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Ci troviamo circa 280 km a sud di Ulaan Baatar, regione del Middle Gobi. Siamo letteralmente "in the middle of nowhere"! Se mai sono stato in un posto più fuori dal mondo di questo, proprio non me lo ricordo.
Stamattina partenza alle 10:15 circa, con la nostra nuova guida Turü, o Turo, qualcosa del genere (*). Diciamo Turo. Appare subito molto più sveglio di Tuya. Parla un discreto inglese, è già stato altre volte nel Gobi. Quest'anno è al suo primo viaggio. Aji ha caricato la UAZ: due serbatoi pieni, più una tanica, 36 litri d'acqua (dove non lo so, ma dicono che ci sono). Partiamo così per il Gobi.
Dopo circa una trentina di chilometri da UB di discreta strada asfaltata, inizia il ballo: Aji sterza di colpo verso sud, inforca una pista sterrata nella steppa e via. Da qui in poi è tutto indescrivibile! Facciamo letteralmente più di 200 km di steppe completamente vuote, qualche montagna, e basta, in parte su piste sterrate, in parte nel nulla... *NULLA*. Semplicemente, Aji punta una direzione nella steppa vuota e va! Incontriamo solo nomadi qua e là, e talvolta Aji e Turo si fermano a chiedere indicazioni per scegliere la direzione giusta. E' il famoso GPS, "Ger Positioning System"! E' impossibile capire come si orientino. Ad ogni ger perso nel nulla ci si ferma, si scambiano due parole, i nomadi disegnano le direzioni nella sabbia e si riparte! In alcuni momenti confesso che è un po' da agorafobia, per non dire inquietante.
Si vedono falchi, aquile, roditori, cammelli, cavalli. In certi momenti, fotografie a raffica! Sosta in mezzo al nulla e colazione al sacco intorno alle 13:30. Davanti a noi pascolano dei cammelli. Il nostro sacchetto contiene riso, pollo, patatine, pomodori.
La strada è dura, di fatto facciamo nove ore di salti come ad un rodeo. A circa 60 km dalla nostra destinazione buchiamo. Aji sostituisce prontamente la ruota. A dispetto dei nostri timori, sono le nostre due guide a fermarsi nei posti giusti per fotografare, e praticamente non perdiamo un'occasione. E, nonostante le nostre preoccupazioni, alle 19 circa arriviamo in questo campo ger assurdo, completamente perso nel nulla, circa 30 km a sud di Erdenedalai. Non c'è nessuno oltre a noi. Incredibile e pazzesco. Spira vento del Gobi, è l'unico rumore. Intorno, il vuoto totale. Non abbiamo idea di come lo abbiano trovato, ma lo hanno trovato. Il tempo è bello, la temperatura piacevole.
Secondo il piano, da ciò che ho capito, siamo circa a 100 km dalla nostra meta teorica, ma vabbè, eravamo davvero stanchi. E comunque questo campo ger è mille volte meglio di quello di Terelj ed è molto più bello. Non sono mai stato in un posto così, è davvero indescrivibile... il nulla... e qui è ancora niente, questa è la parte più "facile". Siamo solo al primo giorno... Stasera a cena riso e montone.
22:30. Notte nel "nowhere"... C'è una luce incredibile questa sera. La luna è quasi piena. C'è stato un tramonto "namibiano" e si sta preparando una stellata da favola. Pare che siano transitati due turisti un paio di giorni fa, e altri nove una settimana fa. Ma stasera il deserto è tutto nostro.
Questo deserto, questa parte del Gobi, è verde di questa stagione. E' una buona annata per il pascolo. Più a sud, domani, sarà tutto arido.
A cena si chiacchiera molto, la compagnia è piacevole, non come con Tuya. Aji ha riparato la gomma aiutato dalla gente del posto. Ci vogliono 600 colpi di pompa a mano per ottenere la pressione giusta. Aji e un altro tipo si danno il cambio ogni 50 colpi.
Domani ci aspetta una tappa ancora più lunga. Adesso c'è solo il rumore del generatore di corrente a petrolio, utilizzato per fare un po' di luce con una lampadina. Quando lo spegneranno ci sarà il silenzio totale.
Nota: in questo ger la stufa è alimentata a sterco animale. Qua è tutto piatto e vuoto, non c'è l'ombra di un albero nel raggio di centinaia di chilometri. Non c'è alcuna forma di comunicazione. Siamo completamente isolati!
(*) Come già in precedenza per Aji (Aagii), abbiamo scoperto in seguito che la trascrizione corretta del nome del nostro interprete era Tooroo. Qui è stata mantenuta la traslitterazione originale, improvvisata, usata nel diario.
Circa 600 km a sud ovest di Ulaan Baatar, Gobi Meridionale. Anche oggi, nonostante ci siamo persi alcune volte, ce l'abbiamo fatta!
Nottata discreta, non fredda, tranne un po' verso l'alba. Silenzio impressionante. Sveglia alle 7:30. Viene una donna ad accenderci la stufa. La mattinata è fresca e c'è una bella aria. Anche Emanuela è riuscita a dormire. Alle 9:15 partenza, la tappa è molto lunga, circa 350 km. Prima sostiamo ad Erdenedalai, un villaggio polveroso a circa 30 km di distanza, dove visitiamo un inaspettato bel monastero buddista. All'interno monaci che cantano. Turo fa un'offerta per farci benedire per il viaggio (!). Facciamo anche rifornimento all'unica pompa di benzina funzionante.
La tappa di oggi è assolutamente straordinaria. Per circa 200 km attraversiamo piste quasi invisibili, a volte nel vuoto assoluto. Non si incontra anima viva per ore, a differenza di ieri, è davvero inquietante. A un certo punto incrociamo un pozzo, dove sono radunati dei nomadi con le loro pecore. Aji si fa una sigaretta insieme a loro. Poi, c'è una tratta lunga circa 100 km, prima di Mandaal-Ovoo, di deserto fatto solo di ghiaia nera, completamente piatto. Sembra di stare in mezzo al mare e il calore è fortissimo. Molti miraggi. Su questa tratta Aji riesce a viaggiare anche ad 80 km/h. Nessun altro mezzo, incontriamo solo una motoretta all'inizio della piana (!), niente vita tranne cammelli. Vediamo moltissimi cammelli.
Al termine del pianoro di 100 km ci fermiamo per pranzo. Di ombra neanche a parlarne, solo sabbia, ghiaia nera e arbusti. Ripartiamo e attraversiamo una zona di piccole dune con arbusti. Qui la pista è micidiale, saltiamo come matti e ci sono molte tracce. Un casino. E infatti ci perdiamo! Aji, come al solito, lascia completamente la traccia in prossimità di una catena di rilievi neri vulcanici e si inoltra nelle sabbie. Devo dire che sono piuttosto preoccupato.
Incredibilmente, dopo circa dieci minuti, incontriamo un accampamento di geologi francesi! Sono in questa zona da due mesi. Ci consigliano di tornare sulla traccia che abbiamo appena abbandonato, e così facciamo. Di nuovo sabbia e arbusti, qualche rilievo, poi ancora una pista davvero tosta e quindi ancora un'ottantina di chilometri di vuoto spinto, tracce flebili, moltissime che si incrociano fra loro, e ghiaia, e sabbia. Aji guida a vista.
