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L'antibiotico inizia a fare effetto. Questa mattina sveglia alle 6:30. Faccio anche un minimo di colazione. Alle 8:00 arriva Yulya a prenderci, come previsto. Al check-out dell'albergo c'è un po' di confusione. Ci mettono un bel po' a farci il conto, arriva anche il proprietario dell'hotel, italiano, di Piacenza. E' un tipo odioso, insulta pesantemente le ragazze della reception, soprattutto in italiano, bestemmia.
Chiediamo di pagare con la carta di credito, visto che apparentemente accettano sia Visa, sia Amex. Tant'è, non riusciamo, perché il cambio ufficiale è intorno ai 5.000 manat per dollaro, circa un quarto del cambio in nero, e quindi secondo loro ci perderemmo. La verità (ma ce ne rendiamo conto solo quando ormai è troppo tardi) è che loro sarebbero costretti a farci il conto in dollari dopo avercelo già presentato sulla base del cambio in nero, la carta di credito verrebbe comunque addebitata in dollari e quindi a perderci sarebbero loro! Peccato esserci cascati. A noi comunque non cambia niente alla fine, paghiamo in dollari cash sulla base del cambio nero.
Quindi, ce ne andiamo anche da Ashgabat.
La strada prosegue davanti a noi verso ovest ora, stiamo andando a Mary. Domani attraverseremo il confine con l'Iran. Per oggi lo seguiremo lungo le aride montagne che identificano il confine e che da qui sono molto suggestive.
A parte le montagne in questa prima parte di viaggio, per il resto nulla da segnalare fino a Mary. La strada corre monotona nella pianura incolta, è una giornata molto calda: ieri qui c'erano 37°! Pochi posti di blocco e peraltro veniamo fermati una sola volta per un rapido controllo dei passaporti.
Verso le 12:00 arriviamo a Mary, che quanto a squallore fa il paio con Dashoguz. Qui, come già ad Ashgabat, la solita statua idiota in oro dello "zio" (come ormai lo chiamiamo noi) e i soliti cubi di cemento in pezzi con i vetri rotti, circondati da vie faraoniche e vuote ad otto corsie. Il Turkmenistan è davvero il posto più squallido e deprimente che abbiamo mai visitato. E pensare che Mary è la seconda città di questo Paese, e ne è stata anche la capitale! Mostruoso!
Ci fermiamo per il pranzo in uno squallido e vuoto "baretto", il posto "migliore" della città. La donna dietro al bancone ha la solita faccia funebre, non saluta, non dice una parola, non sorride, sta in uno stato di totale apatia, come tutti qui in Turkmenistan. La solita domanda di Yulya, "cosa volete?", è sempre più surreale! Prima bisognerebbe sapere cosa diavolo hanno, e poi si sa che tanto non hanno nulla.
Finisce a wursterl e puré.
Quindi, carichiamo un'altra guida! Già perché, oltre all'autista nuovo (simpatico, non male) e a Yulya, "dobbiamo" tirare su anche Victor, il collega di Yulya della filiale di Mary dell'agenzia. Insomma, la faccenda è un po' mafiosetta: dobbiamo andare al sito archeologico di Merv, ma questo è "territorio" dell'agenzia di Mary. Così è Victor a doverci fare da guida. E allora perché paghiamo Yulya?? Perché faccia da interprete!! Infatti, sebbene sia chiaro che Victor l'inglese lo capisce eccome, lui con noi parla solo in russo, e Yulya traduce!
E così partiamo per Merv, a circa 25 km da qui, con questa paradossale formazione: 2 turisti e 3 guide!!
Victor è alienante. Si spaccia per archeologo e studioso, e parla a raffica, armato di libro con fotografie e suoi disegni del sito archeologico. E Yulya traduce tutto in simultanea. Mostruosamente palloso!!
Da segnalare anche altre particolarità turkmene.
Cambiamo ancora, e sempre in nero. Come al solito, la macchina si ferma in città in una via laterale, accanto ad un'altra macchina. I soldi passano rapidi di mano. A cambiare in modo legale *non* siamo riusciti in tutto il Paese! In teoria è possibile farlo in una sola banca di Ashgabat dove però, quando Emanuela ci è andata ieri, non glielo hanno permesso!
In questo Paese *non* si pagano l'acqua e l'elettricità. E la benzina costa 1/50 di dollaro al litro, 400 manat. Praticamente, è regalata: un pieno costa un dollaro ed è questo il motivo per cui viene contrabbandata in Uzbekistan, come abbiamo visto a Nukus. Il problema è che tutto ciò è solo una facciata. Sono i regali assurdi che lo zio fa alla popolazione per far credere che questo sia davvero il nuovo Kuwait. In realtà è un disastro totale.
Nessuno paga tasse, perché non c'è reddito ufficiale che possa essere prodotto. Il dollaro è illegale, ma è l'unica moneta circolante. E' del tutto evidente che tutti i business sono di fatto portati avanti in modo "illegale" e apparentemente, per la gente comune, l'unica vera rendita è data dal cambio in nero dei dollari per le strade.
La polizia di mestiere fa i posti di blocco e "controlla" la gente. Nel senso che la deruba. Qui siamo sulla più grande autostrada al mondo per il trasporto dell'eroina, che corre dall'Afghanistan alla Turchia, e la droga passa proprio lungo queste strade, con la evidente complicità di ben più di qualche poliziotto di questi "posti di blocco", che in teoria dovrebbero proprio essere un deterrente! La "criminalità", nel senso classico del termine, qua non esiste. La polizia vive di corruzione e potere, e basta.
Qui circolano BMW di grossa cilindrata più che in Germania. E' peraltro ovvio che arrivano tutte dal mercato parallelo delle auto rubate. Questo Paese sta peggio dell'Albania.
Alla tv lo zio che parla, lo zio in trionfo, lo zio santificato in continuazione, e gente che recita a memoria il libro sacro dello zio, il "Ruhnama". E' spaventoso.
Immersi ormai completamente in questa catastrofica atmosfera turkmena, ce ne andiamo a visitare l'ultima "meraviglia" di questo assurdo Paese, l'antica città di Merv, un'altra delle grandi capitali sulla Via della Seta, in teoria il sito più bello di tutto il Turkmenistan.
Merv è un pacco galattico. In mezzo alla pianura e alle sterpaglie non c'è rimasto assolutamente più nulla di questo leggendario complesso vecchio di oltre 2000 anni, raso al suolo da Gengis Khan. Niente, di niente, di niente. Solo alcuni terrapieni di fango dove prima si ergevano le antiche mura, che danno l'idea di quanto Merv fosse estesa.
Il sole cuoce tutto, fa caldissimo. Victor e Yulya ci accompagnano fra le sterpaglie, terra solo di scorpioni e serpenti, piena di fango secco e cocci di terracotta troppo finti e sparpagliati per sembrare davvero veri, come sostengono loro. Victor estrae dalla tasca, guarda caso, quattro statuine "perfette" che secondo lui risalgono a qualche periodo differente fra loro. Fanno parte della sua "collezione" privata, che a suo dire è più grande di un museo. E' chiaro che sta tentando di rifilarci della paccottiglia falsa. Facciamo "ooooh" e lasciamo perdere.
Un mausoleo distrutto ci viene spacciato come modello studiato dal Brunelleschi per realizzare la cupola di Firenze! Decisamente perplessi osserviamo che, guarda caso, la nostra edizione italiana della Lonely Planet non ne fa cenno... Bah...!
Insomma, questa gita per Merv si trascina stancamente finché, verso le 17:00, ce ne torniamo finalmente a Mary. Qui alloggiamo presso una casa privata, poiché l'hotel pare che sia nelle stesse condizioni di quello di Dashoguz. In questa casa, carina, con pergolato interno, dignitosa, nessuno saluta, nessuno parla. Noi veniamo abbandonati qui da Yulya, l'autista e Victor, che verranno a riprenderci domani mattina. Qui ci danno da mangiare del riso, carote, anguria e tè. Finiamo la serata da soli in questo cortiletto.
E così finisce anche il Turkmenistan, ultima notte in questo Paese. Adesso sì che dobbiamo correre. Ci rimangono davvero pochi giorni e, obiettivamente, il 16 ottobre bisogna essere a casa, considerato che il 18 dobbiamo andare a Trieste per il matrimonio di Maria.
Questo vuol dire che abbiamo poco più di due settimane per coprire tutta la strada del ritorno: una bella corsa, non c'è che dire...!
Il nostro Turkmenistan finisce sulle note di Chris Rea che ci accompagnano piacevolmente insieme all'alba sul deserto, e il nostro Iran - 70° Paese, per me - inizia con i muezzin che cantano dai minareti. Da città a città, nello spazio di pochi chilometri, tutto cambia. Da una quasi Europa di quasi europei, alfabeto latino, occhi chiari, all'Arabia più profonda, l'Islam più integralista, l'Iran che per tanti anni abbiamo sognato...
Sveglia prestissimo questa mattina, alle 6:00, una giornata davvero lunga e impegnativa ci attende davanti. Fa decisamente fresco a quest'ora. Emanuela fa le prove con il vestito (orrendo!) comprato al mercato di Ashgabat. Fra qualche ora varcheremo la frontiera e lei deve prepararsi a scomparire sotto ai veli. Mi fa tristezza vederla armeggiare, provare e riprovare il grande foulard che le farà da velo, sacrificarsi lì sotto con il caldo che farà. Ma con l'Iran non si scherza, soprattutto con quello che abbiamo davanti oggi, che è l'area più integralista.
Alle 7:30 Yulya è il nostro simpatico autista passano a prenderci. E' evidente che Yulya è davvero entusiasta di noi e non fa altro che raccontare a tutto il mondo del nostro viaggio.
Partiamo per Saraghs, frontiera turkmeno-iraniana, circa 180 km a sud di Mary. Io sono un po' teso, lo riconosco. Da qui in avanti ci muoveremo quasi al buio, è una tratta non facile e non l'abbiamo preparata per niente (non era decisamente prevista!), senza contare il fatto che dobbiamo pure farla rapidamente. Si viaggia fra i soliti campi di cotone, Chris Rea in sottofondo addolcisce il viaggio. E si arriva alla frontiera turkmena.
Grandi saluti con il nostro simpatico autista (decisamente il numero 2, dopo Tossum)...(mi stavo dimenticando di Aji! Facciamo il numero 3...!) e Yulya ci accompagna ancora una volta attraverso i balzelli delle assurde frontiere turkmene. Questa scivola via più facilmente di quella in entrata, grazie soprattutto a lei. Ma qui sono evidentemente soldati russi, proprio come al Torugart, alla frontiera fra Xinjiang e Kyrgyzstan. Anche questa frontiera "esterna" della CSI è chiaramente controllata dai russi. Già, perché usciamo anche, e definitivamente, dalla CSI.
Pochi controlli, viene aperto un solo bagaglio a caso. Poi, il capetto locale vuole fare il simpatico con Yulya e allora le fa apposta un sacco di difficoltà sulle registrazioni, sui documenti, su tutto, per poter fare quindi il brillante e fingere di chiudere un occhio. Yulya non abbocca e si difende bene. Insomma, in una mezz'ora ce la caviamo. E poi non accade nulla.
La frontiera iraniana è circa ad un chilometro avanti a noi, sotto il sole. Troppo distante per affrontarla a piedi con tutto il bagaglio. Ma qui non c'è assolutamente nessuno oltre a noi, e non c'è alcun traffico! Ancora una frontiera bella deserta e chiusa.
Pare che sia possibile utilizzare uno scassatissimo autobus abbandonato al lato della strada, ma non si trova un autista. Così passiamo un'altra mezz'ora lì ad aspettare, in mezzo alla terra di nessuno! Finalmente arriva un tipo, trattiamo per 2$ (un furto!), ci carica su questo relitto di autobus letteralmente in pezzi, che riesce a far partire solo armeggiando con il motore, e percorriamo così il chilometro che ci separa dall'Iran. Frontiera.
Se possibile, questa frontiera è ancora più deserta di quella turkmena. Non ci sono nemmeno, o per lo meno non si vedono, soldati, guardie, polizia, funzionari. Nessuno e nulla. Scendiamo davanti ad una palazzina vuota e scalcinata. Di colpo tutto è cambiato. Tutto è scritto in farsi, foto di Khomeini e degli altri zii da tutte le parti. Uno stanco impiegato si fa passare i passaporti dietro al vetro di uno sportello. Qui siamo un'ora e mezza indietro rispetto al Turkmenistan, ormai solo un'ora e mezza avanti all'Italia...
Ci vuole una buona ora perché questo tipo, che appare e scompare con i nostri passaporti, metta infine il suo timbro. Entrati!!
Una donna che dovrebbe controllarci i bagagli ci fa passare senza praticamente battere ciglio. Lei è tutta vestita di nero, interamente coperta, solo il volto è scoperto. Emanuela è ormai scomparsa sotto ai suoi veli marroni e blu da qualche ora. Soffre la scomodità, soprattutto con lo zaino, il caldo e tutto il resto, e io soffro per lei! Però siamo entrati in Iran. Ed è stato banale, salvo il fatto che i nostri passaporti sono stati controllati e ricontrollati n volte e che addirittura Emanuela si è dovuta togliere le lenti a contatto e mostrarle per giustificare il fatto che non avesse gli occhiali come nella foto!
