che qualcosa di questo si viaggio si chiude qui.
Proseguiamo lungo la Friendship Highway in uno scenario come al solito da favola. Decine di forti in rovina, villaggi tibetani minuscoli, nomadi. Qui la strada è di ghiaia tirata bene e si viaggia veloci. Il tempo regge, anche se intorno a noi parecchie nuvole nere tendono ad ammassarsi.
A circa metà strada fra Tingri e la frontiera con il Nepal, proprio prima di salire al La-Lung La (o Nyalam Pass), si incontra il bivio con la strada che va verso il Kailash e il campo base dello Shisha Pangma, la nostra destinazione. Ci fermiamo al bivio, e la vista è mozzafiato. Due settemila scintillanti sullo sfondo chiudono l'orizzonte ad un altipiano a 4.600 metri di quota. Da dietro le "colline", alla nostra sinistra, spunta la vetta immacolata dello Shisha Pangma.
Mi allontano dalla macchina e da tutti e finalmente mi lascio andare in un pianto liberatorio. Questo è ciò che ho sempre sognato in tutta la mia vita, baratterei qualunque cosa per poter salire una di queste montagne.
Prendiamo dunque la strada per lo Shisha Pangma e percorriamo qualche decina di chilometri che ricordano molto la Mongolia. Tante piste parallele, molti balzi, parecchi guadi, alcuni molto profondi e un po' impressionanti, tutto su un altipiano deserto di ghiaia a circa 4.600-4.700 metri. Straordinario. Questa zona è davvero remota e come la sognavo. A dire il vero, di tutto questo viaggio credevo che questa tratta sarebbe stata la più difficile da realizzare, ma invece siamo qui!!
Arriviamo al solito checkpoint assurdo, in mezzo al nulla. Sulla nostra sinistra, enorme, infinito, meraviglioso, scintillante, si innalza lo Shisha Pangma. Il checkpoint è una baracca di cemento, con dentro tre letti pulciosi e sporchi, un cucinino ed un letamaio in ogni angolo. Quando arriviamo nessuno muove un dito. Una specie di militare cinese si tira su dal letto in mutande, si gratta, si infila una calzamaglia di lana a brandelli, sputa per terra.
Abbiamo qualche problema, perché questo tipo vuole 400 yuan (!) per l'auto e 65 a testa, e Tsering non lo sapeva. Alla fine paga lo stesso, incazzandosi ovviamente. Entriamo così nel Parco Nazionale dello Shisha Pangma.
La pista diventa ora quasi invisibile a tratti, costeggiamo una catena montuosa sulla destra. Dopo circa un'ora arriviamo nella valle dello Shisha Pangma e lo spettacolo è straordinario. Una catena di montagne di 6.000 e 7.000 metri circonda tutto il nostro orizzonte piatto di ghiaia. Centinaia di yak al pascolo, nomadi, il blu turchese del lago Paiku-Tso alle nostre spalle. Indescrivibile. Solo il tempo è ora così e così, e gran parte delle cime sono avvolte da nubi grigie, ma i ghiacciai che abbiamo davanti sono strepitosi.
Arriviamo dunque al campo base dello Shisha Pangma, quota 5.000 metri. C'è una targa, due latrine. Niente altro, se escludiamo qualche rifiuto sparso per la prateria. Già, prateria, yak, e ruscelli d'acqua fresca a 5.000 metri. Davanti a noi lo Shisha Pangma è ora quasi interamente coperto da nuvole nere. Il luogo però è da sogno. Ancora non riesco a credere di essere qui, riconosco il luogo di tante fotografie dei miei libri.
Rimaniamo al campo base fin verso le 14:00. Passeggiamo, andiamo verso il campo base avanzato, che si trova ai piedi del ghiacciaio. Foto a decine, come sempre. Il tempo è a tratti soleggiato, lo Shisha Pangma si mostra a pezzi, a volte la vetta fra le nuvole, a volte le creste, a volte la parete. A noi basta.
Chiacchieriamo con due nomadi (a gesti, essenzialmente), regaliamo loro biscotti, tè, due magliette. Gli lascio le mie magliette preferite per andare in montagna. Sono felice che, dopo tanti 4.000 insieme, rimangano al campo base di un 8.000. E' quasi simbolico per me.
Poi ripartiamo, torniamo verso la Friendship Highway e facciamo gli ultimi passi a 5.000 metri prima di abbandonare l'altopiano tibetano per scendere nelle valli del Nepal. Lo Shisha Pangma continua a fare capolino, finché sull'ultimo passo, il Tong-La, a 5.120 metri, ci regala un'immagine stupenda, tutto intero, bianchissimo, sembra una nuvola. Commovente. Lo si può toccare da quanto è vicino e imponente.