Al termine sbuchiamo sul bordo di un bellissimo canyon rosso fuoco. Aji e Turo ci confermano che siamo a Bayanzag. Facciamo un po' di fotografie. Il viaggio è davvero spettacolare. Certo, in alcuni momenti è difficile, molto, ed inquietante. Quando finiamo la benzina del primo serbatoio la macchina non riparte. Aji non fa una piega, "entra" letteralmente dentro al motore e fa ripartire la UAZ.
Comunque si continua a non incontrare più nessuno a cui chiedere indicazioni, questa area è davvero remota. Il Gobi Meridionale fa abbastanza paura, quanto meno incute timore.
Alla fine, usciti dagli altipiani e dal canyon, ci perdiamo di nuovo, ma finalmente, alle 18, riusciamo a raggiungere la nostra destinazione, il campo ger di Juulchin Gobi. E' uno stupido campo iperorganizzato ed iperefficiente, peggio di Terelj, con l'aggravante che incrociamo una carovana allucinante di giapponesi chiassosi ed invadenti. Non ci voleva! Una giornata così avventurosa rovinata alla fine da questo campo. Vabbè.
Qui arriva anche il telefono, atterrano aerei, c'è il karaoke e organizzano spettacoli folkloristici (per fortuna siamo fuori stagione e non c'è nulla di tutto questo, in realtà). Nonostante questo campo, comunque, il viaggio è stato probabilmente uno dei più duri, o forse il più duro, mai affrontato a mia memoria, ed anche il più affascinante. Il Gobi, fino ad ora, non ha affatto deluso. E le nostre due guide formano una coppia eccezionale.
Turo segue la religione sciamanica. A tavola e dopo cena chiacchieriamo insieme.
Temperatura 27.7°C. Qui siamo circa a 1.500 m. Oggi giornata leggera. La notte è trascorsa calda e tranquilla nel Gobi Meridionale, fino alle cinque del mattino. Poi si sono svegliati i giapponesi e si è alzato un vento pazzesco. Avrei ammazzato i giapponesi, che finalmente, alle sei, partono lasciandoci soli al campo. Ormai però non riusciamo più a riaddormentarci, anche perché il vento fa sbattere la chiusura del tetto del ger e fa un casino pazzesco.
Ci alziamo a fatica alle 9, abbiamo entrambi un po' di influenza, solito mal di gola, raffreddore e facciamo fatica a respirare. La giornata è stupida, c'è vento forte ed è nuvoloso. Una quantità notevole di sabbia nell'aria.
Verso le 10:30 partiamo per raggiungere il parco nazionale del Gurvansai Khan, precisamente la gola di Yolyn Am, una stretta valle nella catena del Gurvansai Khan Nuur che si estende davanti a noi e che delimita le grandi dune formate dalle sabbie del Gobi Meridionale, estese fino in Cina (la frontiera si trova circa 150 km a sud da qui), verso le quali andremo domani.
Dal campo a Yolyn Am ci sono poco meno di 40 km. Nonostante questo ci vogliono almeno un paio d'ore di tentativi prima di imboccare la pista giusta :-)
Dall'entrata del parco nazionale la strada si inoltra per circa 10 km in una stretta valle. Credo siamo circa a 1.800 m, ho lasciato l'altimetro al campo. Massimo 2.000 m. Ci fermiamo per fotografare alcuni stambecchi (!) e le rare pecore argali. Dal termine della strada, un'ora di cammino in una bella valle ci porta ad una stretta gola dove si trova un piccolo nevaio ghiacciato che riempie la gola per tutto l'anno. E' molto bello e suggestivo, e soprattutto l'intera valle è per noi soltanto. Non c'è anima viva, solo falchi, avvoltoi e stambecchi.
Esploriamo il piccolo ghiacciaio fino a dove la neve regge il nostro peso. Sotto scorre un fiume ed è un po' pericoloso. La gola è davvero bella. Quindi, torniamo indietro al campo. Scendendo dall'altopiano che precede le montagne, si apre davanti a noi il panorama infinito del Gobi Meridionale avvolto dal vento sabbioso. Davvero impressionante. Arriviamo alla base alle 14:30.
Il tempo peggiora, c'è ora un vento fortissimo, si vedono alcuni tornado di sabbia all'orizzonte, il cielo è color latte e cade anche qualche goccia di pioggia. In questa area si trovano, fra l'altro, moltissime ossa di dinosauro. Qui si respira davvero l'alba della vita e dell'uomo. Siamo al centro della storia del pianeta, la sensazione è fortissima.
Pranzo esagerato, come al solito questi giorni. Non riusciamo a spiegare a Turo che vorremmo praticamente saltare. Oggi, insalata di carote, zuppa di verdure, ravioli di montone, tè, macedonia. Alle 3 del pomeriggio! A parte questo, le nostre guide sono sempre all'altezza, soprattutto Aji, che è davvero un personaggio. Praticamente si esprime solo a suoni gutturali, ma come driver è formidabile.
Pomeriggio di nulla facenza. Siamo tutti e due un po' scassati e stanchi, e questa giornata di sosta ci voleva. Stasera c'è quiete al campo. Ora il vento è cessato, il cielo è frastagliato di nuvolette ma c'è un sole caldissimo, ci sono circa 28°. L'aria è secchissima come al solito e questo tardo pomeriggio nel deserto del Gobi è di grande atmosfera. Andrò a farmi una doccia...
Temperatura 28°, ma sulle dune, un paio d'ore fa, eravamo oltre i 35°. E così ce l'abbiamo fatta anche oggi! Abbiamo infine raggiunto la mitica Khongoryn Els. Diciamolo subito: in qualche modo Soussousvlei aveva un altro fascino, anche se molto alla lontana tutto questo ne è parente stretto. Forse era perché era la prima volta, forse che eravamo senza guida, forse che erano le luci dell'alba e non quelle del tramonto, o forse, semplicemente, era Africa. Sta di fatto che qui, per quanto il luogo sia davvero bello e meriti senza dubbio, non c'è la stessa atmosfera che c'era laggiù.
Rieccomi qua, adesso sono circa le 22:00, sto seduto davanti alle dune di Khongoryn Els, su un seggiolino quadrato davanti alla porta del nostro ger. E' stata, anche oggi, una giornata assai avventurosa. Il cielo è ancora chiaro, si riesce a scrivere. Il tempo è stupendo e c'è un po' di vento fresco, ci sono circa 24° ora. Qui non c'è luce elettrica. A differenza di Juulchin Gobi, qui non c'è niente a dire il vero.
Stamattina siamo partiti alle 9:30. Per circa un paio d'ore siamo andati a caccia di un accampamento nomade dove fare conoscenza con una famiglia locale. Alla fine troviamo un ger, come al solito non si sa bene come, dopo avere chiesto indicazioni per almeno tre volte ai "passanti"... non saprei come altro chiamarli, e mi scappa da ridere. Il Gobi è una delle regioni meno abitate del mondo...