Cambio 300$ in rial iraniani. Qui non c'è il problema del cambio nero, né la dichiarazione valutaria. Il cambio è a circa 8.000 rial per dollaro. Anche qui pacchi di banconote.
Trattiamo un passaggio per Mashhad, 180 km a sud ovest, la prima città sulla ferrovia, da dove prenderemo definitivamente il "treno per casa", via Tehran, Tabriz, Ankara, Istanbul.
Il passaggio ci costa 90.000 rial, poco più di 10$, una sciocchezza. E assaggiamo subito questo Iran: gente sorridente, strade perfette, tutti spiccicano due parole chiave di inglese. Addirittura, in certi punti lungo la strada, è obbligatorio allacciarsi le cinture! Strade così lisce, segnalate e perfette non ne vedevamo dall'Europa! Cartelli bilingue, farsi ed inglese. Stile di guida del nostro nuovo autista, peraltro, uguale a quello di tutto il resto dell'Asia... Velocità folle.
I 180 km per Mashhad sono davvero belli. Deserto, montagne e canyon colorati, per qualche istante sembra di essere in Xinjiang o lungo la Karakoram Highway. E' un percorso che merita senza dubbio. L'autista si ferma, prima per comprare un'anguria, poi fra le montagne, presso un boschetto, per dividerla e mangiarla assieme a noi.
Arriviamo a Mashhad verso le 15:00. Siamo già belli stanchi e accaldati, soprattutto Emanuela che non ne può già più del velo che la soffoca. Povera! Del resto qua basta guardarsi attorno... Donne tutte in nero, ipercoperte. Mashhad è la città santa dell'Iran, la Mecca degli sciiti in un certo senso, e qua c'è poco da fare i difficili, si rischia l'arresto.
Ci facciamo dunque lasciare alla stazione. Mi occupo di tutto io: per prima cosa i biglietti per Tehran. Prenoto un vagone letto in classe deluxe sul treno delle 19:00, il migliore. Di fatto, ce n'è uno ogni ora. Costa 22.000 rial per due persone, cioè meno di 30$ in due, e il biglietto comprende la cena e la colazione! Niente male.
Qui sono tutti amichevoli all'eccesso. Uno che mi fa il biglietto, addirittura, vuole che scambiamo gli indirizzi perché io gli possa mandare delle riviste di arte, in cambio di non ho capito cosa! Nel complesso, questo è il biglietto più facile da acquistare di tutto il viaggio. Vado all'ufficio informazioni (...!), dove parlano un buon inglese (...!!!). Qui tutto è scritto in inglese, almeno ciò che serve. La tipa mi fa vedere tutti gli orari ed i prezzi dei vari biglietti. Io scelgo. Lei scrive tutto in farsi su un foglietto che mi consegna e con il quale mi manda da un altro tipo che mi accompagna da quello che mi fa il biglietto al computer. Un gioco da ragazzi rispetto alla Cina e all'India!
Poi, molliamo i nostri bagagli al deposito: banale, no? E quindi ce ne andiamo in giro per Mashhad: sono ora le 16:00 circa e abbiamo tempo fino alle 18:30.
Ci incamminiamo verso la famosa Àstàn-é Qods-é Razavì, un complesso di madrase e moschee da paura, il centro sacro dell'Islam sciita. Mashhad ci fa ripiombare nel vero Islam più profondo: bazar affollati, traffico intensissimo, moschee, minareti, donne tutte irrimediabilmente vestite di nero, con il solo volto scoperto. Uomini vestiti per lo più normalmente (io vesto normale, solo indosso una camicia a maniche lunghe; talvolta le tengo arrotolate, talvolta distese), ma anche qualcuno con abiti decisamente arabi e turbante.
All'ingresso di Àstàn-é Qods-é Razavì veniamo fermati: l'entrata è rigidamente controllata. Gran parte dell'area è riservata ai musulmani, ma i non musulmani possono entrare se accompagnati da una guida, evitando il centro sacro del complesso. Dobbiamo lasciare giù tutto, macchine fotografiche e passaporti compresi. Verremo via da Mashhad senza fotografie, ed è veramente un peccato, per non dire un disastro (*). Entriamo così all'interno scortati da una ragazza. Emanuela deve indossare, sopra a tutti i veli che già indossa, uno chador completo! Gliene danno uno all'ingresso.
Dobbiamo fare un giro rapidissimo, abbiamo poco tempo ed il complesso sarebbe enorme. Inutile dire che di occidentali non c'è ombra quaggiù. I palazzi e le moschee all'interno di Àstàn-é Qods-é Razavì sono semplicemente mozzafiato. La ricchezza delle architetture, delle decorazioni, dei colori, dei mosaici a piastrelle, è straordinaria. Tutto ciò che abbiamo visto fino ad oggi impallidisce al confronto. Sebbene lo stile generale richiami moltissimo (ed è in gran parte) quello timuride visto in Uzbekistan, qui l'esplosione è totale, grandiosa.
Alcune madrase hanno i portali, enormi, interamente ricoperti d'oro, e d'oro sono anche i due grandi minareti della moschea centrale. Gli interni dei palazzi sono interamente decorati a mosaici e a specchi. Le cupole sono tutte colorate, come ogni altra cosa intorno a noi.
Migliaia di fedeli e pellegrini si aggirano per i corridoi, le vie interne, i cortili. Tappeti dappertutto, enormi, distesi anche nei cortili all'aperto per l'ora della preghiera. Visitiamo i palazzi esterni e ci viene anche consentito di sbirciare, dall'ingresso, all'interno della moschea e dell'area interdetta. Visitiamo anche il museo della grande moschea. Ci regalano alcuni libri sull'Islam e cartoline.
A causa del fuso orario, il buio cala molto presto, intorno alle 17:30. Il muezzin chiama a raccolta, arriva la gente per l'ora della preghiera e riempie i cortili. Ci sentiamo come se fossimo alla Mecca. Siamo senza parole, ma anche stanchi e accaldati, e dobbiamo tornare in stazione.
Un'altra maratona di mezz'ora, attraverso una Mashhad ormai buia e affollatissima, ci riporta in stazione verso le 18:15. Ci riprendiamo i bagagli e ci imbarchiamo dunque sul treno per Tehran. Il treno è bello, forse però meno di quello che mi aspettavo. Certamente non all'altezza di quelli russi. Gli scompartimenti sono per quattro persone e le pareti sul corridoio sono di vetro, con le tende. Quindi, dai corridoi sembra tutto aperto.
I pasti vengono serviti direttamente in scompartimento, sembra un po' un aereo in questo senso. Donne tutte e sempre velate, e così anche la povera Emanuela, che continua a soffrire nel suo scomodo "completo".
Veniamo agganciati da una coppia di giovani iraniani sulla trentina, sposati. Lui indossa la cravatta, un fatto straordinario in un Paese che la condanna come simbolo della corruzione occidentale, lei è "moderna" e indossa un foulard azzurro. Parlano un po' di inglese, scarsissimo, ma quel che è peggio è che sono appiccicosissimi e non ci mollano più. Si fanno cambiare scompartimento e vengono a sistemarsi nel nostro, senza naturalmente avercelo prima chiesto, e così passiamo una faticossisima e noiosa serata in loro compagnia.
Il fatto è che non solo non avevamo alcuna voglia di fare conversazione, ma Emanuela voleva anche un po' di privacy per potersi togliere il velo e sistemarsi. Invece niente, e per giunta questi spiccicano davvero pochissime parole di inglese, e quindi si fa pure fatica ad intendersi. Siamo davvero troppo stanchi per questo.
Lui, ingegnere, ha inventato le mollette di metallo che chiudono i wursterl in Iran! Lei se la tira. Lui fa conversazione con me, lei con Emanuela, raramente insieme. La separazione dei ruoli è micidiale. Sono davvero appiccicosi, non c'è modo di scrollarseli. Lui vorrebbe addirittura che a Tehran non andassimo in albergo, ma che fossimo ospiti a casa loro a pensione completa. Vorrebbero anche accompagnarci in giro a fare shopping e a visitare Tehran. Insistono per occuparsi di noi a tutti i costi e vogliono provvedere a cercarci un agenzia di viaggio, l'albergo a Tehran, ecc.
Vabbè, per il momento è chiaro che la temibile ospitalità aggressiva iraniana ci sta avvinghiando sin dai nostri primi passi in Iran, e noi non siamo proprio in vena.
Cena a base di kebab di pollo e riso, non male. Si dorme scomodi in questo vagone letto. Il treno balla un casino e per questo decido di rimandare la scrittura del diario a domani. Del resto, con i due rompiscatole, non sarebbe comunque possibile. L'unica per staccarseli di dosso è mettersi a dormire. Naturalmente le donne devono dormire allo stesso piano, e con il velo in testa...
(*) Queste sono alcune foto di Mashhad recuperate su Internet, che testimoniano le meraviglie di questa straordinaria città, della quale, come scritto nel diario, non abbiamo potuto portare via alcuna immagine:
[link=http://www.iranchamber.com/cities/mashhad/mashhad.php /]http://www.iranchamber.com/cities/mashhad/mashhad.php[/link]
La sveglia è alle 6:30 circa, dopo una notte dormita male. Belle luci sul deserto intorno a noi, deserto iraniano, montagne aride e colorate sul lato destro della ferrovia, deserto piatto sul lato sinistro. Qualche foto. L'Iran che vediamo dai finestrini del nostro treno appare stupendo. Da una parte il rammarico di dover correre, dall'altra la stanchezza e la voglia di casa. Villaggi fuori dal tempo, donne interamente vestite di nero. Anche ieri, viaggiando verso Mashhad, ne abbiamo attraversati.
A parte qualche fotografia al volo, comunque, questo nostro rapido Iran continua a rimanere privo di immagini. Ed è davvero un peccato, ma mancano la voglia ed anche il tempo di fermarsi, e forse il nostro viaggio fotografico è ormai finito. Pensare che in valigia ho ancora molti rullini.
I nostri "amici" non ci mollano. E' come avere le cuffie in testa. Ci descrivono le montagne che vediamo, il deserto, il clima. Tutte cose banali. E noiose, soprattutto alle sette del mattino. Colazione a base di pane e marmellata.
Entriamo a Tehran verso le 9:00, quasi in sordina. Non è come arrivare a Mosca, o a Pechino. E' un arrivo senza colore. Una stazione tutto sommato povera e squallida, sembra Delhi. E non solo in questo. Mi sento stanco per affrontare Tehran, una delle città più caotiche e grandi del mondo. Per fortuna un facchino si prende cura dei nostri bagagli.
Cerco di liberarmi dei sacchetti di plastica con le brochure ed i libri che ci hanno regalato a Mashhad (ci mancano solo quelli!) nascondendoli sotto il sedile in treno, ma i due rompicoglioni li trovano e, ovviamente, me li restituiscono. Non riusciamo neanche ad occuparci del taxi. Vogliono fare tutto loro. Si mettono anche a discutere con il nostro facchino, che vuole più di 1$ e lei lo manda via. Lui se ne va offeso, io lo inseguo e gli do 2$, e poi mando lei a quel paese e le dico che sono capace di pagare i facchini da solo, e che pago secondo il "mio" valore, non il loro.
Sta di fatto che loro impiegano delle ore a trattare per un taxi per noi, e noi siamo loro "ostaggi". Lo trovano e salgono con noi! L'albergo che ci consigliano è completamente dall'altra parte della città: Tehran appare da subito mostruosa, come LA, o Rio de Janeiro, almeno 40 km di diametro. Non è la stessa cosa stare da una parte o dall'altra della città. Questo albergo è a due passi da casa loro, e vabbè, lo indica anche la Lonely Planet e ci andiamo.
Ci vuole quasi un'ora di taxi, è a Tehran nord, quartieri residenziali, chilometri e chilometri di expressway e tangenziali con un traffico spaventoso, a ridosso delle montagne. Mentre andiamo ci rendiamo subito conto che è troppo fuori mano per noi, ma ormai siamo in ballo. Passiamo prima da casa loro, dove lui si fa lasciare giù e ci lascia nelle mani della moglie, che da questo istante va totalmente nel pallone e non riesce più né a tirare fuori una parola, né a capire un accidente. Io sto iniziando ad incavolarmi, Emanuela è fusa sotto ai suoi veli.
Arriviamo dunque a questo albergo scelto da loro, una mostruosità di venti piani e cinque stelle: 150$ a notte, senza colazione. Diciamo, a lei e alla reception dell'hotel, che sono matti. Fra l'altro non accettano nemmeno le carte di credito! Solo che adesso le persone delle quali dobbiamo liberarci iniziano a moltiplicarsi.