Dal passo, peraltro, la vista spazia all'infinito sull'altopiano, sulle valli che scendono in Nepal e sui 7.000 che segnano la frontiera. E' uno spettacolo unico, siamo senza fiato (e non per la quota!).
Inizia quindi una vertiginosa discesa, che in una quarantina di chilometri, attraverso valli da favola, deserte, lunari, ci porta fino all'interno di un canyon, a quota 3.750 metri, dove si trova Nyalam.
Nyalam è un orrendo villaggio, polveroso, essenzialmente cinese, che si snoda lungo la Friendship Highway, ed è il solito posto di sosta per camionisti. Qui non si ferma quasi nessuno, se non alcuni di coloro che provengono dal Nepal per fare una notte di acclimatamento prima di proseguire per Tingri. La frontiera è ormai a soli 30 km, altri mille metri più in basso. Dopo giorni e giorni siamo scesi per la prima volta al di sotto dei 4.000 metri e domani scenderemo per la prima volta sotto i 2.000 da 26 giorni. Incredibile...
In questa topaia di Nyalam, come al solito, non c'è acqua corrente, e l'elettricità c'è solo a tratti, la sera, con parecchi black out. Tutto ciò rasenta sempre più l'incredibile, sembra che i cinesi facciano apposta a tenere il Tibet nello stato di degrado maggiore possibile. Ormai siamo rassegnati.
L'albergo è una schifosa topaia, il villaggio è una schifosa topaia. Peraltro qui si incontrano già molti nepalesi. La maggioranza della gente sembra anche più deficiente del solito. Mangiamo da schifo, è tutto uno schifo. Ma è anche l'ultima notte in Tibet...
Dopo l'Everest e lo Shisha Pangma è certo che siamo davvero ad un giro di boa. Qui finisce una parte importante del nostro viaggio, e peraltro siamo ormai a circa metà del nostro tempo. Mongolia e Tibet hanno lasciato il segno. Il Tibet mi ha fatto piangere, così come la Patagonia dodici anni fa.
Siamo stanchi. Il Tibet è stato duro. Ma, almeno io, ci lascio ben più del cuore. Da domani si gira pagina, in qualche modo inizia davvero il "ritorno" a casa, non solo perché siamo a metà tempo (e oltre metà dei chilometri), ma anche perché la maggior parte dei "sogni" e delle tappe fondamentali sono state portate a termine. Inizia adesso il lungo ed incerto trasferimento che ci porterà fino in Asia Centrale, la nostra ultima vera meta.
Dovremo attraversare tutto il Nepal, l'India, il Pakistan, su una rotta diretta e classica, ma piena di difficoltà logistiche e politiche. Almeno fino ad Islamabad sarà quasi una corsa, con soste di riposo a Kathmandu e a Delhi.
Ormai la nostra testa è già a Kashgar, il nostro vero obiettivo dopo il Tibet. In questo momento è lontanissima...
Nota: abbiamo provato la Tsampa, altra specialità tibetana. Un po' come mangiare cartongesso... Ormai è una settimana che andiamo avanti senza acqua corrente e luce elettrica. Io ho la barba lunghissima. Siamo sporchi, stanchi, abbruttiti...
Nepal! Dopo oltre 1.300 km da Lhasa abbiamo così concluso la mitica Friendship Highway, centrando così un altro degli obiettivi di questo straordinario viaggio. Nepal!! Il mio 64° Paese all'attivo!...
E' stata un'altra giornata straordinaria, indimenticabile, dura, faticosa, ma storica! Sono stanchissimo, siamo stanchissimi. Ma non voglio rimandare a domani l'ormai classico appuntamento con il diario di bordo. Mi è così familiare scriverlo in diretta ogni sera...
Nottata a Nyalam disastrosa, come tutte (quasi) le precedenti. Nyalam si conferma un posto di merda, l'albergo raccoglie camionisti chiassosi, cafoni ed animali fino ad oltre l'una di notte. Le pareti della stanza sono fatte con divisori di plastica, quindi il casino è quadruplicato. Proviamo anche ad incazzarci, con scarsi risultati. Le scatarrate ed i gargarismi del nostro autista si sentono a centinaia di metri di distanza.
Quando alle 8:00 suona la sveglia siamo due stracci. Riusciamo solo a prendere un tè ed un caffè perché è tutto chiuso, e siamo stufi di uova e colazioni strane. Piove. Siamo praticamente in mezzo alle nuvole, siamo entrati in pieno monsone. Tutto ciò rende Nyalam ancora più orrenda e la nostra voglia di Nepal ormai definitiva.