All'interno del ger, siamo ricevuti dalla famiglia nomade. La donna più anziana ci offre del tè salato (non male) e latte fermentato di capra. E' fortissimo e acido, lo assaggiamo appena e lo lasciamo lì. Facciamo un po' di conversazione con l'aiuto di Turo, e ci permettono di farsi fotografare. Qui c'è una donna anziana, due donne più giovani e due bimbe. Il ger tutto sommato non è diverso da quelli per i turisti. L'esperienza in sè, peraltro, è davvero notevole.
Fuori, Aji fa conversazione con i due uomini. Questo campo è formato da due ger, ci sono quattro cavalli legati, c'è una moto... Ipanema (!). Nella ger dove dormono e vivono vanno segnalati gli spazzolini da denti legati ai pali di legno che sostengono il soffitto.
Stiamo lì una mezz'ora e ripartiamo per Khongory Els. Ci facciamo almeno 100 km al di fuori di qualunque tracciato, in pieno deserto! Io continuo a non riuscire ad abituarmici, lo confesso. Fa davvero impressione!
Completamente persi in questo deserto di pietre, piatto all'infinito, che mette a durissima prova la nostra UAZ abilmente controllata da Aji, attraversiamo numerosi letti di fiumi in secca, un percorso fuoristrada davvero impegnativo, e costeggiamo la catena del Gurvansai Khan da nord. Ci perdiamo (io scrivo sempre così, ma è chiaro che loro non lo chiamano "perdersi"...) numerose volte e per fortuna, nonostante la regione, si trova qualche nomande a cui chiedere indicazioni.
Alla fine incrociamo una pista che porta dritta a Khongoryn Els, dove arriviamo intorno alle 16 dopo avere attraversato la catena montuosa percorrendo una vallata davvero suggestiva. Appena varcato il passo più alto, all'improvviso appaiono le dune di sabbia all'orizzonte.
L'area di Khongoryn Els è una striscia anomala di deserto a dune altissime, stretta fra una catena montuosa ed una vallata insolitamente verde a causa di un fiume perenne. La striscia di dune è lunga 180 km e larga fino a 12. Alcune di queste dune sono alte fino a duecento metri e forse più. Davanti alle dune, a circa 2 km in linea d'aria, c'è il campo ger di Juulchin Gobi 2, dove ci troviamo attualmente. Il panorama è notevole, non c'è che dire, la posizione pure.
Questo campo è molto spartano e, per fortuna, non c'è nessuno oltre a noi. Quando arriviamo fa caldissimo, ci sono almeno 35° al sole, la luce è fortissima e insostenibile. Così decidiamo di fermarci al campo ad aspettare.
Verso le 18:00 ci muoviamo verso le dune. Il sole è ancora altissimo. Molliamo la UAZ quasi a ridosso, dopo avere guadato il fiume. C'è una sorgente di acqua fredda, minerale! Buonissima. Iniziamo quindi la tradizionale salita alla duna più alta, che ora ci appare davvero immensa e fatta a vallate. Arrivo in vetta con Aji dopo circa mezz'ora. La luce continua ad essere troppo forte. Non è un granchè per le fotografie. Però, il panorama merita.
Raccogliamo la sabbia per la nostra collezione e facciamo la classica corsa in discesa. Rientro al campo base intorno alle 20:00. Doccia (si fa per dire), qualche foto notevole a dei cammelli allo stato brado davanti alle dune, cena. Giornata comunque molto bella, anche se da Khongoryn Els forse ci aspettavamo qualcosa di più.
Adesso comunque mi rimane l'ultimo dubbio. Detto che Aji ormai è il mio mito, mi chiedo come faremo a tornare indietro domani. Da quello che ho potuto vedere ha finito tutta la benzina dei due serbatoi ed anche quella della tanica. Qui non c'è ovviamente da fare benzina. Turo dice di non preoccuparsi. Io non mi preoccupo, ma il campo di Tuvshin, la nostra destinazione di domani, è a 200 km da qui e so già che Aji li farà tutti fuori da qualunque tracciato visibile. Vorrei evitare di rimanere senza carburante in mezzo al Gobi, in un luogo irrintracciabile in qualunque modo.
Non c'è niente da fare, questo luogo è inquietante. Qui non ci sono cartelli, non ci sono strade, non ci sono villaggi, solo qualche tenda sperduta. La gente locale parla solo dialetto mongolo. Quando si trova. Ci si orienterebbe a fatica con il GPS (quello vero), e noi non abbiamo neanche una radio. Non incontriamo anima viva, se non appunto qualche nomade ogni tanto, in tutta la giornata. Senza le nostre guide sarebbe semplicemente impossibile muoversi. Insomma, come ce ne andiamo, domani??
Note: questo ger è il più spartano ed il più vero in cui siamo stati fino ad oggi. C'è anche qualche animaletto, ma fino ad ora non ho visto topi attraversarlo come ci è successo a Terelj!
Il cielo di stanotte è stupendo. Non è ancora sorta la luna e non c'è luce elettrica. In più, è sereno. Si vedono anche i satelliti.
Aji è eccezionale. Ha scalato le dune a piedi nudi nella sabbia rovente. E' partito almeno venti minuti dopo di me e siamo arrivati in vetta insieme...
Adesso ci sono "solo" 31.5° (all'ombra), quando siamo arrivati due ore fa ce n'erano 34°. Oggi fa davvero caldo nel Gobi. In mezzo al deserto si bolliva.
Nottata calda a Juulchin Gobi 2. Alle 4 del mattino Emanuela mi sveglia perché sta poco bene. Povero amore, adesso capisco i suoi malumori di ieri sera. Comunque stamattina va molto meglio. Partenza alle 11:00. Il viaggio non offre molto, la strada è la stessa di ieri. Il campo di Tuvshin si trova a pochi chilometri da quello di Juulchin Gobi dove abbiamo trascorso due notti. Come posizione è forse più bella di quella di Juulchin Gobi, i ger sono molto belli, nel complesso comunque è un campone turistico come quelli di Terelj e Juulchin Gobi. C'è la corrente elettrica, non ho ancora visto i bagni, ma saranno sicuramente all'altezza.
Quella di oggi è di fatto una tappa di trasferimento, così come sarà quella di domani. Dobbiamo in parte risalire verso nord, prima di piegare ad ovest verso la Mongolia Centrale. Così oggi ce la caviamo con sole cinque ore di rodeo. Sosta per raccogliere qualche sasso nel deserto e per la solita colazione al sacco. Caldo forte.
Poi, Emanuela scambia posto con Turo e si mette davanti per poter fare qualche ripresa. Aji si lancia ad 80 km/h nel deserto, all'inseguimento delle gazzelle!! Ci facciamo un buon quarto d'ora da adrenalina pura. Mi viene perfino in mente il povero Fogar che proprio da queste parti si ribaltò con la macchina ed ebbe l'incidente. Fatto sta che, superata indenne la corsa nel deserto, alle 16:30 arriviamo a destinazione senza neanche "perderci". Poca storia quindi.