Ci isoliamo per una quindicina di minuti e studiamo la situazione, cioè la cartina di Tehran della Lonely Planet, da soli. Troviamo un albergo che fa per noi, riusciamo a spiegare a tutti che possiamo, e *vogliamo*, fare da soli. Ci facciamo scrivere in arabo l'indirizzo dell'hotel che abbiamo scelto. Infatti, è chiaro che anche qui i tassisti non conoscono gli indirizzi. Ci fanno chiamare un (costoso) taxi e questa volta ripartiamo da soli, finalmente.
Un'altra traversata di Tehran, sempre più caotica e calda, e arriviamo infine qui all'Omid Hotel, Central Tehran, un bel 3 stelle, prezzo 58$ a notte, colazione compresa. Tv, frigo e cucinino. Non male. C'è anche un pc attaccato ad Internet per "soli" 30.000 rial all'ora.
Crolliamo a letto. Sono circa le 12:00...
Sveglia e doccia, finalmente. Ora sono le 15:00 passate e bisogna decidere il da farsi. Siamo davvero stanchi. Tehran è veramente un casino, non siamo più abituati a città così "estreme" e forse non siamo più neanche motivati e carichi, senza contare che a Tehran non c'è quasi nulla da vedere, a parte musei.
Ma il nostro primo problema è: come ce ne andiamo da qui? E come al solito questa è la prima domanda alla quale dare risposta, tutto il resto a dopo. Mi "tocca" telefonare al nostro amico iraniano. Del resto ci aveva detto di essere in grado di occuprasi di tutto, e subito, e che aveva degli amici in un'agenzia. Io gli avevo anche spiegato per bene il nostro programma, per cui...
Per cui niente. Prima chiamo a casa: la moglie, sempre più nel pallone, mi dà il suo numero di cellulare. Lo chiamo dunque al cellulare, ma è evidente che non capisce un tubo. Parla di autobus, di non so che. Gli passo Emanuela, ma capirsi è davvero difficile. Emanuela riesce a fare l'unica cosa da farsi: lo manda gentilmente a quel paese e gli dice che facciamo da soli, e che ci faremo poi vivi noi (seee...).
Chiediamo dunque alla reception dell'hotel. Trovare un'agenzia che sia in grado di risolverci tutta la tratta fino ad Ankara dovrebbe essere un'idiozia. Ma non lo è... Intanto siamo senza passaporti. Quelli dell'albergo non li mollano, ma noi ne abbiamo bisogno per fare i biglietti! Così, ci indicano loro un'agenzia alla quale rivolgerci, e ci fanno accompagnare! Questo perché non siamo liberi di avere indietro i nostri passaporti. Io ormai odio davvero tutto questo.
Fatto sta che all'agenzia alla quale veniamo accompagnati è possibile acquistare solo biglietti aerei. Non solo, ma la tipa della biglietteria aerea ci indica un'altra agenzia alla quale rivolgerci, ma invece il nostro accompagnatore ci riporta all'hotel, dove dobbiamo restituire i nostri passaporti. Sono inviperito, ma bisogna cercare di uscire da questa situazione.
Ci rimane una via: l'agenzia che ci ha segnalato Yulya. Ma, apparentemente, i numeri di telefono che ci ha lasciato non funzionano. Sempre peggio. Nel frattempo telefono a casa.
Decidiamo infine di uscire per i fatti nostri e ci facciamo una passeggiata fino ad un grande albergo qua vicino, che dovrebbe avere un'agenzia viaggi al suo interno, almeno stando a quanto segnala la Lonely Planet. Niente. Facciamo solo il pieno di cartoline. L'agenzia ha chiuso i battenti come, pare, molte altre a Tehran dopo l'11 settembre 2001.
Siamo davvero scornati. Andarsene da Tehran sta diventando davvero complicato. Torniamo all'albergo. Facciamo ancora un tentativo chiamando l'amico di Yulya sul suo numero di cellulare. Finalmente becchiamo qualcuno, ma ci viene dato un appuntamento telefonico per stasera. Non resta che fare un rapido giro su Internet e poi uscire per cena, a mangiarci una pizza qua sulla via.
Nota: qui si beve davvero la mitica Zam Zam.
Dopo cena veniamo finalmente contattati da questo fantomatico agente di viaggio, che però *non* ci dice dov'è il suo ufficio, ma ci dà appuntamento per domani direttamente qua all'hotel, dicendo che verrà lui stesso a prenderci. Non mi piace per niente, ma non sarà facile fare diversamente. Non ci resta che aspettare domani e giocare di rimessa a questo punto.
Certo è che qua è ancora più difficile che in India. L'Iran si presenta più difficile di quanto immaginassi. Io credevo che sarebbe stata una passeggiata, invece non lo è affatto, soprattutto per Emanuela, che ora appare davvero stanca. Anche io lo sembro (e lo sono).
Dalla partenza ho perso quasi 13 kg, ad occhio! Da qui ad Ankara non sarà facile, c'è poco da fare. E poi, con il fatto che qui nessuno accetta carte di credito, dobbiamo anche fare attenzione ai dollari. Non ce ne rimangono più moltissimi e qui è un casino.
Insomma, questo ritorno si preannuncia sempre più complicato. Valuteremo tutte le opzioni e decideremo il da farsi. Mi rendo conto che anche io, ormai, ho davvero bisogno di "casa", in qualche modo.
E così ce ne andiamo da Tehran un giorno prima del previsto, e non ci fermeremo nemmeno a Tabriz. Non c'è verso di incastrare le tappe con il calendario, e meno di volersi massacrare per i prossimi 2.500 km fra autobus, taxi, frontiere, ecc.
Il nostro Iran vola dunque via in un battito di ciglia ed è un peccato davvero. Giusto il tempo di realizzare che anche a Tehran siamo capaci di imparare rapidamente a muoverci e che l'Iran è fattibile come tutto il resto. Iran come India, dunque. Una toccata e fuga rapidissime, appena il tempo di respirare. Ci fermeremo un giorno in più ad Istanbul, qui non c'è proprio verso di organizzarsi avendo i giorni contati come noi e volendo rientrare via terra entro il 16 ottobre.
Questa mattina iniziamo proprio tentando di sciogliere il problema dell'andarsene da qui. Alle 9:00 ci telefona il tipo dell'agenzia, l'amico di Yulya. Trattiamo un po' al telefono, ma capirsi e cercare di fare il punto della situazione in questo modo è un casino. Alla fine viene lui all'hotel, alle 11:00, accompagnato da un collega, e scopriamo il perché. L'agenzia non è di Tehran, ma di un paese a 50 km! Risolto anche questo mistero.
I due sono gentilissimi e parlano un ottimo inglese. A quanto dicono non abbiamo alternative. Per Tabriz ci sono solo due treni alla sera, a meno di non volere andare in autobus. Ma da Tabriz verso Ankara, o verso Van in Turchia, c'è un solo treno alla settimana ed è quello stesso Trans Asia Express che parte da Tehran e va a Istanbul. Non ci sono altre opzioni in treno da Tabriz, solo autobus.
Ma se noi non vogliamo massacrarci con viaggi in autobus da 48 ore, l'unica sequenza ragionevole sarebbe partire da qui la sera del 4 ottobre, arrivare a Tabriz il 5 mattina. Oppure, partire in autobus il 4 mattina ed arrivare a Tabriz il 4 sera, dormendo lì. In questo modo, il 5 potremmo visitare Tabriz e comunque dovremmo ripartire il 5 stesso da lì, in macchina, per raggiungere la frontiera con la Turchia. Dalla frontiera dovremmo trovare un'altra macchina fino alla prima città turca, e quindi in autobus fino a Erzurum, da dove potremmo riprendere la ferrovia fino ad Ankara.
Fisicamente micidiale da farsi non-stop. E se ci fermassimo saremmo in ritardo.
In treno c'è un'unica possibilità: partire domani. Il Trans Asia Express, infatti, parte domani sera da Tehran e va diretto ad Istanbul, via Tabriz e Ankara. Non possiamo dunque fermarci a Tabriz come avevamo previsto. E in questo modo arriviamo ad Ankara con un giorno di anticipo sul piano. Non mi piace affatto, ma non c'è scelta. (Ci sarebbe, se non dovessimo per forza rientrare a casa entro il 16, per essere il 18 a Trieste come previsto...).
Sono decisamente contrariato, non c'è che dire. Compriamo tutti e quattro i posti dello scompartimento di 1^ classe e dobbiamo prendere il biglietto intero fino ad Istanbul. Non c'è modo, infatti, di comprarlo solo per Ankara. La differenza di prezzo sarebbe minima, ma anche questo è assurdo.
Insomma: 4 posti per Istanbul, prima classe, per un viaggio di 3.000 km, tre giorni di durata, ci costano 212$. Davvero poco. L'unico dubbio che ci rimane è che il treno passi *effettivamente* da Ankara e che si possa scendere! Da qui è praticamente impossibile saperlo e anche questo è incredibile! Un controllo su Internet sembra confermare la cosa, ma un po' di perplessità rimane.
Partenza dunque domani pomeriggio e dopodomani saremo già fuori dall'Iran ed in viaggio verso l'Europa. E' come se una calamita ci attirasse ormai sempre più forte verso casa.
Bisogna comunque dire che i due tipi dell'agenzia sono stati di una cortesia e di un'efficienza estreme.
Ci telefonano in hotel anche i due rompiballe del treno da Mashhad. Ancora una volta riusciamo a scaricarli. E quindi, verso le 13:00, finalmente usciamo a farci il nostro giro per Tehran. Giornata caldissima, temperatura prevista fra i 31° ed i 33°. Cielo limpido, montagne aride davanti a noi, a nord della città, che ci separano dal Mar Caspio.
Tehran è una città enorme, ma "normale". La prima città assolutamente, del tutto familiare, da quando abbiamo lasciato l'Europa, e intendo Berlino, non Mosca. Questo ci sorprende abbastanza. In fondo Tehran è davvero simile a Milano, almeno nella parte centrale. Muovendosi verso sud e la città vecchia è più araba, ma non in modo così evidente.
La gente - gli uomini - sono del tutto europei nei lineamenti e nell'abbigliamento. Le donne no. La cosa più assurda sono gli autobus: uomini davanti, donne dietro. Demenziale.
Saltiamo su un taxi e ce ne andiamo al museo nazionale dell'Iran ed al vicino museo dell'Islam, due istituzioni. Tutto sommato una delusione. Ci sono alcune cose interessanti, soprattutto provenienti da Persepoli e dalla Mesopotamia, ma sono musei davvero poveri se comparati ai grandi musei occidentali - mi viene in mente il museo nazionale di Atene, o quello ittita di Ankara, tanto per citare degli esempi.
Sostiamo in una tea-house all'interno di un parco. Si vede in giro qualche turista. Si riconoscono perché le donne sono sempre vestite in modo un po' "strano" rispetto alle donne iraniane, e fuori standard, come Emanuela. E a tal proposito ce ne andiamo al bazar per provvedere una volta per tutte alla questione abbigliamento di Emanuela, e liberarla da quella orrenda vestaglia marrone turkmena e dal mega foulard blu che le è scomodissimo.
Il bazar di Tehran non ci delude al primo assaggio. E' grandissimo e la parte vecchia è tutta a volte medievali e corridoi, come quello di Aleppo. Qui Tehran rivela tutto il suo carattere arabo. Noi, ormai da anni, nei bazar ci sentiamo a casa. Emanuela compra finalmente un velo leggero, azzurro, bello, e un vestito altrettanto leggero, corto alle ginocchia (da indossarsi con sotto i pantaloni, ovviamente), che le sta bene. Ora è perfettamente iraniana e, pur essendo ancora sacrificata, non è più così "triste" come prima ed assomiglia alle giovani iraniane che sempre più sfidano la legge andando in giro con il foulard tirato all'indietro e il vestito colorato.
A tal proposito, va detto che praticamente tutti quelli con cui parliamo non fanno altro che lamentarsi del governo e del regime. Tutti vorrebbero parlare con noi di politica, ma noi glissiamo accuratamente e ci mascheriamo dietro a frasi di circostanza. Troppo pericoloso qui affrontare certi argomenti con gente sconosciuta.
Proseguiamo dunque il nostro giro per il bazar fin verso le 16:00, poi ce ne torniamo in albergo per attaccarci ad Internet e trovarci un albergo ad Ankara ed uno a Istanbul.
Verso sera arriva un altro tipo dell'agenzia, gentilissimo, che ci porta i nostri biglietti per domani. Insomma, ormai anche a Tehran sappiamo "muoverci" e stiamo prendendo confidenza. Davvero un peccato andarsene.
Mangiamo in hotel dopo una passeggiata nel quartiere, intorno alle 21:00. La sera, qui, Tehran è davvero animata. Negozi, luci, traffico, locali. Sì, mi dispiace proprio andamene, ma tutto sommato ancora due mesi fa non ci avrei nemmeno scommesso di essere qui oggi. Del resto, fisicamente sono sempre più provato. L'intestino e lo stomaco vanno meglio (sono peraltro sempre sotto antibiotico), ma ho le occhiaie, sono scavato, ho perso quasi 13 kg, il che mi ha riportato al peso di due anni fa - e questo va bene, ma li ho persi di colpo! Inoltre, ho la fronte piena di brufolini.