Partiamo verso le 9:30. Vogliamo imbucare quelle quattro cartoline dell'Everest rimediate ieri faticosamente, ma l'ufficio postale è chiuso. Chiedo a Tsering di dire a Pasang di guidare piano oggi. La strada da qui alla frontiera, 30 km circa, fa davvero paura, è a strapiombo sul canyon, sterrata, senza alcuna protezione, di fatto a una sola corsia, e in più piove e c'è fango.
Ci infiliamo quindi definitivamente dentro alle nuvole e alla nebbia, sembra davvero l'inferno, o una Reunion moltiplicata per mille. Diverse cascate, alcune delle quali davvero grosse, ci sbarrano la strada e dobbiamo attraversarle. E' un viaggio ai confini del mondo, questo...
Continuiamo a scendere, ed ormai il canyon è completamente ricoperto di vegetazione tropicale, fradicia. Dalle pareti, decine di cascate altissime precipitano sul fondo, dove si distinguono le grosse rapide del torrente che abbiamo visto praticamente nascere sull'altopiano. Tremila metri, poi duemila. Scendiamo bassi come non eravamo da settimane. Per fortuna il traffico è quasi nullo e Pasang guida piano come gli abbiamo chiesto.
Verso le 11:00 arriviamo a Zanghmu, a circa 2.600 metri di quota, posto di frontiera cinese. Zanghmu è come da attese, come l'avevo vista in televisione in qualche documentario. Un brutto paese cinese arrampicato in maniera mostruosa sui fianchi del canyon. Non ha più niente di tibetano, c'è molto più Nepal qui e le case sono disposte lungo i tornanti. La pioggia lo rende proprio un posto di frontiera davvero remoto e documentaristico.
Dal passo, ieri pomeriggio, abbiamo perso ben 2.500 metri di dislivello. E non è finita...
Cambiamo qualche 100$ in rupie nepalesi. I cambiavalute improvvisati per strada ci fanno un cambio di 75 rupie per 1$. L'uscita dalla Cina non è difficile. Rapido controllo del visto, bagagli ai raggi X. Timbro... dopo 6 settimane lasciamo questo Paese, nel quale peraltro dobbiamo comunque rientrare fra circa un mese...
Al di là della frontiera cinese, il vuoto. Ci sono 8 km da qui a Kodari, posto di frontiera nepalese. Siamo su questa strada fangosa, in mezzo al canyon e alla foresta, con tutti i nostri bagagli. Dovrebbero esserci un sacco di macchine nepalesi ad aspettare, ma invece non c'è anima viva, a parte qualche nepalese e tibetano che salgono a piedi lungo la strada, o aspettano in questo vuoto infernale.
Tsering ci ha accompagnato a piedi fino a qui. La macchina non può passare.
Dopo circa un'ora, per fortuna, una macchina nepalese, una piccola Peugeot, arriva, e per 80 yuan ci porta giù. Salutiamo così Tsering e con lui, definitivamente per questo viaggio, il Tibet. Ho un bel po' di magone. Perfino Tsering, il nostro inutile, pasticcione, e imbranato compagno, mi manca già.
Il ragazzo nepalese guida come un pazzo su questi 8 km di tornanti fangosi, orridi, devastati dalla pioggia monsonica, e a me corre ben più di un brivido lungo la schiena. Sono probabilmente gli 8 km più lunghi della mia vita, ma intorno a mezzogiorno siamo finalmente a Kodari, frontiera nepalese, quota 1.600 metri circa. Sopra le nostre teste, Zanghmu.
Il "tassista" ci molla prima del Friendship Bridge, il ponte che scavalca il canyon e sul quale, fisicamente, corre la linea di confine, segnata da una riga rossa. Prima del ponte, ancora un checkpoint cinese.
Quindi, a piedi, aiutati da un portatore, attraversiamo questa benedetta e sudata frontiera. Subito dopo, l'immigration office nepalese è uno scherzo. Siamo finalmente in Nepal!! E guadagniamo due ore e un quarto, qui il fuso orario è +5,45, senza ora legale.
Piove, piove a dirotto e le nuvole sono basse. Kodari è di fatto un insieme di baracche di legno e lamiera, ma già è tutto un altro mondo rispetto alla Cina. Troviamo un auto per Kathmandu, trattiamo per 2.500 rupie, circa 30$, ma in realtà potevamo probabilmente spuntare un prezzo ancora migliore. Ma piove, siamo stanchissimi, affamati. E ci sono ancora 120 km a Kathmandu. Ancora non abbiamo ben realizzato di avere passato la frontiera, una delle frontiere più famose del mondo. Eravamo solo in sei occidentali in tutto... Iniziamo la discesa finale, verso Kathmandu.
Per chi arriva dal Tibet, il Nepal si presenta come un'esplosione totale di verde, di natura, valli e cascate, case vere, colori. Colori delle persone, delle donne nei loro sari. E' un festival di colori. Osserviamo attoniti il paesaggio che scorre dai finestrini. Solo poche ore fa eravamo quattromila metri più in alto, sopra le nuvole e nel deserto tibetano...