Ovviamente, la benzina c'era. Aji ne tira fuori ogni giorno da non si sa dove. Qui comunque dovremo fare il pieno, non ne abbiamo proprio più ora.
Nel pomeriggio chiacchiero un po' con Turo. Per il resto cazzeggio aspettando cena.
22:10. Alla sera c'è un silenzio irreale. Mi addormento intorno alle 19:30 e mi risveglio intorno alle 21:00. Ci sono alcuni americani e due francesi. A tavola mostriamo a Turo e ad Aji il filmato dell'inseguimento alle gazzelle. La serata è piacevole. Ci sono ora 27°. Aji ha 42 anni. Fa il driver da quando ne aveva 19.
In questo ger ci sono dei tappeti bellissimi. Siamo abbronzati. Io sono anche pieno di punture di zanzare che mi hanno lasciato ieri i maledetti mosquitos della sorgente d'acqua di Khongoryn Els. Sono fastidiosissime. Raffreddore un po' meglio. Mi spiace l'idea che ci allontaniamo dal Gobi. Ma ho anche voglia di cambiare...
Si viaggia abbondantemente oltre i 30° e qui al campo c'è molta umidità. Questa mattina forte vento teso. La giornata è comunque caldissima. Fatto il pieno a tutti i serbatoi, iniziamo la risalita verso nord, attraverso il Middle Gobi.
Partenza alle 10:00. Ci facciamo 200 km di deserto aridissimo e piatto, all'inizio seguendo una linea telefonica, poi, dopo Mandal-Ovoo, rientriamo nella famosa "zona piatta" che avevamo attraversato all'andata e che oggi è davvero rovente, vuota ed inesorabile.
Nonostante ormai ci abbia fatto un po' l'abitudine, questa zona continua ad incutere un certo timore. Peraltro la traccia è quasi sempre ottima. Moltissimi miraggi in questa landa di ghiaia nera e null'altro.
Per quasi tutto il giorno solo dune, sabbia, terra e ghiaia. Niente altro. All'una, in mezzo al deserto, ci sono 38° all'ombra circa, peraltro secchissimi. Il vento caldo solleva turbinii di polvere e sabbia fastidiosissimi. Incontriamo un nomade che sta cercando i suoi cavalli e li insegue in moto (con la solita Ipanema...!) nel deserto. Da solo. Non beve da una giornata... Gli regaliamo una delle nostre bottiglie d'acqua. Incredibile.
Nel pomeriggio la pista segue il corso del fiume Ongiin, un corso d'acqua temporaneo che adesso è abbastanza pieno. Intorno, per qualche decina di metri, la valle è verdissima. Una specie di "effetto Nilo".
Saliamo sulle montagne e ci addentriamo in una regione di rilievi molto belli, ancorché desertici, ed arriviamo infine alle rovine di Ongiin Khiid, due monasteri che si trovavano ai due lati del fiume, dentro ad una gola. Il tempo però si è fatto brutto, il cielo è nero, il vento è decisamente forte e cadono anche alcune gocce di pioggia. Decidiamo di non fermarci e di rimandare a domani la visita alle rovine, sperando in un tempo migliore.
Il campo ger di Saikhan Gobi si trova a soli 10 km dalle rovine, è molto spartano, ma in una bella posizione sulla riva del fiume, appena al di fuori delle montagne. Siamo soli anche qui. Fa caldissimo ora, e il tempo continua ad essere variabile con vento molto forte.
Aji e Turo lavano la UAZ giù al fiume. Noi raccogliamo un po' di sassi del Gobi. E' ancora presto quando arriviamo al campo, sono circa le 16, così c'è tutto il tempo di riprendersi da una tappa comunque molto faticosa e calda. Questa sarà la nostra ultima notte nel Gobi.
Anche oggi il viaggio è stato stupendo. Il Gobi è davvero immenso, straordinario. Inesorabile, appunto, come dice la LP. Mai aggettivo è stato più indicato.
22:10. Tramonto spettacolare sulla valle del Saikhan Ovoo. Cena accompagnata da grandi chiacchiere sul sistema di tassazione mongolo e sull'economia locale. Poi, la padrona del campo ci intrattiene una mezz'ora con la storia di questa località. Ora, trascorrere una serata nel Middle Gobi, sulle rive di un fiumiciattolo, divorati dalle zanzare, dentro ad un ger, dopo una cena improbabile a base di paciugo di non so cosa (ho riconosciuto patate, inquietanti spaghetti di riso, carne di montone, verdure non precisate ed alcuni "potrebbero"...) e tè, mentre una enorme donna mongola ci racconta degli Unni a colpi di suoni gutturali... Non so se mi spiego...!
Stasera il tempo è tornato bello. Anche il vento si è calmato. Speriamo che si calmino anche le zanzare.
Stasera è proprio il caso di dirlo: ce l'abbiamo fatta! Quella che doveva essere una semplice tappa di trasferimento, lunghetta e potenzialmente noiosa, è stata alla fine la più dura, la più massacrante, la più piena di imprevisti fino ad oggi. Insomma, ogni giorno è emozionante tanto quanto (o di più) di quello che lo ha preceduto.
Questa mattina sveglia di buon ora, alle 7:00. Il programma della giornata è piuttosto pieno. Emanuela è senza voce. In compenso, la nottata, almeno per me, è stata la migliore da quando siamo partiti. Temperatura giusta, letti comodi.
Alle 9:00 partenza. Si torna indietro di una decina di chilometri fino ai monasteri di Ongiin Khiid. La giornata è splendida, non fa ancora caldo e possiamo fotografarli con calma. Carichiamo con noi anche una guida locale. Ci serve per raggiungere due siti archeologici dispersi in mezzo a queste montagne. Quest'uomo guida Aji letteralmente dentro alle montagne, attraverso piccoli canyon, completamente al di fuori di alcun tracciato. La UAZ, abilmente pilotata da Aji, fa miracoli di equilibrismo! Raggiungiamo prima una caverna abitata in epoca preistorica e poi una collina rocciosa dove sono state trovate delle incisioni rupestri. Niente di che, ma il posto in sè è davvero notevole e selvaggio. L'atmosfera, come al solito, è da "alba dell'uomo".
Intorno alle 10 ci mettiamo in viaggio per l'Aimag di Övörkhangai, destinazione Kharkhorin, l'antica Karakorum, ex-capitale dell'impero mongolo, nella Mongolia Centrale. Dopo sette giorni usciamo dunque dal Gobi. E io ne ho già nostalgia. Dal Gobi, peraltro, ci portiamo via i soliti sassi e una bottiglia di sabbia per le nostre collezioni.
La strada prosegue dritta nel deserto senza problemi fino a Saikhan Ovoo, che attraversiamo cogliendo l'occasione per vedere dall'interno uno di questi incredibili, rarissimi e sperduti villaggi, isolati in mezzo al Gobi. Dopo Saikhan Ovoo il paesaggio inizia a cambiare. Entriamo nell'Aimag di Övörkhangai e inizia una tratta più ondulata e molto più verde. Addirittura, attraversiamo distese fiorite di iris. Si vedono moltissimi animali e si incontrano parecchi ger. Da qui, peraltro, iniziamo a navigare a vista, uscendo da qualunque pista. Un po' ci siamo ormai abituati, ed iniziamo a capire come fa Aji ad inseguire i suoi punti di riferimento e ad orientarsi.