E tutti i giorni ce n'è una, c'è poco da fare. Per continuare, adesso, ci vorrebbe davvero una bella sosta di almeno due settimane, ed in un super hotel.
Anche oggi nessuna fotografia. Tehran non offre molto da questo punto di vista, ma così il nostro Iran scivolerà via quasi tutto senza immagini. E questo è davvero un peccato.
Tant'è, io sono destinato a rimanere un perenne insoddisfatto. Più che le cose fatte e viste, di questo viaggio mi rimarranno tutte quelle che non siamo riusciti a fare e a vedere.
Io sono sempre stato, sono, e sarò sempre, uno zingaro. Non c'è nulla da fare.
Entriamo oggi nel sesto mese di viaggio, e di nuovo viaggiamo verso ovest, questa volta per una tratta significativa di quasi 2.500 km. Ce ne andiamo via dall'Iran per entrare in Turchia e, questa volta, avvicinarci sensibilmente a casa.
Questa mattina sveglia intorno alle 9:00 e check-out. Abbiamo mezza giornata a disposizione, il treno è alle 18:35. Saltiamo su un taxi e torniamo verso il bazar, attraversando anche a piedi una zona di Tehran sud. Il bazar, però, oggi è praticamente deserto e tutto chiuso. E' giovedì, giornata prefestiva (qua il giorno festivo è il venerdì). Non riusciamo neanche ad andare alla moschea che si trova in mezzo al bazar, l'unica vera attrattiva di Tehran, perché c'è una manifestazione in corso, anche piuttosto accesa, di una folla che sembra essere di fondamentalisti islamici, e quindi ce ne teniamo alla larga. Peccato.
Insomma, Tehran, come il resto dell'Iran, ci sfugge un po', anzi, quasi del tutto a dire il vero. Pazienza. Sostiamo ancora alla tea-house di ieri, nel parco, e ci facciamo anche una pipata.
Verso le 15:00 saltiamo su un altro taxi e ce ne andiamo a prendere i bagagli in albergo, quindi ancora taxi fino alla stazione, terminal n° 2, partenze internazionali. La stazione centrale di Tehran, infatti, è organizzata come un aeroporto. Dobbiamo presentarci al check-in ben due ore e mezza prima. Sono dunque solo le 16:00 quando ci arriviamo.
Passiamo una buona ora e mezza in coda ad un controllo bagagli e passaporti necessario per imbarcarsi sul treno. Verifichiamo che effettivamente è possibile scendere ad Ankara e non saremo fra l'altro - ovviamente - gli unici. Il treno proseguirà quindi per Istanbul.
L'imbarco sul treno vede in coda una folla davvero interessante e, soprattutto, un volume impressionante di bagagli e sacchetti di "tutto". Donne che piangono come fontane, scene da film sull'emigrazione. I bagagli vengono etichettati e caricati su un nastro trasportatore, come in aeroporto. E' però possibile portarseli a mano in scompartimento e non farli viaggiare separatamente, scelta per la quale optiamo, anche per evitare che ce li spediscano ad Istanbul per errore.
Alle 18:00 saliamo e, come previsto, abbiamo tutto lo scompartimento per noi. Eccoci dunque sul Trans Asia Express, che in circa 3 giorni ci porterà ad Ankara, una sorta di Transiberiana a rovescio per tornare verso ovest. Di nuovo un grande viaggio in treno, al contrario però. Questo treno è più o meno simile a quello preso fra Mashhad e Tehran, solo un po' più vecchio. Vivibile, comunque.
Maciniamo dunque le prime centinaia di chilometri attraverso l'Iran nuovamente di notte. Continuo a pensare che è un peccato attraversare l'Iran in questo modo, quasi tutto di notte fra l'altro, oltre che di corsa, ma ci torneremo prima o poi, si spera. Certo che un visto come quello abbiamo adesso, che ci consentirebbe una permanenza di un mese...
Tehran ci ha lasciato poco o nulla. Tutto sommato una città anonima, meno asiatica di Damasco ad esempio, ma persino di Tashkent. Sembra più una specie di Torino moltiplicata per mille. Certo, non abbiamo visto il Golestan, ad esempio, ed i palazzi dello Scià, ma tant'è non credo che sarebbe cambiato molto il giudizio. Non ci sono nemmeno quelle grandi piazze e viali che mi aspettavo. Anche Khomeini Square è in fondo un buco, nulla a che vedere con le immagini che talvolta arrivano dalla tv.
Vabbè, siamo ancora in viaggio, in un grande viaggio. Sarà ancora una grande traversata.
Nota: come al solito in treno è un casino scrivere... Questo qui, poi, è disastroso!
Abbiamo iniziato ad affrontare questa frontiera fra Iran e Turchia circa alle 13:00, sei ore fa. E non ne siamo ancora usciti! Siamo in Kurdistan.
La giornata inizia tardi, non ci "alziamo" nemmeno per la fermata a Tabriz che è intorno alle 7:00 e continuiamo a dormire. Il treno prosegue la sua corsa attraverso l'Iran con circa due-tre ore di ritardo. Verso le 9:00 apriamo le tendine: oggi piove. E' la prima giornata di brutto tempo (e freddo!) che vediamo da Almaty! Ci stiamo avvicinando all'autunno europeo?
Fuori il paesaggio è inizialmente piatto e grigio, per lo più incolto e poco interessante. Intorno alle 13:00 arriviamo a Salmas, a circa 70 km dalla frontiera. Qui ci sono il controllo passaporti iraniano e la dogana. Dobbiamo scendere dal treno ed entrare in una palazzina. Qui uomini e donne fanno due file separate per consegnare i passaporti.
Poco prima di scendere prendo una testata micidiale contro uno spigolo del letto e rimango un po' stordito. Mentre sono in fila per consegnare il passaporto, da solo (Emanuela è nell'altra fila), mi gira parecchio la testa e mi spavento un po'. In fila con me ci sono alcuni iraniani che parlano un inglese incredibile, con forte accento americano. Tutti attaccano bottone, come al solito. Uno mi dice che è stato a lungo in America a lavorare, un altro mi dice la stessa cosa e mi spiega che sta portando la moglie ad Ankara per fare il visto americano, poiché in Iran non esiste ambasciata statunitense. Tutti mi dicono peste e corna del loro governo.
Consegnamo dunque i passaporti e aspettiamo. Dopo una mezz'ora un ufficiale di frontiera chiama me ed Emanuela per riconsegnarci i passaporti timbrati, con tanti sorrisi e saluti amichevoli. E poi tocca a *tutto il resto* del treno! Sono tutti iraniani. L'ufficiale prende il paccone dei passaporti e fa l'appello, restituendoli uno ad uno. Come al solito, noi siamo stati privilegiati.
Il treno, nel frattempo, è però stato chiuso e non si può risalire. Ci tocca aspettare fuori: il tempo è brutto e fa freddo. Per fortuna abbiamo tirato fuori i maglioni di lana, ma comunque si gela! E pensare che fino a ieri eravamo sotto ai 35° di Tehran!
Insomma, fra una cosa e l'altra, la frontiera iraniana porta via almeno due ore. Poi si riparte per la frontiera vera e propria. Viaggiamo per un paio d'ore in una bella zona montuosa, tra canyon e valli verdi, oasi. Il tempo ora migliora decisamente e c'è un bel sole.
Alle 17:00 arriviamo a Razi, confine iraniano. Cinque chilometri dopo, a Kapikoi, siamo alla frontiera turca, dopo aver passato una bella bandiera doppia Iran-Turchia in mezzo alla stretta valle che segna il confine. E qui scendiamo di nuovo tutti.
Fa ancora freddo, ma per fortuna non come prima. Anche qui si formano due lunghe code per uomini e donne. Emanuela arriva allo sportello prima di me, quasi subito, e scopriamo che anche qui possiamo saltare l'intera trafila. Infatti noi non abbiamo il visto per entrare in Turchia, ma poiché siamo italiani ce lo possono fare sul momento per 20$. Usciamo quindi dalle rispettive code, ci accomodiamo in ufficio e in dieci minuti i nostri visti sono pronti. Di nuovo, saliamo sul treno per primi!
Ora sono le 20:00 e siamo ancora qui fermi. Credo che dobbiamo ancora passare il controllo doganale. In teoria saremmo dovuti ripartire da qui alle 14:50, ovvero sei ore fa! E davanti abbiamo ancora la traversata del Lago Van, che a questo punto faremo di notte.
In ogni caso... Siamo in Turchia! Ormai siamo davvero davanti all'ingresso dell'Europa e ci sentiamo entrambi un po' strani. Al di là di doversi ancora, per fortuna, fermare ad Ankara e ad Istanbul per le nostre ultime due tappe, c'è poco da fare: questo è davvero l'ultimo atto di questo viaggio straordinario. Ormai lo sentiamo e ne siamo fin troppo consapevoli. Turchia... Per me, vent'anni dopo...
00:30 (ora turca). Pazzesco: ci siamo mossi dalla frontiera solo alle 20:30. Arriviamo a Van, dove dobbiamo imbarcarci sul traghetto, con oltre sei ore di ritardo! Fa un freddo assurdo su queste montagne curde, e fuori c'è la *neve*! Si è scatenato il finimondo: temporale e tempesta, vento forte, acqua a scrosci.
Il treno sta fermo un casino, non si capisce che accade. Poi l'assurdo: dobbiamo scendere!! Diluvia in maniera impressionante e noi dobbiamo abbandonare il treno!! Sotto una pioggia torrenziale, al buio, fra lampi e tuoni, ci imbarchiamo in uno scenario da apocalisse. Siamo fradici zuppi, con tutti i bagagli pieni d'acqua, in coda sulle rampe di accesso a questo rottame di traghetto.
Questa barca è una specie di boat-people, piena di gente, c'è a mala pena lo spazio per sedersi e qui dobbiamo trascorrere quasi tutta la nottata. Ci vogliono fra le quattro e le cinque ore per attraversare i 90 km del Lago Van, fino a Tatvan. Là dovremo salire su un nuovo treno, che a questo punto, abbandonato il nostro scompartimento iraniano di prima, temiamo...
Da Tatvan ad Ankara ci sono ancora almeno 30 ore di treno, passando anche per Kayseri e la Cappadocia. Può essere un inferno. Questa traversata non ci passa più...
Intanto non c'è altro da fare che compiere questa traversata del lago e passare la notte qui. E chi si aspettava una roba del genere...
E' stata una lunga notte. Certamente questa è una delle tappe più faticose di tutto il viaggio. Stiamo dunque viaggiando su un treno turco, molto bello a dire il vero, nuovo, tutto di prima classe. Non viaggia veloce, ma è confortevole e scorre via liscio, senza troppi sobbalzi. Si riesce a scrivere decentemente. Per fortuna, ci voleva...
Nella notte, il traghetto ha impiegato quattro ore esatte per attraversare il lago Van. Seduti sulle nostre sedie di plastica, sistemati in un corridoio in mezzo alla folla, abbiamo cercato almeno di chiudere un po' gli occhi, ma con scarsissimo successo. La gente bivacca ovunque, siamo tutti fradici e stanchi.
Verso l'alba attracchiamo a Tatvan, sponda opposta del lago. Sono circa le 5:00 ora locale, è ancora buio e fa molto freddo. Il treno che dovrebbe aspettarci non c'è. Si bivacca per un po' sul binario del molo. Il treno arriva verso le 5:30, mentre inizia ad albeggiare. Per fortuna, si preannuncia una bella giornata, la luce dell'alba è bellissima.
Il nuovo treno viene preso d'assalto. Non è assolutamente chiaro come siano state ridistribuite le prenotazioni e quindi nessuno, noi compresi, si accorge che sui biglietti c'è uno sticker che indica i nuovi posti sul treno turco. Quindi occupiamo tutti gli scompartimenti a caso. Iniziano però, inevitabilmente, le battaglie fra quelli che "hanno capito" e che quelli che "non hanno capito". Noi, poi, rivendichiamo il diritto allo scompartimento intero che abbiamo pagato!
Il capo treno ha un bel da fare a risolvere la situazione. Quando capiamo come funziona il meccanismo, cediamo lo scompartimento che abbiamo conquistato alle legittime proprietarie, ma le persone che occupano il nostro non hanno la minima intenzione di andarsene. Ovviamente, nella nostra situazione c'è mezzo treno. Alla fine, anche noi come tutti riusciamo ad avere dei posti analoghi a quanto previsto dal nostro biglietto e finalmente, verso le 6:30, con le prime luci dell'alba, ripartiamo!
Lo scompartimento è comodissimo, i letti anche. Piano piano ci scaldiamo, ci asciughiamo e cadiamo addormentati intorno alle 7:30. Dormiamo fino circa alle 12:00.