L'ultima parte del canyon è la più difficile. Ci sono tantissime frane e smottamenti. Più volte rimaniamo bloccati, mentre le ruspe liberano autobus affondati nel fango, riaprono la strada. Il traffico è molto intenso, la strada fangosissima e vertiginosa, e il nostro Isuzu slitta un casino. Però passiamo. Passiamo. Passiamo!! La nostra paura di trovare la strada bloccata per fortuna è superata.
Arriviamo a Barabise, primo vero centro abitato. Sembra di essere in India! E ora, sotto i 1.000 metri di quota, inizia anche il caldo tropicale. Caldo, umido, aria pesante. Siamo di colpo in un altro mondo. Da Barabise a Kathmandu sono 80 km di piacevole strada asfaltata, saliscendi, villaggi, colline. Case vere, gente normale, colori, colori, colori, e anche un po' di sole! Nuvole monsoniche molto basse.
Mi fa strano essere in Nepal, dall'altra parte dell'Everest. Il nostro primo Nepal è come da attese. Penso a Gege che ha passato mesi qui, anni, e a Bruno e a Robi, che ci sono già stati. Mi sento un novellino, eppure noi abbiamo attraversato tutto l'Himalaya! Ma come è diverso pensare alla presenza, qui, di ben otto 8.000, dopo avere visto quelle stesse montagne dalla prospettiva, completamente diversa, del deserto d'alta quota del Tibet.... Qui è tutto verde, c'è gente, coltivazioni a terrazze, case, c'è "civiltà".
Già, uno shock venendo dal Tibet, esattamente come dice la Lonely Planet. Ma, l'Everest che si vede da qui (non in questa stagione!) è lo stesso che abbiamo visto noi dall'altra parte?? Possibile??
Nonostante il traffico che ci blocca più volte, manco fossimo a Bangkok, verso le 17:30 - anzi, le 15.15 ora nepalese! - arriviamo infine in fondo alla Friendship Highway ed entriamo, sporchi, stanchi, sudati, finalmente, a Kathmandu.
Nota: lungo la strada ci siamo dovuti fermare almeno cinque volte ad altrettanti checkpoint militari, dove ci hanno controllato i passaporti. A molti hanno anche ispezionato i bagagli. Anche la gente a piedi viene fermata e perquisita. Militari in giro per le strade. Kathmandu e il Nepal sembrano militarizzati. Prevenzione contro la guerriglia maoista?
In città, ci facciamo portare prima ad un hotel in centro, il Classic Hotel. E' proprio affacciato sulla piazza centrale e ci offrono la loro migliore camera, al sesto piano, con vista, tv e bagno a soli 25$, che di fronte alle mie perplessità diventano immediatamente 15$... Non è male, e il rapporto qualità-prezzo-posizione sarebbe anche fantastico... Ma a me questo hotel ricorda il Marco Polo di Ulaan Baatar, o l'Ukraina di Mosca, in peggio.
Siamo in giro da due mesi e mezzo, gli ultimi quindici giorni sono stati duretti. Non ci laviamo da una settimana, siamo stanchi. Ho voglia di un hotel vero, questa volta di un super hotel. Ci spostiamo quindi fuori dal centro, nella zona di Durbar Marg, e veniamo a questo hotel che è certamente uno dei migliori della città. Siamo per fortuna in bassa stagione e tratto una camera deluxe da 185$ a notte a 100$ a notte. E' la camera più cara che abbiamo mai preso, ma dobbiamo stare qui almeno una settimana, vogliamo finalmente riposarci e poi - accidenti - siamo in viaggio di nozze!!!
Per chi arriva dalla Cina, il Nepal è il paradiso terrestre. Gentilezza esagerata, premura, disponibilità, cordialità, inglese parlato a tutti i livelli... Sembra di sognare! Ci chiudiamo in camera e praticamente trascorriamo tutto il pomeriggio a lavarci. L'hotel è una reggia, c'è una piscina enorme, ci trattano in modo principesco.
Kathmandu la rimandiamo ai prossimi giorni. Ceniamo qui, in uno dei ristoranti dell'hotel, che ha un menù davvero vario e chiaro! Fettuccine al sugo e insalata. Una birra vera. Posate, bicchieri, tovaglioli. Giornali in inglese. Sorrisi. E conto di sole 1.600 rupie. Se consideriamo che questo è uno dei posti "carissimi"...
Telefonato a casa... Kathmandu... Quasi ventimila chilometri alle spalle, ed ottanta giorni di viaggio. Ed eccoci nella magica Kathmandu...
|