Ci fermiamo comunque spesso a chiedere informazioni presso i numerosi ger che incrociamo.
Dopo circa 100 km di fuoristrada totale (e con molti più sobbalzi degli scorsi giorni), al momento di passare dal serbatoio esaurito a quello pieno, parte la pompa della benzina del nuovo serbatoio. La situazione non è banale, lo si capisce subito.
Siamo ora su una traccia secondaria, è circa l'una, fa un caldo notevole e all'orizzonte si intravede un solo, isolato, ger. Stiamo fermi per quasi un'ora (io filmo l'azione...). Aji smonta letteralmente il motore. Infila la testa dentro più volte, smonta la pompa, aspira benzina con la bocca nel tentativo di far ripartire la macchina, ma niente da fare.
Dopo una mezz'ora di tentativi ed un bel po' di benzina bevuta, cambia strategia. Abbandonato il serbatoio di sinistra, riempie con la tanica il serbatoio di destra ormai vuoto. E' così che scopriamo che Aji viaggia con tre taniche piene di riserva, nascoste sotto il baule! E' davvero un grande il nostro uomo! Ripartiamo dunque con l'unica pompa ancora funzionante. E ci perdiamo.
Ci perdiamo in continuazione oggi! Continuiamo a cambiare traccia, o a viaggiare direttamente nella steppa vuota. In più, oggi si salta da paura, praticamente passiamo ore ed ore aggrappati alla UAZ in tutti i modi possibili, cercando di non prendere troppe botte. Il terreno è davvero terribile, le tracce, dove ci sono, sono pessime, e in più attraversiamo diverse tratte in montagna. Oggi Aji dà davvero il massimo.
Verso le 18 arriviamo al monastero di Shankh Khiid, una interessante sosta a circa 30 km da Kharkhorin, dove acquistiamo qualche oggetto da alcuni bambini, dopo una trattativa piuttosto difficile! Io mi faccio rapinare 4.000 tugrik (circa 4$) per una boccetta d'acqua per monaci buddisti.
Nel frattempo, dal villaggio accanto sbuca un giovane monaco che ci apre il monastero. Interessante, ma non eccezionale. Anche questo monastero è in fase di ricostruzione, dopo essere stato distrutto completamente dai sovietici, come tutti gli altri in Mongolia.
Ripartiamo: si fa per dire... La UAZ, che apparentemente aveva miracolosamente ripreso l'uso della seconda pompa della benzina, si blocca di nuovo. Aji riprova a farla partire, ma ancora niente da fare. Questa volta non perde molto tempo. Tira fuori un tubo di gomma ed una bottiglia di plastica, e travasa qualche litro di benzina da un serbatoio all'altro. Si riparte.
Arriviamo ad un campo ger che si trova a qualche chilometro di distanza da Kharkhorin. Siamo distrutti e obiettivamente non ne possiamo più di stare in macchina. Il campo ger è però chiuso! E si riparte di nuovo.
Entriamo a Kharkhorin. Qui strade asfaltate, luce elettrica, cartelli, case, gente, auto, benzinai. Non è Ulaan Baatar, ma non ci va molto lontano. Devo dire che tutto ciò mi lascia un po' perplesso. Mi ero abituato alla tranquillità ed al vento del Gobi, al silenzio, all'assenza di tutto.
Attraversiamo Kharkhorin. Qui prende anche il cellulare. Poco fuori città troviamo questo campo ger molto "in". Certo non è come i campi spartani del Gobi. Ci sono anche degli americani. La posizione è comunque molto bella, all'imbocco di una valle verdissima con un fiume azzurro, molti ger isolati attorno, e molti animali. Tipico paesaggio mongolo. Siamo comunque a due passi dalla città.
Telefoniamo a casa approfittando del cellulare che prende. Cattive notizie da India e Pakistan. A Pechino dovremo iniziare a decidere davvero il da farsi. Intanto dovremo studiare la questione del visto per il Kyrgyzstan e dell'estensione del visto cinese. Poi vedremo.
Non mi piace tanto essere rientrato nella "civiltà". Qui, peraltro, ci fermiamo due giorni. Ci sono alcune cose interessanti da visitare nei dintorni e dobbiamo ricaricare le batterie prima di ripartire per l'interno della Mongolia Centrale.
Approfitto del cellulare anche per dare un'occhiata alle e-mail. Nessuna novità. Silvia e Armando si chiedono dove siamo. Gianni ha saputo che eravamo ad Ulaan Baatar la scorsa settimana. Come? Le voci corrono...
Da Pechino manderò una e-mail circolare di riepilogo.
In serata Aji ha aggiustato la pompa della benzina. Grande personaggio, è davvero insostituibile. Siamo in ottime mani. Emanuela è ancora fuori combattimento, senza voce e con parecchio mal di gola.
Oggi giornata di sosta. Fa molto caldo, anche le nottate sono intorno ai 18°. Di giorno passiamo abbondantemente i 30° anche qui in Mongolia Centrale. Qua attorno il paesaggio è verdissimo, siamo all'imbocco di una gran bella valle attraversata da un bel fiume.
Stamattina partenza intorno alle 10. Visitiamo il monastero di Erdene Zuu, il più importante della Mongolia, situato appena fuori Kharkhorin a circa un paio di chilometri da qui. Questi monasteri sono tutti abbastanza simili alla fine e in più, essendo stati completamente distrutti da Stalin, ne rimane ben poco. Qui però c'è in corso una funzione religiosa e i monaci sono radunati nel tempio a cantare. L'atmosfera è assai mistica.
Stiamo ad Erdene Zuu un paio d'ore e compriamo qualche oggetto dalle bancarelle. Io acquisto un vecchio libro di preghiere buddiste. E' davvero molto bello ed antico, e la trattativa chiude a 10$.
Ci fermiamo ad un "bar" locale per una ciotola di riso, un tè ed una birra. Quindi, un giro al Khudaldaany Töv, il mercato dei container. E' molto interessante, i "negozi" sono ricavati dentro vecchi container e ne viene fuori qualche bello scatto fotografico. Ci sono ragazzi che giocano a biliardo nella piazzetta, su vecchi tavoli sgualciti ed inclinati! Oggi è il "children day".
Per l'ennesima volta non riusciamo a spiegare a Turo che non vogliamo mangiare a pranzo e ci porta al campo alle 14:30, dove ci aspetta, come al solito, un'insalata di tutto, una zuppa di verdure, un piatto di riso e montone, un dolce, ecc. Lasciamo lì quasi tutto. Questo concetto del saltare pasto, o di farlo leggero, è del tutto inconcepibile per i mongoli! Così come quello di voler fare due passi! Il fatto che vorremmo fare due passi a Kharkhorin senza la macchina, soprattutto dopo intere giornate trascorse inscatolati nello UAZ, li lascia perplessi. Non ne capiscono il motivo. I mongoli ritengono che andare a piedi sia umiliante. E' così fin dai tempi di Gengis Khan.