Il treno, dopo Tatvan, ferma ad Elazig e a Malatya. Siamo fra Anatolia e Kurdistan, una regione che fino ad un anno fa era piuttosto off-limits a causa delle azioni di guerriglia del PKK. Il treno viaggia lento ma continuo in questo paesaggio turco pieno di laghi e collinoso. La giornata è soleggiata, calda e bella. I paesi che attraversiamo sono ormai sempre più familiari, non fosse per i minareti delle moschee che svettano un po' dappertutto. Sta di fatto che ormai qui l'atmosfera è sempre più europea, balcanica quasi.
Tutte le donne iraniane presenti su questo treno, a parte qualcuna, hanno tolto il velo e lo chador. Decisamente abbiamo cambiato mondo. Anche Emanuela, già da ieri sera passata la frontiera, ha tolto tutto ed è tornata normale, per fortuna! Ieri in frontiera abbiamo cambiato 50$. Il cambio, mostruoso, è di 1.600.000 lire turche contro 1$. Praticamente intaschiamo 80 milioni in banconote a 5 milioni. Quasi surreale.
Verso le 13:00 facciamo uno spuntino nel vagone ristorante: yoghurt e caffè. Poi ci godiamo questa traversata della Turchia. Contrariamente a quanto avvertivo le scorse settimane, anche Emanuela sente il ritorno con il mio stesso stato d'animo. E non c'è dubbio, purtroppo... Stiamo tornando a casa, e si vede.
Eccoci arrivati a Malatya. Viaggiamo con quattro ore circa di ritardo, stiamo migliorando.
21:40. Il tempo scorre lento su questo treno, lento come il treno stesso. Nulla da fare. Belle luci al tramonto, qualche foto. Questo treno si è ormai completamente trasformato. La gente si comporta in modo idiota, come se fossero tutti in gita scolastica. Ieri sera, passata la frontiera, iniziava sì a sparire qualche velo, ma da stamattina, da quando siamo saliti sul treno turco, ha cominciato a girare alcool a fiumi, gli uomini vanno in giro in pantaloncini corti a fiori (come se facesse caldo!) e le donne fanno a gara a chi è più scollata, più truccata, più occidentale.
Tutti sembrano completamente rimbambiti, irriconoscibili rispetto a ieri, come se fossero arrivati nel paese dei balocchi. E'questo il risultato della rivoluzione islamica di Khomeini? Mah...
Su questo treno non c'è nulla da mangiare che non sia pollo o tè. Niente altro. Peggio dei treni russi, in questo senso. Anche questo è inspiegabile. Un treno internazionale, tutto di prima classe, che viaggia complessivamente per quattro giorni filati per chi va fino ad Istanbul. Ma non c'è nulla da mangiare, solo pollo e riso. Niente biscotti ad esempio, niente succhi di frutta, non parliamo di uova. Però c'è tutto lo whisky che si vuole, o la birra.
Ancora una notte qui. Non abbiamo idea dell'ora in cui arriveremo domani ad Ankara. In teoria, da orario, saremmo dovuti arrivare alle 6:40, ma ormai credo che le 11:00 siano un orario più realistico. Ci stiamo decisamente annoiando...
22:30. Sosta a Sivas. Sempre quattro ore di ritardo. Viaggiamo costanti, uff...
Sveglia "precauzionale" alle 6:10 questa mattina, ma il treno è sempre in ritardo. Durante la notte gli iraniani hanno fatto un casino esagerato, mi sono dovuto alzare all'1:00 per andare a protestare! Poi sono ricrollato. Non mi sono nemmeno accorto della fermata a Kayseri verso l'alba.
Il treno arriva ad Ankara verso le 9:40, con sole tre ore di ritardo, non male.
Ankara vent'anni dopo... Di questa città conservo solo qualche lontanissimo flash. Oggi mi appare una città del tutto normale, quasi "nordica", non fosse per le moschee ed i minareti che svettano un po' ovunque. Arrivare ad Ankara dopo oltre cinque mesi di Asia è come tornare definitivamente a casa: almeno, a noi fa quest'effetto. La stazione è del tutto "normale" ed occidentale. Così sono le strade, i palazzi, le automobili, i negozi. Sì, stiamo tornando decisamente a casa.
Sulle colline intorno si estende la città vecchia, come ricordavo. Quella è un'Ankara un po' diversa, fatta di vecchie case e minareti, ma potrebbe essere Genova vista da lontano.
Saltiamo su un taxi. Tassametro normale. Corsa normale. Traffico normale. Arriviamo all'hotel senza problemi, paghiamo quello che dobbiamo pagare, poco, e il tassista ci fa pure lo sconto arrotondando per difetto. Ci aiuta a partare i bagagli. Alla reception parlano "normalmente" inglese, accettano tutte le carte di credito, hanno un normale ufficio cambio.
L'hotel è bello, nel centro della nuova Ankara, non comodo per andare in città vecchia, ma con i taxi non c'è alcun problema. In compenso, qua intorno è come essere a Milano centro. Negozi, ristoranti, vie pedonali con tanti locali e grandi viali trafficati.
La camera è grande e bella. Costa 180$ di listino, noi la paghiamo 75$ grazie alla nostra prenotazione via Internet. Ha anche un bel salotto e tutti i comfort. Facciamo colazione e poi ce ne stiamo in camera fin verso le 14:00 a riposarci e rilassarci dopo il lungo viaggio. Decisamente ci voleva. Telefonata a casa. Al solito abbiamo problemi con i tappeti che sono fermi in dogana a Bergamo. Domani avremo anche questa da risolvere, oggi è domenica e non c'è nulla da fare.
Verso le 14:30 usciamo in un'Ankara soleggiata e con una temperatura piacevolissima da inizio autunno, intorno ai 24°. Ci facciamo un giro nelle vie pedonali qua attorno, mangiamo qualcosa. C'è molta gente per le strade, la città è animata.
Ci facciamo portare da un taxi al museo delle civiltà anatoliche, la principale attrattiva di Ankara. Molto ricco e interessante, decisamente fa appassire il museo nazionale di Tehran. Anche questo è un segno di ritorno alle cose familiari! Un altro taxi ci riporta in centro e facciamo una passeggiata tardo pomeridiana fra librerie e negozi di cd. La sera, in un ristorante del centro.
Ankara è per noi decisamente a buon mercato. L'inflazione galoppa a ritmi vertiginosi. Qui in albergo il cambio è di 1$ contro 1.630.000 lire turche. I prezzi sembrano surreali. Un paio di jeans della Levi's? Intorno ai 100 milioni di lire. Viene quasi da ridere ogni volta!
Giornata essenzialmente di transizione, così come Ankara è in fondo una tappa di transito. Sveglia tardi, il letto bello e la camera silenziosa favoriscono finalmente una gran dormita. Siamo pronti solo verso le 13:00.
Prima c'è da risolvere la questione dello sdoganamento dei tappeti a Bergamo. Ci troviamo un Internet cafè dove stampare la solita dichiarazione per la dogana, quindi una cartoleria per la fotocopia del passaporto / ricevute / timbri e visti del Turkmenistan, e infine alla Telekom per faxare il tutto alla DHL.
Andiamo poi in stazione a fare i biglietti per Istanbul. Prenotiamo il Baskent Express delle 10.20 per domani. Solo prima classe, è il più rapido. Dovrebbe arrivare alle 18:30 ad Istanbul, lato asiatico. Da lì dovremo poi attraversare il famoso ponte sul Bosforo e ci ritroveremo quindi, dopo quasi 150 giorni, di nuovo in Europa. Eravamo entrati in Asia il 15 maggio... Già, domani sera si dorme in Europa... Prezzo del biglietto 35 milioni a cranio.
Risolta la questione del biglietto, prendiamo un taxi e andiamo al mausoleo di Ataturk. Oggi è una giornata stupida, nuvolosa e ventosa. Il cielo è tutto grigio e minaccia pioggia. Peccato, foto orrende. Il mausoleo di Ataturk è come me lo ricordavo, anche se allora c'era il sole. Ci sono molti turisti, un bel po' di pullman.
Dal mausoleo ce ne andiamo in cittadella e facciamo un breve giro, ma il tempo è sempre pessimo. Passeggiata per il bazar, carino, e quindi andiamo a piedi al tempio di Augusto, quattro brutti sassi in mezzo alla città vecchia, nulla che valga la pena. Altro taxi e torniamo in centro per finire il pomeriggio con qualche vasca, ma iniziano a cadere alcune gocce e il tempo sembra non reggere più. Alla fine ce ne veniamo in albergo verso le 18:30. Cena qui, squallida. Emanuela non ha voglia di uscire. Niente altro in questa giornata tutto sommato inutile.
Ankara si conferma una città davvero "normale": a me sembra proprio Genova, con tutte quelle case e palazzi che si perdono sulle colline. Di asiatico ha davvero poco. Il centro, poi, è del tutto europeo, nordico addirittura. Oggi è lunedì è in giro c'è un bel traffico e un bel po' di gente. Sembra proprio una qualunque giornata autunnale di lavoro in una qualunque città europea...
Solo un po' di coda ed eccoci sul Ponte. Attraversiamo il Bosforo in pochi minuti, e alle 18:30 rientriamo in Europa. Strano. Tornare in Europa.
Ho trascorso la giornata fra me e me, meditando e ripensando a questo viaggio. E' stata una giornata strana, poca voglia di parlare.
Sveglia alle 7:30, il treno parte alle 10:20, Bashkent Express per Istanbul, un treno moderno e nuovo come quello preso da Tatvan. Parte puntuale da Ankara, il tempo è bello e fresco. Il viaggio scorre via regolare, poco da segnalare. Dopo Ankara il paesaggio è già, in realtà, "europeo". La vegetazione è tipo macchia mediterranea, il territorio è collinoso, a tratti sembra entroterra ligure, o toscana. Attraversiamo aree densamente abitate, villaggi e paesi come i nostri, ciascuno con il proprio minareto e la propria moschea, campagna turca, grandi campi coltivati, qualche tratta un po' più selvaggia, la gola di una montagna, poi grandi città.
Passiamo da Eskishehir e da Izmit. Qui, per la prima volta in questo viaggio e in tutti questi mesi, tocchiamo il mare. Siamo sulla costa del Mar di Marmara, decisamente aria di Mediterraneo... Grandi navi mercantili in rada, cielo a tratti molto nuvoloso, bella luce sul golfo.
Il mare... Mi fa impressione vedere il mare alla fine di un viaggio dove di mare proprio non ce n'è stato affatto, anzi...! Questo mare, queste acque, sono acque di casa. Ormai le città scorrono fuori dal finestrino una dopo l'altra e presto è tutto un'unica città, ci stiamo avvicinando ad Istanbul.
Qualche sosta in periferia, il treno viaggia con circa un'ora di ritardo, e sono le 17:45 quando arriviamo al termine delle ferrovie asiatiche, stazione di Haidar Pasa, lato asiatico di Istanbul.
E' quasi il tramonto. Prendiamo un taxi e ci gettiamo nel caotico traffico di Istanbul in ora di punta. Ancora qualche decina di minuti ed eccolo, il Ponte. Davanti a noi l'Europa. Vent'anni fa attraversavo questo ponte al rovescio per mettere, per la prima volta, piede in Asia. Oggi l'Asia non ha davvero più segreti per me. Posso davvero dire di averla girata quasi tutta, o per lo meno in gran parte, in questi anni e con questo viaggio soprattutto.
Attraversiamo dunque il ponte, mentre cala la sera su Istanbul e la città inizia ad accendersi. Il Bosforo sotto di noi, e poi alle nostre spalle. Attraversiamo Taksim e poi, ancora, il Corno d'Oro. Entriamo a Sultanahmet, il centro storico di Istanbul. Davanti a noi la famosa skyline con tutte le moschee in primo piano. Si scatena un temporale da paura, viene giù il diluvio universale e le tortuose strade di Sultanahmet a ripidi saliscendi si trasformano rapidamente in torrenti in piena.
Ci aggiriamo fra gli stretti vicoli con il nostro taxi alla ricerca di questo albergo che avevamo prenotato via Internet da Tehran, a 66$ a notte, proprio attaccato alla Moschea Blu e vicino alla stazione ferroviaria, lato europeo: strategicamente perfetto! Arriviamo verso le 19:00. L'hotel è carino, in un vicolo laterale di Kucuk Aya Sofia, anche se la camera è un po' troppo piccola. Ma è bello, pulito e nuovo.
Giusto il tempo di riposarsi una mezz'ora e usciamo a cena. Andiamo in un ristorante qua vicino. Ci sono solo turisti! Non ci siamo decisamente più abituati...! Che strano vedere così tanti turisti europei, ragazzi e comitive. Qui Istanbul sembra Bangkok, o Kathmandu... Locali, agenzie di viaggio, hotel, guesthouse, ristoranti. Sembra anche una qualunque città europea turistica.
Istanbul... Finiamo la serata in una eccezionale piperia, proprio davanti al nostro hotel, dove ci facciamo una bella fumata di un'oretta. Ci voleva, rilassante...