Dopo pranzo, crollo (inevitabilmente) a dormire per un paio d'ore dentro al ger. Quindi, alle 17 veniamo trascinati da Turo a visitare un'altra "local family" che sta ad un paio di chilometri da qui. Sinceramente non ne avevamo proprio voglia, ed evidentemente neanche la local family! Ci fanno provare qualche prodotto locale: latte di yak (simile al nostro, ma è un po' più grasso), yoghurt fermentato di capra (forte), biscotti con una specie di crema pasticciera e qualcosa tipo pane fritto. Probabilmente ci siamo fatti un bel po' di anticorpi.
Si torna al campo verso le 18. Anche in questo caso, è difficile far capire a Turo il concetto di "mezza giornata libera". Me ne vado a fare due passi nella valle qua davanti, camminando lungo il fiume.
Questo ger è un po' troppo "abitato". Ci sono moltissime formiche, api, zanzare, coleotteri di tutti i tipi. Direi tutto sommato che, fra tutti i ger nei quali abbiamo alloggiato fino ad oggi, questo è forse il peggiore. Di fatto è un campo in città. Naturalmente sto escludendo quello di Terelj. Rimpiango un po' i nostri campi spartani nel Gobi, tutti per noi, ed inizio ad essere un po' stanco di Mongolia, forse.
Stiamo valutando la possibilità di rientrare ad UB con un giorno di anticipo. Abbiamo l'impressione che questo Paese, al di là di tutto, ci abbia già dato quello che poteva darci. E sicuramente è stato al di sopra delle aspettative. Ma a questo punto iniziamo a sentire voglia di ripartire. Inizio a pensare che la Cina ci attenda. In teoria abbiamo ancora otto giorni qui in Mongolia, di cui sette in giro con la UAZ. Vedremo.
Giornata sufficientemente anonima e noiosa. Sì, siamo un po' stanchi di essere sballottati in giro per la Mongolia. Anche perché siamo ormai quasi certi di avere visto il meglio, o almeno l'essenziale. Undici giorni in giro con la UAZ, su questi percorsi infernali, mettono davvero a dura prova. Dalla partenza, Terelj compresa, ci siamo già fatti ben 1.900 km di fuoristrada totale e non più di 50 km su asfalto, comunque in pezzi.
Questa mattina fa caldo come al solito. Sveglia presto, intorno alle 7, perché entra una vespa nel ger. Anche stamattina, come già ieri, il nostro tendone si popola rapidamente e quindi ci alziamo sconfitti. Colazione intorno alle 10 e partenza alle 11:00. Giornata mogia fin dall'inizio. Ieri sera abbiamo fatto un piano con Turo. Se Tuya è riuscita a prenotarci il treno del 9 giugno per Pechino, vogliamo tornare ad UB con un giorno di anticipo, cioè il 7 giugno. Altrimenti decideremo il da farsi. In teoria, infatti, il rientro sarebbe previsto per l'8 giugno.
L'asfalto termina subito un paio di chilometri fuori Kharkhorin e iniziano le solite cento piste parallele, che su questo terreno erboso e collinoso sono tremende. Il rodeo è più duro e stancante del solito. O forse siamo noi ad essere davvero stanchi. Per fortuna, su questo percorso da Kharkhorin a Tsetserleg stanno lavorando alla costruzione di una nuova strada, così ogni tanto riusciamo a farci qualche chilometro di sterrato piatto e abbastanza normale.
Il paesaggio non dice molto. Siamo nell'Aimag di Arkhangai e di fatto questa è una delle regioni più "sviluppate", diciamo così. Il terreno è molto verde e collinoso, attraversato da piste larghe e molto frequentate: incontriamo diverse macchine, attraversiamo qualche villaggio. Fatto alquanto interessante, la maggior parte dei mongoli si muove comunque a cavallo. Fuori dai "negozi" (si fa per dire) e dai posti di ristoro, ci sono i pali per legare i cavalli, come nei film western, e vengono utilizzati normalmente.
I villaggi sono l'aspetto più interessante della giornata. In giro, si vedono peraltro centinaia di ger, ovunque, molti dei quali sono evidentemente stanziali.
Verso le 14 arriviamo a Tsetserleg, capoluogo dell'Aimag. Qui vediamo addirittura dei cartelli direzionali e nientemeno che un semaforo spento. Attraversiamo alcuni viali alberati. Tsetserleg potrebbe quasi passare per una cittadina carina, naturalmente dipende da qual è il sistema di riferimento. Su quello mongolo lo è.
Visitiamo il monastero di Zayayn Gegeenii Süm, piuttosto noioso. Ci chiedono pure dei soldi per poterlo fotografare e quindi rinunciamo. Peccato. Andiamo quindi al vicino tempio di Buyandekgerunlekh Khiid, dove Turo parla con il capo dei monaci e gli racconta che siamo giornalisti. In questo modo riusciamo finalmente a strappare una fotografia a questi straordinari monaci! Un piccolo scoop.
Quindi, ripartiamo e saliamo sulle montagne che circondano Tsetserleg, dove troviamo anche un po' di neve. Il paesaggio è tipicamente alpino, la temperatura piacevole. Sosta intorno alle 15 per la solita colazione al sacco: oggi riso, patate e manzo a blocchi, non male.
Ancora in viaggio, e dopo circa 20 km, in una bella, ampia e verde valle fra le montagne, arriviamo a questo campo, il Taikhar, sotto al Taikhar Chuluu. E' questo un sasso monolitico, un po' più piccolo di quello di Remenno, che però è la grande attrattiva del posto. Un pacco: è anche pieno di scritte fatte a vernice e sulla sommità c'è un Ovoo. Comunque il campo è bello, deserto (hanno aperto solo ieri e lo stanno ancora montando) e la posizione è piacevole. E' addirittura più pulito di quelli che lo hanno preceduto, anche perché siamo i primi ad arrivare e quindi è intonso.
E' pomeriggio presto e al solito non c'è nulla da fare, tranne riposare. Questa giornata, tutto sommato, poteva essere compressa con quella di ieri. Qui fra l'altro non è ancora aperto il ristorante, per cui stasera ci porteranno qualcosa da mangiare direttamente nel ger (speriamo!).
Ancora una volta siamo isolati in mezzo al nulla, solo che qui, invece del deserto, c'è un normale paesaggio, direi più appenninico che alpino. Il tempo è cambiato, c'è vento forte e teso, il cielo a tratti è nerissimo e tuona parecchio. Ma come al solito, con questo tempo mongolo non ci si capisce nulla. Probabilmente non accadrà niente come al solito e più tardi sarà di nuovo bello. Per il momento, l'unico effetto è che il vento, entrando dalla base del ger, ci ha sollevato e disfatto tutto il pavimento fatto di fogli di plastica colorata.
Questo ger è praticamente aperto per 10 cm di altezza dalla base, entra di tutto. Però è bello.
Nota: arrivando al campo, se mai ce ne fosse stato bisogno, abbiamo avuto una volta di più la conferma che per i mongoli la linea retta è l'unica direzione possibile, ai limiti della follia! La pista faceva infatti un'ampia curva nella valle, in fondo alla quale si poteva vedere il campo ger. Per quanto fosse un tracciato sterrato e tutto a buchi, riuscivamo per lo meno a mantenere i nostri 30 km/h di media. Ma ad Aji no, non gli andava bene... Invece di fare la curva, ha tirato dritto. Ci siamo così impestati dentro ad una pietraia allucinante solcata da piccoli canyon.
Quando è stato evidente che era impossibile proseguire, Aji, invece di fare la cosa più ovvia, ossia tornare indietro di 500 metri e riprendere la pista, si è ostinato a voler "raddrizzare" la curva ed è quindi passato praticamente parallelo alla strada, bloccando spesso la UAZ dentro ai buchi. Ai limiti dell'assurdo!
Questi giorni abbiamo più volte avuto la sensazione che, anche di fronte alla possibilità di una strada "quasi" normale, Aji preferisse buttarsi in percorsi fuoristrada pazzeschi solo perché, in teoria, più corti. Oggi Turo ce lo ha confermato a proposito della micidiale tappa del 31 maggio, da Saikhan Ovoo a Kharkhorin. Come avevo scritto, è stata una tappa durissima, abbiamo anche spaccato la pompa della benzina. Io, studiando la cartina della Lonely Planet, avevo avuto la sensazione che dovesse esserci una strada più bella, forse asfaltata. E infatti, ad un certo punto, ne abbiamo attraversata (nel vero senso della parola, a 90°) una.
Il viaggio è stato davvero duro l'altro giorno, siamo stati in macchina quasi 11 ore per fare 275 km. Però, secondo loro, abbiamo risparmiato ben 60 km in questo modo. Peccato che abbiamo impiegato il doppio del tempo, abbiamo consumato il triplo di benzina, abbiamo sfasciato la macchina e siamo arrivati a pezzi, senza contare che ci siamo persi almeno 15 volte!! Questa cosa è davvero assurda, eppure per i mongoli è così, lo avevamo anche letto sui nostri libri. L'unica cosa che può convincere un mongolo a deviare da una linea retta fra il punto A ed il punto B è un fiume troppo profondo, o una catena di monti invalicabili. E questi due parametri, dati una UAZ ed un autista mongolo, non sono esattamente come ce li immaginiamo noi...!
23:10. Nel pomeriggio ho partecipato alla costruzione di un ger! Erano tutti indaffarati a costruirne uno, c'era molto vento. Noi abbiamo fatto qualche ripresa e qualche fotografia sulle varie fasi del montaggio. Poi, quando Aji si è unito a loro senza dire una parola, per dare una mano, un ragazzo mi ha fatto un cenno e anche io mi sono unito alla squadra. Un'esperienza molto divertente.
E' caduta qualche goccia di pioggia. Poi, bel tempo serale, come al solito. Cena dentro al ger.
Quota 2.100 metri circa, temperatura 24°. Sì, grattiamo il fondo del barile. Nottata trascorsa alla grande, silenzio totale, nessun rumore, neanche uccelli ed insetti. Dormitona.
Sveglia alle 9:00, giornata stupenda e calda. Partenza con molta calma alle 11:00. Viaggio palloso e stancante. Unica nota, il tratto lungo il canyon del Chuluut Gol. Il canyon è bello, la strada lo segue dall'inizio per qualche chilometro. Non è spettacolare, ma merita un paio di piacevoli soste. Per il resto, nulla. Peraltro, oggi ci siamo davvero arrabbiati. Io alla fine non ne potevo più!
La strada non sarebbe stata malaccio, una dignitosa strada di ghiaia abbastanza piatta e scorrevole per parecchie tratte, roba dove volendo si può andare a 50-60 km/h. Ma Aji è arrivato al punto di seguirla in parallelo su delle tracce allucinananti, per diversi chilometri. Un tormento. Si saltava come matti, un sacco di botte, velocità a passo d'uomo.
Ad un certo punto, in una valle ampia, si vedeva il lunghissimo rettilineo della nuova strada di ghiaia, ed al suo fianco diverse tracce sconnesse e tortuosissime. Ovviamente, Aji ha infilato quelle. Io mi sono davvero incazzato. Cercando di mantenere la calma, nonostante ormai la situazione fosse assurda, ho chiesto (per la terza volta oggi!) spiegazioni a Turo. Mi ha risposto che la traccia era più morbida e che sulla strada si andava male lo stesso. Ho fatto finta di assecondarlo, ma gli ho comunque spiegato che eravamo stanchi di tutti quei salti.
Tornati, a quel punto, sulla strada, abbiamo fatto qualche chilometro in pace. Verso le 16, siamo arrivati nel parco nazionale del Terkhiin Tsagar Nuur, nella catena del Khorgo Uul. E' questo un antico vulcano spento di circa tremila metri. Sulle vette attorno, tutte al di sotto dei 3.000 metri, c'è qualche chiazza di neve. Tira molto vento, il cielo è parecchio nero e cade anche qualche goccia di pioggia. E' del resto ormai ovvio che questo clima si comporta tutti i giorni allo stesso modo, e mi aspetto una bella serata.
Attraversiamo una grande colata di lava dopo il paese di Tariat e ci spingiamo all'interno delle valli che circondano il Khorgo Uul. Il panorama qui è un compromesso fra un nostro paesaggio appenninico e quello di Reunion. Il posto, comunque, non è malaccio.
Arriviamo a questo campo ger, il Tsolmon Khorgo I. Anche questo ha appena aperto, non c'è anima viva e purtroppo non c'è neanche acqua corrente, ed i bagni sono fuori uso. Purtroppo i nostri due amici evidentemente non potevano saperlo.
Turo mi spiega che gli altri due campi ger che sono in questa zona non hanno contratti con la sua agenzia. Ha però intuito che Emanuela è abbastanza incazzata e si offre di andare a cercare un'altra sistemazione. Devo dire che è evidentemente dispiaciuto ed imbarazzato. Emanuela ha comunque mal di testa ed è stanca del viaggio, e quindi per stasera ci fermiamo qui. Dovremmo, a dire il vero, fermarci per due giorni, ma vedremo domani mattina la situazione dell'acqua. Questo è anche l'ultimo avamposto previsto del nostro itinerario. Da dopodomani inizia il ritorno verso UB, che almeno fino a Kharkhorin dovrebbe seguire lo stesso itinerario percorso per arrivare fino a qua, questi ultimi due giorni.
Il campo è comunque in ottima posizione, davanti al Khorgo Uul ed al cono vulcanico più recente, sul quale saliremo domani. Adesso, come previsto, il tempo è girato al bello, fa anche caldo e non c'è quasi più vento. Ci troviamo sopra i 2.000 metri di altitudine.