Istanbul, ultima tappa. Siamo in fondo. Prossima fermata: Milano. Questo viaggio in fondo non poteva che finire qui. Istanbul è il punto di partenza e di arrivo di ogni grande viaggio overland in Asia che si rispetti. E' l'inizio della hippy trail degli anni '70 verso Kathmandu, è l'inizio del viaggio verso Il Cairo e i grandi overland africani che, prima o poi, affronteremo. E' la porta d'Oriente, o quella dell'Occidente, almeno per noi.
Sei mesi fa era un sogno arrivare fino a qua con tutto il giro dell'Asia alle spalle, oggi è realtà. L'abbiamo fatto davvero (e maledetto il Pakistan!). L'abbiamo fatto davvero e questo è, senza dubbio, il più grande sogno della mia vita che mai abbia realizzato. Riguardo la nostra cartina mondiale dove abbiamo disegnato, giorno per giorno, tutta la nostra rotta: è stupenda. E' stupendo questo anello dietro di noi, lungo ormai quasi 35.000 km.
Questa avventura indimenticabile... So già che da domani lavorerò in tutti i modi per fare sì che prima o poi si riparta. Ricordo quando ancora, solo tre anni fa, disegnavo questa stessa rotta sul mio sito web e scrivevo "quando?"... Beh, ormai "è stato". Fa già parte del passato, soprattutto per uno come me che guarda sempre in avanti ed ha il cassetto pieno di sogni. Quei tremila chilometri circa che abbiamo ancora davanti, per tornare a casa attraverso l'Europa dell'Est, sono ormai solo una formalità, la ciliegina sulla torta per chiudere degnamente l'anello, ma tutto sommato mi rendo conto che anche se prendessimo un aereo da qui sarebbe più o meno lo stesso. In ogni caso mi toglierò così anche lo sfizio di mettere piede in Romania, l'ennesimo nuovo Paese, e di rimetterlo, dopo ben 25 anni (!), in Bulgaria. Anche superare la soglia dei 70 Paesi mi sembrava un sogno prima di partire e invece ecco qui, fatto anche questo. Ora so che visitare 100 Paesi è un obiettivo tranquillamente alla mia portata.
E, che dire dell'Everest e degli ottomila? Avrò tempo a casa, davanti alle fotografie, di rimettermi a sognare con calma...
Istanbul. Ormai solo 7 od 8 giorni ci separano da casa. Mi avanzeranno un po' di pagine bianche su questo quarto volume del mio diario, e mi rimarranno anche un po' di pellicole nuove. Tutto il resto è esaurito (compresi i soldi!), finito, consumato, spedito già a casa. Fra dodici giorni soltanto Emanuela sarà già nuovamente al lavoro, e fra meno di quattro settimane ormai, 26 giorni, sarò di nuovo al lavoro anche io. Mi domando con che spirito, come farò a tornare alla vita di prima. Non lo so proprio. A parte che, ancora più di prima, lavorerò per chiuderla definitivamente quella vita. La mia vita è sempre stata questa e sempre sarà così. Per quante frontiere possa lasciarmi alle spalle, non saranno mai abbastanza...
Sveglia alle 9:00, giornata abbastanza soleggiata e fresca. Istanbul piacevole e piuttosto piena di turisti. Andiamo per prima cosa alla Moschea Blu ed è esattamente come la ricordo. Bella. Solo non è così aperta sul davanti, ha poco respiro, come tutte le moschee qui. Si avverte la mancanza di grandi piazze. Nella Moshea Blu per le donne non è necessario coprirsi la testa e questo dà già la misura di quanto ormai Istanbul sia turisticizzata e occidentalizzata.
In generale l'atmosfera è più "ordinata" e più "svizzera" di come la ricordavo, e forse anche la Turchia in vent'anni è cambiata, o forse vent'anni di viaggi in giro per il mondo mi fanno vedere le cose in modo molto diverso da allora.
Dopo la Moschea Blu cambiamo un po' di dollari, cartoline e compriamo la Lonely Planet dell'Europa dell'Est, l'ultima che ci serve per tornare a casa. Quindi, visita ad Aya Sophia, bella come la ricordavo. Eccezionali i mosaici bizantini, peccato una grande impalcatura centrale in mezzo alla moschea per i lavori di restauro.
Tanti tour, tanti italiani, spagnoli, francesi. Strano vedere tutti questi turisti che fanno la classica vacanza di dieci-quindici giorni, e noi qui, con il nostro overland e i nostri 160 giorni alle spalle... Giriamo per Istanbul come fossimo a casa, certo con occhi molto differenti dalla maggior parte di loro.
Ci incamminiamo lungo Divan Yolu, arriva un temporale e ci rifugiamo in un locale a mangiare qualcosa. Verso le 15:00 andiamo a Süleymanye Camii, la moschea più grande di Istanbul, passando per l'università e per Beyazit Camii. Poi attraversiamo il famoso bazar, che è grandioso esattamente come lo ricordavo, ma anche qui, dopo avere girato tutti i grandi bazar d'oriente, e soprattutto quello di Aleppo in Siria, mi appare tutto differente, pulito ed ordinato rispetto ai miei ricordi, quasi come quelli degli Emirati. Quasi "nuovo" per dirla tutta! Comunque bello, ci torneremo con calma i prossimi giorni.
Ancora un po' in giro e verso le 17:00 sosta in albergo. Cambiamo la camera con una un po' più grande. Usciamo ancora intorno alle 18:00 e ci trasferiamo ad un Internet cafè per verificare la sequenza di treni che deve portarci a casa. Il giro dovrebbe essere via Bucarest, Budapest, Francoforte. Tornare di nuovo da Francoforte ci fa risparmiare un cambio di treno, anche se così ripercorriamo un pezzo della via di andata, seppur breve, solo qualche centinaio di chilometri. E' comunque un peccato, ma tornare via Vienna e Brennero ci costringerebbe ad un ulteriore cambio di treno notturno più o meno a Verona. Vabbè, peccato.
L'arrivo a Milano dovrebbe essere confermato per il 16 mattina presto.
Ceniamo al Pudding Shop, famoso locale di Sultanahmet che negli anni '70 era il ritrovo di coloro che facevano la rotta overland verso Kathmandu. Oggi non è niente di che, ma in fondo è come essere al Caravan Cafè di Kashgar! Finiamo la serata alla nostra piperia qua davanti all'hotel, ma stasera il fumo è troppo pesante e ci blocca ad entrambi la digestione, così non stiamo benissimo. Trip negativo :-)
Scivola così via una giornata ad Istanbul, piacevole, poco impegnativa, scarpinata a parte. Al bazar ho comprato un regalino per Andrea da aggiungere alla sua collezione. Il negoziante mi chiede in prima battuta 25 milioni. Non rido nemmeno, non so neanche quanto è il valore, ma non mi metto neanche a contrattare. Sorrido e gli dico: "Amico, lascia perdere, ho girato tutti i bazar dell'Asia, ti do 15 milioni e ti va più che bene". Sorride e dice "ok". 10$ scarsi e una piccola moschea di cristallo finisce nello zaino. Probabilmente, se mi fossi messo a contrattare, l'avrei portata via per la metà, ma va bene così, sono i nostri ultimi dollari.
Istanbul è bella, è ancora e sempre bella. E ci si sta bene. Sì, mi rendo conto che in qualche modo era destino che questo viaggio terminasse ad Istanbul. Era scritto.
Istanbul vent'anni dopo, dopo l'inizio vero e proprio dei miei sogni di viaggiatore, dopo l'incontro con Sergio... Istanbul, inizio e fine di ogni grande overland...
Giornata interamente di sole e caldo, viaggiamo intorno ai 26°. Stamattina per prima cosa cerchiamo di risolvere il solito "problema": come andarsene. Di fatto non è possibile fare ciò che speravamo, ossia prenotare tutti i biglietti fino a Milano. Andiamo a piedi in stazione, a Sirkeci, e facciamo il biglietto per Bucarest. Partenza il 13 ottobre alle 23:00, arrivo a Bucarest intorno alle 18:00 del 14 ottobre, e poi dovremo arrangiarci. Vabbè. Speriamo che il treno sia decente, in teoria lo scompartimento dovrebbe essere per due persone soltanto.
Risolto questo problema per la modica cifra di 32$ a cranio, decidiamo di sfruttare la giornata e di fare la crociera sul Bosforo. Andiamo a piedi a Eminönu e al Ponte di Galata. Da qui il profilo di Istanbul è decisamente affascinante, dominato dalle grandi moschee e avvolto dal canto dei muezzin che chiamano a raccolta per la preghiera. Un'atmosfera da "Fuga di mezzanotte"!
Ci imbarchiamo sul vaporetto alle 13:35, destinazione Anadolû Kavagi, in fondo al Bosforo. Turisti a iosa, luce non un granché a quest'ora, ma navigazione piacevole. Impieghiamo un paio d'ore per arrivare a destinazione, passando sotto il ponte. Stupende ville nel verde, soprattutto sul lato asiatico. Istanbul è proprio bella, oltre che grandissima, proprio come ricordavo.
Ad Anadolû Kavagi, un distretto che si trova quasi sul Mar Nero, ci fermiamo un'oretta e mangiamo qualcosa in un ristorante sul mare. Già, proprio aria di mare quaggiù, sembra di essere in vacanza in Liguria, si sta benissimo, è un bel pomeriggio.
Alle 17:00 si parte per tornare indietro, peccato che sia tardi e arriviamo a Eminönu alle 19:00, quando ormai è quasi buio ed è impossibile fare delle belle foto di Istanbul dal mare, come speravamo. Però il tramonto e le prime luci della sera sulla città sono bellissime, c'è davvero una grande atmosfera.
Saltiamo su un taxi e ci facciamo portare a Sultanahmet, dove ci fermiamo direttamente a cena. Più tardi finiamo la serata in una nuova piperia all'aperto, sotto alla Moschea Blu. Qui si sta proprio bene, ci facciamo un tè ai fiori ed una pipata, c'è musica tradizionale dal vivo e danze dervisce. Serata decisamente rilassante, quest'ultima tappa ad Istanbul di decompressione ci voleva proprio, ce la stiamo godendo tutta.
Sarà invece un po' faticoso il rientro, dovendosi sbattere ogni volta per fare i biglietti e le prenotazioni ad ogni cambio treno. Un rientro non comodissimo.
Istanbul anche oggi si è confermata una città comoda, facile da girare, ben organizzata. La vera sorpresa, comunque, è la gente, che già come ad Ankara è gentile, cortese, simpatica. Sfata tutti i luoghi comuni sui turchi. Si vede eccome che questa è gente abituata al turismo e a trattare con gli stranieri, ed è ormai - purtroppo anche - "occidentalizzata".
Ventiquattresima ed ultima settimana di viaggio. Settimana corta a dire il vero, venerdì prossimo saremo già a casa da un paio di giorni...
Oggi altra giornata di maratona. Sveglia tardi, intorno alle 10:00, che ci costringe ad andare a fare colazione fuori. Quindi, complice un'altra bella giornata, affrontiamo la visita del Topkapi, la residenza dei sultani. Il Topkapi ci tiene impegnati per quasi tre ore, oltre che costarci una buona fortuna. L'ingresso costa la bellezza di 45 milioni a cranio, quasi 30$! C'è una moltitudine di turisti impressionante, alla quale davvero non siamo più abituati, da anni a dire il vero! Camionate, decine e decine di pullman, anche moltissimi italiani. Fra l'altro, il palazzo dell'harem si può visitare solo in gruppo e quindi dobbiamo aggregarci anche noi ad un tour organizzato per entrare. Noiosissima opzione.
Il Topkapi comunque è bello come ricordavo, ricco, e merita. La straordinaria tesoreria è sempre la parte più affascinante, anche se è stata riorganizzata rispetto a vent'anni fa. In ogni caso, io la ricordavo decisamente più grande.
Usciamo dal Topkapi verso le 14:30 e ci facciamo portare da un taxi a Taksim, il nuovo centro di Istanbul e zona elegante per eccellenza, al di là del Corno d'Oro. Qui prendiamo la prima fregatura, perché il tassametro a fine corsa segna un improbabile 8 milioni, decisamente il doppio delle attese. E' evidentemente truccato, ma purtroppo non c'è nulla che possiamo fare se non pagare.
Da Taksim Square ci facciamo una bella maratona fin giù al Corno d'Oro ed al Galata Bridge, passando per la Torre di Galata. Qui negozi elegantissimi, moltissima gente per la strada. Facciamo un po' di acquisti: per me un cd al 50% del prezzo italiano, libri (Lonely Planet della Turchia, l'unica che ci mancava).
Arriviamo al Ponte di Galata verso le 18:00, c'è una bella luce da tramonto, lattiginosa, opaca e arancione, che avvolge il Corno d'Oro e il profilo delle grandi moschee si Sultanahmet ed Eminönu. Belle foto di Istanbul, da film. Quindi un altro taxi ci riporta in albergo e, questa volta, non solo prendiamo la seconda fregatura, ma rimaniamo vittime del più classico degli "scam" di Istanbul, addirittura segnalato dalla LP e del quale avevamo già letto. Quelle classiche situazione delle quali si pensa "ora che lo so, a me non capiterà di sicuro", e invece...
Intanto è evidente che il tassametro è truccato. Me ne accorgo quasi subito. Alla partenza 750.000, come al solito. Mi giro, guardo fuori dal finestrino, poi rido un'occhiata al tassametro e, di colpo, segna 3 milioni. Sono certo di avere visto il tassista sfiorarlo con le mani. Anche qui c'è ben poco da fare, non è possibile provarlo. Ma il peggio deve ancora venire.
All'albergo il conto è, di nuovo, un assurdo 6,5 milioni. E vabbè, do all'autista i soldi *contati*, ne sono certo! Una banconota da 5 milioni, una da un milione, una da 500.000. Lo faccio proprio perché ho letto dello scam del cambio di banconote sulla LP. Abbasso lo sguardo per un istante, forse una frazione di secondo. Ma la coda dell'occhio fa appena a tempo a registrare un qualcosa di anomalo, forse un movimento impercettibile...? Sta di fatto che il tassista richiama la mia attenzione e nelle sue mani, ora, c'è una banconota da 1 milione e due banconote da 500.000. Lui sostiene che mi sono sbagliato e che invece di quella da 5 milioni gliene ho data una da 500.000.
Rimango attonito. Provo a cascare dalle nuvole e a protestare, ma anche qui non c'è nulla da fare. Non mi sono accorto dello scambio e so già (l'ho appunto letto sulla Lonely Planet) che chiamare la polizia, o andarci con lui, non serve a nulla. Non posso provare alcunché. Sono incavolato, frustrato, impotente e mi tocca sborsare altri 5 milioni. E pensare che lo sapevamo accidenti, eravamo ben stati avvertiti!! Peccato, peccato, peccato: la prima vera truffa in quasi sei mesi. Ci siamo, anzi, ci sono cascato come un pollo! Bella lezione, mi servirà! In tanti di anni viaggi, a mia memoria, non mi era mai successo. Forse era destino che prima o poi dovesse accadere. Resta però la scottatura, anche se stiamo parlando di pochi dollari (5 milioni sono circa 3$).
Facciamo un break in albergo e poi, verso le 19:00, ce ne andiamo a piedi a controllare la posta e il DHL su Internet (tappeti ancora fermi a Bergamo!). Poi a cena in un ristorante di Sultanahmet, che ormai è la nostra zona a tutti gli effetti. Finiamo come sempre la serata in una piperia, la nostra solita davanti all'hotel, a leggere e a farci una pipata. Emanuela però oggi è molto stanca e verso le 23:00 ce ne torniamo in albergo
Ed anche oggi se ne va, ormai ci siamo fatti quasi tutta la Istanbul classica. Domani gran finale al bazar, direi quasi perfetto per una sceneggiatura! Quindi, domenica sera, partenza per Bucarest e per l'ultima tratta verso l'Italia e Milano. La testa è ancora peraltro assai lontana, a dire il vero...
Anche oggi sveglia tardi e usciamo solo verso le 12:00. Colazione in pasticceria, quindi si va al bazar. Qui è tutto molto diverso da come lo ricordavo. Il bazar di Istanbul oggi ci appare come La Rinascente, né più né meno. E' tutto tirato a nuovo, gran parte delle volte sono dipinte di fresco, i pavimenti sono per lo più a piastrelle nuove e lucide. Neon e insegne dappertutto, Internet (!), carte di credito, negozi scintillanti. Essenzialmente è un luogo decisamente turistico.
Si vendono souvenir a iosa, stoffe, tappeti (pochi!), pelle, vestiti, ceramiche, oggetti vari. Io ricordavo corridoi scuri, infiniti, folla esagerata. Qui è tutto luminoso, pulito, e ordinato. Ristoranti, banche, posta! Siamo ben lontani dal bazar di Aleppo, che era davvero da Mille e una Notte, e anche da quello di Tehran, che ora ci appare molto più esotico visto da qui.
Sì, qua Istanbul è davvero cambiata assai. Inoltre, il bazar si gira piuttosto rapidamente e senza problemi, è anche pieno di cartelli e di segnalazioni. Niente affatto labirintico e così esteso come lo ricordavo. Vent'anni sono davvero tanti!
Merita comunque la visita, ma in meno di due ore l'abbiamo già girato tre volte e non abbiamo comprato nulla, salvo fare qualche fotografia interessante. Ci dirigiamo quindi a piedi verso il bazar egiziano delle spezie.
Fuori dal Grand Bazar, per le vie, c'è il vero mercato, esteso e affollato, dove si vende di tutto, legale e non, armi comprese. Oggi fa molto caldo e ci lasciamo trascinare dalla folla attraverso il dedalo di vie.
Il bazar egiziano è anch'esso decisamente turistico e piuttosto piccolo. I negozianti approcciano in una sorta di esperanto, parlano tutti diverse lingue e basta passargli davanti, in silenzio, per sentirsi chiamare così: "Ciao, faccia da Milano, eh?". Quasi irritante! E in effetti di facce da Milano, oltre alle nostre, ce ne sono in abbondanza, tutte con il loro zainetto e la Lonely Planet sotto al braccio. Che dire dunque?
Arrivati al Ponte di Galata ci prendiamo il tram e torniamo a Sultanahmet. Trascorriamo buona parte di questo assolato pomeriggio sui tavolini all'aperto di un ristorante davanti ad Aya Sophia, leggendo, osservando i passanti, almeno il 50% dei quali sono turisti. Verso le 17:00 in albergo a dormicchiare e poi si esce nuovamente intorno alle 19:00 dopo una telefonata a casa e dopo una telefonata di Sergio, che è entusiasta del nostro viaggio!
Dopo il consueto check della posta, verso le 20:30 a cena nello stesso ristorante sotto alla Moschea Blu, all'ingresso dell'Arasta Bazar, dove ci siamo fatti la pipata l'altra sera. La serata è davvero piacevole. Ultima sera ad Istanbul, ed ultima sera del nostro viaggio trascorsa in una città.
Si sta bene all'aperto. Ceniamo sotto ai minareti illuminati della Moschea Blu, musica dal vivo e dervisci che danzano la loro ipnotica danza circolare, atmosfera bellissima. Mi faccio una lunga pipata sorseggiando il mio tè ai fiori, mentre Emanuela scrive il suo diario e disegna i minareti.
Vorrei non finisse mai, lo vorremmo entrambi. Vorremmo non dovere mai tornare indietro. Cerco di stamparmi in testa il più possibile ogni singola immagine di questa serata, ogni sensazione. In fondo, questa è una serata speciale. E' il nostro ciao ad Istanbul e a questo viaggio. Ci sembra quasi incredibile.
Prima di tornare in albergo ci fermiamo a chiacchierare con un negoziante curdo che vende quadretti di dervisci schizzati a china. Sono belli, ma un po' cari. Io appartengo a tutto questo, e so che Emanuela lo sa, e so che anche lei appartiene a tutto questo.
Rimando i bagagli a domani, abbiamo in realtà tutta la giornata. La partenza è alle 23:00. In effetti, anche la serata di domani la passeremo ad Istanbul, ma certo lo spirito sarà molto diverso.
Domani si parte. Domani si torna a casa e le ultime pagine di questo lungo diario serviranno a raccontare tre giorni di treno attraverso tutta l'Europa dell'Est, fino a Milano.
Come mi sembra tutto lontano in questo momento... Mosca, la Transiberiana, la Mongolia, Aji e Turo, la Cina e il Tibet, Tsering e Pasang, l'Everest, lo Shisha Pangma, Kathmandu, Delhi. E lo Xinjiang, la Karakoram Highway, Tossum e Samarcanda, l'Aral, Yulya e il Turkmenistan, e persino l'Iran, dove eravamo ancora solo una settimana fa! Sembra tutto un sogno, a tratti, e invece lo abbiamo fatto davvero. Ventiquattro settimane, quasi mezzo anno fa partivamo dall'Italia. Un tempo lunghissimo...
E ripenso agli ultimi giorni di aprile a Milano, prima di partire. Avrò molto tempo, i prossimi giorni, per ripensare davvero con calma a tutto questo. E forse mi sveglierò.
Sì, lo abbiamo fatto davvero...
Ed eccoci a bordo del famoso "Midnight Express", il treno di Fuga di Mezzanotte. Cinque mesi fa, alla stessa ora, partivamo con la Transiberiana...
Questo treno è fatto di vecchie carrozze polverose e impregnate di fumo, quelle dei vecchi Trans Europe Express di trent'anni fa. Ci sono alcune carrozze bulgare per Sofia, carrozze yugoslave per Belgrado, carrozze rumene per Bucarest, come la nostra, e carrozze ungheresi per Budapest. Solo di seconda classe però, per cui dobbiamo sperare domani a Bucarest, quando faremo il biglietto per Budapest, di trovare dei posti di prima, soprattutto visto che anche lì dobbiamo farci la nottata e che effettivamente questi treni sono un po' decrepiti, anche se in qualche modo conservano il loro fascino. Beh, in fondo siamo sulla linea dell'Orient Express e alla stazione di Istanbul Sirkeçi, dalla quale siamo partiti, c'è proprio il ristorante "Orient Express".
Questo scompartimento è un vecchio prima classe a due letti, di quelli con il lavandino. Non fosse per la polvere e l'unto... Insomma, l'ultima tratta è dunque iniziata, si torna a Milano...
Questa mattina abbiamo tirato fino a mezzogiorno prima di deciderci ad uscire. C'è ben poco da fare e dobbiamo tirare la giornata, il nostro treno è alle 23:00. Decidiamo di fare il late check-out e paghiamo mezza giornata (30$) all'albergo per tenerci la camera. Quindi andiamo a fare colazione al Pudding Shop.
Trascorriamo la prima parte del pomeriggio facendoci una maratona per le vie di Istanbul e scopriamo anche degli angoli assai carini, dove Istanbul sembra davvero Genova, con i vicoli in salita, il mare sullo sfondo, le case colorate. Anche qui Istanbul, peraltro, continua ad essere curiosamente divisa a "settori": c'è il quartiere dove vendono solo strumenti musicali, quello delle armi, quello dove si trovano tutti quelli che riparano televisori, e così via. Davvero curioso e strano!
Verso le 17:00 ce ne torniamo in albergo per un break. Usciamo intorno alle 18:00 per andare a goderci il tramonto da una delle terrazze aperte che molti ristoranti qui hanno sul tetto. Il tempo però è decisamente peggiorato e il cielo è ora tutto nero. Dalla terrazza, comunque, la vista è straordinaria sul Mar di Marmara e sulla Moschea Blu. Il temporale in avvicinamento favorisce giochi di luce spettacolari: mare color piombo, orizzonte arancione e rosso fuoco, cielo nero. Lampi. Temporale, navi in rada. Il tempo gira di nuovo e il cielo del tramonto è incredibile. Il sole rosso fuoco si infila fra le ultime nuvole e l'orizzonte di Istanbul, il cielo è a tratti turchese, arancione, viola, porpora. Un doppio arcobaleno altissimo avvolge la Moschea Blu. E' tutto stupendo!
Mentre spiove camminiamo per i vicoli di Sultanahmet: le case colorate e il cielo formano un insieme indescrivibile.
Ceniamo allo stesso posto di ieri sera, sotto ai minareti illuminati della Moschea Blu e riusciamo anche a farci l'ultima pipata al volo! Poi, alle 21:00, prendiamo un taxi e ci facciamo portare in stazione. Io faccio tutto il tragitto fissando il tassametro, ed a ragione! Stavo per beccare il tassista che cercava, come al solito, di far "saltare" il tassametro, ma quando si è accorto che lo stavo guardando ha tirato al volo indietro la mano. E infatti il conto finale è di soli 1.950.000 contro i 6 od 8 milioni delle scorse volte. Bastardi davvero!
Ed eccoci dunque sul nostro treno per Bucarest. Attraverseremo prima un tratto di Bulgaria orientale, poi, domani, entreremo in Romania. In teoria, l'arrivo è previsto fra le 17:00 e le 18:00 di domani. Speriamo non ci sia troppo ritardo, anche perché a Bucarest dobbiamo fare i biglietti per Budapest e ripartire quasi subito.
In questo momento viaggiamo verso nord, verso i confini con Grecia e Bulgaria... Sempre più vicini a casa, l'ultima corsa...
Lunga nottata, lunga giornata. Cerco di dormire un po' durante la notte, ma alle 4:00 arriva la mazzata: frontiera turca e ci fanno scendere come al solito. Piove, per giunta. La frontiera turca è a pochi chilometri da Edirne, a Kapikule. Per fortuna il treno è quasi vuoto e la coda per farsi timbrare il passaporto va via rapida. In ogni caso tutto ciò è assurdo. Ci fanno scendere in piena notte sotto la pioggia, lasciando tutti i bagagli incustoditi sul treno aperto, dovendo sperare che il treno non riparta senza di noi. Quando poi siamo di nuovo sul treno, ripassano a controllare i passaporti!
Ripartiamo verso le 5:00 e ci fermiamo un po' più avanti, frontiera bulgara, che scorre via decisamente più rapida, anche perché si torna alla normalità, ed è la polizia a salire sul treno.
Sul nostro vagone, oltre a noi, ci sono una donna sola ed una famiglia iraniana che fa un casino pazzesco, proprio di fianco a noi. Per il resto, questo pidocchioso e polveroso treno è praticamente deserto.
Insomma, si torna in Bulgaria dopo 25 anni. E ancora una volta, per una rapida traversata senza nemmeno scendere dal treno!
Torniamo a dormire un po' verso l'alba, ma presto veniamo svegliati dal casino degli iraniani. Scopriamo che su questo treno non c'è alcun vagone ristorante, né modo di mangiare qualcosa. Assurdo per un treno internazionale che viaggia per venti ore! Per fortuna Emanuela ieri sera ha comprato biscotti, cioccolato, pistacchi e acqua. Sarà questa la nostra alimentazione per tutto il giorno! Null'altro.
Sulla Bulgaria piove, piove, piove tutto il giorno. Il treno è lentissimo e inizia pure ad accumulare un pesante ritardo. Viaggiamo attraverso una grigia e fredda campagna bulgara, colline, foreste. E' il tipico paesaggio dell'Europa dell'Est, grigio, freddo, umido, che sembra dimenticato ed abbandonato da tutti, quel paesaggio che a noi affascina! In giro ancora molte vecchie Zigulì. Passiamo per i Balcani e per Plachkovci, Veliko Tarnovo, Gorna Oryahovitsa, Byala ed infine Ruse, grande porto sul Danubio. Proprio il Danubio segna qui la frontiera fra Bulgaria e Romania, e in questo punto è davvero enorme. La brutta giornata contribuisce a rendere il paesaggio ancora più affascinante.
Rimaniamo fermi a Ruse oltre due ore, in stazione. Il controllo passaporti va via rapido e riusciamo anche a cambiare le nostre ultime lire turche, poca roba, circa 9$, in lei rumeni, grazie a degli oscuri personaggi che cambiano in nero sul treno. Certo, ci praticano un tasso-rapina, 1 leu contro 100 lire turche, che equivale a dire 16.300 lei per dollaro, ma tant'è è l'unico modo che abbiamo per disfarci delle lire turche. Il cambio reale è di ben 36.000 lei per 1$.
Sta di fatto che in stazione stiamo comunque fermi a lungo, perché manca il locomotore che deve portarci oltre frontiera. Continuiamo ad accumulare ritardo! Ci muoviamo solo verso le 17:30 e riusciamo ad attraversare il Danubio, sul ponte più grande d'Europa, giusto prima che faccia buio. E' uno spettacolo grande ed impressionante.
Arriviamo a Giurgiu, frontiera rumena, dove di nuovo stazioniamo a lungo. Salgono le guardie rumene. Noi, come al solito, ce la caviamo con due sorrisi e nessuna ispezione del bagaglio. Però se ne vanno con i passaporti di tutti i passeggeri e ricompaiono solo dopo un'ora, con i timbri. Nel frattempo, andiamo avanti a sopravvivere a pistacchi e sta iniziando ad essere dura.
Ormai è sera, buio sulla Romania, e continua a piovere. Fa freddo, il fiato condensa. Autunno sui Balcani. Entriamo dunque in Romania, il mio 71° Paese ed ultimo Paese nuovo di questo viaggio. Per Emanuela, invece, tutte frontiere nuove quelle di questi giorni.
Arriviamo infine a Bucarest alle 21:00. Ci fiondiamo in biglietteria. C'è uno sportello internazionale, dove parlano anche inglese! Ci sono due treni per Budapest, uno alle 21:40 ed uno alle 23:35. Optiamo per il secondo, così abbiamo anche il tempo di mangiare qualcosa e fare una piccola sosta alla stazione di Bucarest. Prezzo del biglietto, prima classe, vagone letto, 55$ a testa circa.
Risolta anche questa ci sediamo finalmente da Mc Donald's. Beh, sì... siamo davvero in Europa, ora! E Bucarest, almeno, la stazione, non è diversa da mille altre stazioni in giro per l'Europa. Arrivando in treno, il centro attorno alla stazione appare dai finestrini simile a quello di qualunque città, anche Milano. Grandi palazzi grigi, vie più o meno trafficate, pioggia. A Bucarest fa decisamente freddo e umido, pochi gradi sopra zero. Per noi è un bello sbalzo, non c'è che dire.
Alle 23:35 partiamo con il nostro bel treno per Budapest, questo molto più affollato del precedente. Scopriamo che il nostro vagone prosegue per Venezia! Questo sarebbe davvero un colpaccio. Parliamo con il capotreno e vediamo se domani a Budapest riesce ad estenderci il biglietto fino a Venezia. Per noi sarebbe davvero eccezionale e, mi verrebbe da dire, destino una volta di più!... Insomma, vedremo.
Questo treno dovrebbe arrivare a Budapest domani intorno alle 14:30. L'unica cosa davvero seccante è che a causa del ritardo di oggi continuiamo a farci tutta la Romania di notte e questo è un vero peccato. Peraltro, domani io sarò a Budapest per la quarta volta in quattro anni più o meno, anche questa davvero una strana combinazione.
Ancora in treno dunque, ancora una lunga tappa, ancora una notte sulle rotaie. La penultima. Solo 36 ore ci separano da casa ormai, se ne respira l'aria. Se proseguiamo per Venezia chiuderemo l'anello in modo interessante, via Croazia e Slovenia. Sarebbe una bella opzione, tutto sommato la migliore.
Siamo alla frontiera Ungheria-Croazia. E così, all'ultimo momento, abbiamo cambiato il piano di ritorno originario e invece dell'Austria passiamo attraverso la via più logica, Croazia e Slovenia, Zagabria e Ljubljana, per entrare infine in Italia da Trieste. Questo treno termina a Venezia.
Poche ore dunque, e saremo in Italia...
Si dorme bene su questo treno. E' tranquillo, confortevole, non c'è nessuno. Ci svegliamo intorno alle 10:00 questa mattina, giusto in tempo per la frontiera fra Romania ed Ungheria. Durante la notte abbiamo attraversato i Carpazi e siamo passati da Brasov, ma noi, di questa Romania, a parte la stazione di Bucarest, decisamente non abbiamo visto un tubo. L'abbiamo attraversata interamente con il buio.
La mattinata è grigia, pioviggina ancora. La frontiera rumeno-ungherese scivola via rapidissima, gli ungheresi praticamente non ci guardano nemmeno, ormai siamo davvero a casa. Il paesaggio è sempre piatto e monotono, come in tutta l'Europa Centrale. Campi e campagna, villaggi ungheresi carini che scivolano via tutti uguali, uno dopo l'altro. Quanti chilometri alle spalle!
Arriviamo a Budapest Keleti in perfetto orario, alle 14:15. E, a proposito: siamo rientrati infine sul nostro fuso orario, eccoci di nuovo a GMT+1, eccoci con gli orologi sull'ora di casa. Dopo 165 giorni...
A Budapest, per la "modica" cifra di 220$, ci mettiamo d'accordo direttamente con il capotreno e teniamo il nostro scompartimento fino a fine corsa, Venezia quindi. Lui dice che il biglietto (sempre prima classe, vagone letto) costa 113 Euro a persona, quindi la cifra "potrebbe" essere anche più o meno corretta. In ogni caso noi il biglietto non lo vediamo, diamo direttamente a lui i nostri dollari e la cosa finisce qui.
Anche su qusto treno continua a non esserci vagone ristorante. Davvero assurdo! Emanuela scende dunque in stazione a Budapest a fare un po' di spesa. Se ne vanno così anche i nostri ultimi dollari, non abbiamo più nulla. A me rimangono in tasca poco più di 60 Euro e basta!
Ripartiamo da Budapest alle 17:15. Hanno attaccato vagoni italiani... sul nostro vagone rumeno continua a non esserci praticamente nessuno, viaggiamo nelle campagne ungheresi da soli, nel vuoto, nel grigio, quasi in silenzio.
Cala la sera sull'Ungheria e inizia la nostra ultima notte di viaggio, credo non la dormirò...
Costeggiamo tutta la parte meridionale del lago Balaton, un'altra ciliegina sulla nostra rotta. Ma è ormai buio e non si vede nulla, peccato. Nero totale. Il treno si ferma in tutte le stazioni sulla costa, va lentissimo in questa tratta. E poi eccoci dunque alla frontiera croata, la terza frontiera in ventiquattr'ore. Fa impressione continuare a passare attraverso tutte queste frontiere dopo avere viaggiato per mesi nei grandi Paesi dell'Asia, dove si viaggia per migliaia di chilometri, per giornate intere, senza incontrare alcuna frontiera...
Questa dogana, per noi, passa in pochi secondi. Le polizie ungherese e croata salgono insieme sul treno. Davanti ai nostri passaporti italiani passano oltre e dobbiamo chiedergli, per favore, di timbrarli. Stiamo ripartendo proprio ora, non ci siamo fermati nemmeno un'ora qui. Prossima fermata Zagabria. Poi sarà la volta, nella notte, della frontiera con la Slovenia e poi, intorno all'alba o poco dopo, entreremo in Italia...
Secondo le previsioni il nostro giro dovrebbe chiudersi domani a Milano alle 12:55, 167 giorni dopo la partenza e 38.000 km scarsi alle spalle. Arriverò a Milano da solo, peraltro. Emanuela si fermerà a Treviso dai suoi, che verranno a prenderla a Venezia. Questo renderà il mio arrivo in Stazione Centrale certamente più malinconico. Ma mi permetterà anche, dopo questi sei mesi, di avere un paio di giorni per me solo, a casa, a riflettere su tutto questo. Su questa grandiosa, indimenticabile, straordinaria avventura, che ancora faccio fatica a credere che davvero abbiamo fatto!
Pensare che solo quindici giorni fa eravamo ancora in Iran e già mi sembra lontanissima Istanbul... Domani Italia...
E' strano scrivere quest'ultimo capitolo da casa, dopo sei mesi di pagine zingare...
Alle 23:15 di ieri sera arriviamo a Zagabria. Alle 1:15 siamo alla frontiera slovena. Poi dormo un po', non mi accorgo della fermata a Ljubljana. Arriviamo alla frontiera italiana alle 5:15. Salgono poliziotti italiani. Dialetto veneto. Sono stordito dal sonno. Uno, con il mio passaporto in mano, commenta: "Ha girato un bel po' lei, eh?". Rispondo: "Vengo da Pechino".
Guardo fuori dal finestrino. Italia, inconfondibile Italia. Torno a dormire, non ho tempo, né energia, né voglia di realizzare, per ora. Sono circa le 8:30 quando ci svegliamo, alle 9:10 il treno arriva a Mestre e dobbiamo scendere. Italia, sì, Italia. Mestre. Ci sono i genitori di Emanuela, lei finisce qui la sua corsa. E' tutto strano, siamo frastornati, come risvegliarsi da un lunghissimo sogno.
Un po' di colazione al bar della stazione. Faccio il biglietto per Milano, pago in Euro, prelevo dal bancomat. I genitori di Emanuela mi parlano, ma io non so che dire. Neanche Emanuela parla. E poi mia suocera che telefona a mia madre, mia madre che telefona a me, tutti che telefonano a tutti. Anche Silvia e Armando che vogliono sapere a che ora arrivo a Milano.
Prendo l'Intercity delle 10:12 per Milano. A bordo, gente in giacca e cravatta che parla di lavoro e offerte. Telefonini che squillano in continuazione. Gente, aria, non sopporto tutto questo. La giornata sulla Pianura Padana è grigia, e vorrei piangere. Non voglio essere qui, è questo forse il sogno?
Ho una copia del Corriere, leggo il Corriere. Leggo l'Italia. Sono in Italia. Sono in Italia dopo 167 giorni. Arrivo a Milano alle 13:15, Stazione Centrale.
Qui finisce il mio viaggio, qui finisce ogni cosa, esattamente dove era iniziata il 3 maggio. In fondo al binario, ad aspettarmi, mamma e papà, Armando e Silvia. Non c'è Andrea, lo vedrò più tardi a casa. Tutti parlano intorno a me, io mi guardo intorno smarrito. Milano.
A casa ci sono tutti i pacchi che abbiamo spedito questi mesi. Ci sono i tappeti di Ashgabat, la matrioska - rotta - di Mosca, il pacco mandato via EMS dall'India, e tutto il resto. Montagne e montagne di posta, la posta di sei mesi. E casa.
I miei vanno via e rimango solo. Sono circa le 14:45. Eccomi a Milano, a casa. A scorrere le pagine indietro di questi quattro volumi, adesso, non ci credo. Non ho più nulla, non ho più sonno. Non ho niente, non sento niente. Non ho fame. Non so nulla. Solo, mi guardo in giro. Milano è grigia. E' così che si scrive la parola fine di questa storia?
Non ci avevo mai pensato questi mesi, me ne accorgo solo ora. Cosa si scrive alla fine di sei mesi di Viaggio?
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