Sta di fatto che, tutto sommato, il giro completo che abbiamo fatto questi giorni è piuttosto incomprensibile. Per due volte torniamo sui nostri passi, ma se risalendo dal Gobi abbiamo almeno fatto una strada diversa, anche se abbiamo attraversato la stessa tratta di deserto per almeno 150 km, qui invece ci rifacciamo la medesima orrenda strada e gli stessi campi ger dell'andata. Inoltre, negli ultimi quattro-cinque giorni abbiamo anche cazzeggiato a lungo in posti inutili e vuoti. A noi può anche andare bene, non ci stanchiamo troppo e tempo ne abbiamo, ma altri al nostro posto avrebbero trovato tutto ciò una gran perdita di tempo e di soldi.
Tutto sommato, questa seconda parte di viaggio, da Khongoryn Els in poi, non è stata decisamente all'altezza della prima. Un po' è vero che ce lo aspettavamo. L'unica altra regione notevole della Mongolia, quella degli Altai, che si trova fra lo Xinjiang, Tuva e la Buriazia, è troppo lontana e fuori dal nostro percorso. Di fatto, irraggiungibile in tempi ragionevoli, se non volando. Si trova circa a 1.000 km ad ovest da qui. Qui ci troviamo circa 600 km ad ovest di Ulaan Baatar.
Noi, ormai, abbiamo voglia di Cina, questa è la verità.
Riguardo al discorso strade e percorsi, comunque, la Mongolia è davvero assurda. Credo non esistano Paesi simili al mondo. Anche oggi abbiamo visto un bel po' di "cantieri" lungo questa strada "nuova", ma nessuno che ci lavorava, zero assoluto. Si vedono, in compenso, delle cose assurde. Ad esempio, si fanno decine di chilometri di fuoristrada pazzesco e poi, all'improvviso, dieci metri di asfalto in pezzi. Poi, di nuovo il nulla. Quindi, un ponte in un posto del tutto inutile, sopra ad un avvallamento di un metro, magari dopo avere attraversato canyon e montagne in linea retta!
Il concetto di strada è del tutto inutile per i mongoli. La strada è inutilizzata, dove c'è. Turo dice che non hanno strade perché sono poveri. Questa è un'assurdità! A parte che abbiamo visitato Paesi molto più poveri e ricchi di strade - distrutte, in pezzi, ma c'erano! - la verità è che la Mongolia ha un territorio in gran parte piatto e perfetto per costruire strade facilmente, volendo. Ma tanto questa gente va a cavallo, oppure in fuoristrada, e non gliene frega niente. Sono quattro gatti, vivono in un sistema quasi autosufficiente. Non commerciano. Ogni tenda nomade è uguale alle altre ed è una piccola comunità autosufficiente. Non ha "bisogno" di strade.
Il governo si becca i fondi internazionali per la costruzione di nuove strade, ma poi non ha mano d'opera e, probabilmente, gran parte del denaro sparisce a causa della dilagante corruzione. Così, chi è al potere racconta alla gente comune che non è possibile costruire strade perché sono un Paese povero. Ma per tirare una striscia di ghiaia su una pianura infinita, completamente piatta, come fanno perfino in mezzo al deserto africano, non ci vogliono chissà che soldi. E poi, una volta tracciata, i mezzi la seguono. Qui, anche quando c'è, la gente guida fuori!! Anche se è evidente che è scomodo, più lento e costoso! E' come se seguire una strada in qualche modo li facesse sentire meno liberi.
A noi, questo ritornello "Mongolia Paese povero", sinceramente non ci torna del tutto. Abbiamo incontrato i nomadi in mezzo al Gobi (i nomadi sono il 90% della popolazione...) e stanno certamente molto meglio dei bambini africani, sudamericani, o di molte popolazioni del sud est asiatico. Qui hanno risorse, non hanno sovrappopolazione, anzi, al massimo hanno il problema opposto. Certo, il clima è durissimo, ma che dovrebbero dire, allora, in Siberia? O le popolazioni in mezzo al Sahara?
Il problema, a nostro avviso, è che terminata l'occupazione russa, il governo attuale ha iniziato ad accaparrarsi tutto il denaro che avrebbe dovuto/potuto essere investito in opere pubbliche. Peraltro, a parte i bambini della periferia di UB, noi non abbiamo visto gente che "sta male". Abbiamo, al contrario, spesso sentito dire che nei ger "non c'è l'acqua calda". Già, ma in molti c'è la TV, la parabola ed il generatore di corrente. Tutti hanno una gran quantità di animali, e territorio ce n'è a volontà per tutti. Tutti hanno un mezzo meccanico. Tutti hanno acqua e cibo.
Certo, se viene un inverno duro e gli animali muoiono, c'è carestia, come è accaduto durante il grande "zud" del 2000, ed allora è davvero dura. Ma questo accade nell'80% del mondo non occidentale.
Insomma, detto che la Mongolia è un Paese assolutamente straordinario ed unico, i mongoli sono piuttosto incomprensibili. Sotto certi punti di vista sono invidiabili. La società nomade ha regole e usi assolutamente utopistici per noi. Ma per molti aspetti, appaiono del tutto irragionevoli ai nostri occhi, e spesso assurdi nei loro comportamenti.
Va da sè che a noi, comunque, piacciono molto. E' comunque vero che, se escludiamo il vuoto estremo del Gobi in alcune zone, vale davvero la pena venire qui assolutamente per l'esperienza di viaggio in sè, e per l'atmosfera e il senso di libertà, non per i posti o per le cose da vedere. Di veramente particolare ci sono pochissime cose. Il monastero di Ulaan Baatar, incontaminato. Il vuoto del Gobi a Mandal-Ovoo. I campi ger. I cavalli liberi nella steppa.
22:00. Serata splendida. Solo cucù che cantano nella foresta. C'è ancora una luce eccezionale. Ho fatto una passeggiata nella valle qua attorno, prima e dopo cena. Emanuela si è messa a dormire, ha troppo mal di testa.
A parte l'acqua che manca, bisogna riconoscere che non abbiamo avuto disagi particolari da quando siamo qui. Sono andato a fare un giro alla toilette di emergenza, a secco, fuori dal campo, ed è pulitissima. Quelle dei nostri rifugi di montagna spesso sono mille volte peggio!
Nonostante tutto, qui non è affatto male, considerato che siamo davvero in culo al mondo!
Ieri sera a mezzanotte, Emanuela ed io siamo usciti dal ger. Anche qui manca la luce elettrica (oltre all'acqua), e quindi c'è assenza totale di luce artificiale. C'era una stellata pazzesca, si vedeva la Via Lattea. E, incredibile, c'era un concerto di lupi che ululavano! Questa è davvero zona di lupi, oggi ne abbiamo anche avvistato uno.
Qui al campo hanno installato una incredibile doccia a pedale, che pesca acqua dal torrentello qua davanti grazie ad un tubo di gomma. Non si può certo dire che funzioni, ma è decisamente folkloristica! A parte qualche piccolo disagio, comunque, io qui sto benissimo, mi sento decisamente nel mio ambiente. Mi trovo bene nei ger, mi piacciono. Questa notte ho fatto un'altra dormita notevole. Alle 7:30 è venuta la tipa ad accendere la stufa, che qui va a legna, ma c'erano 20° all'interno del ger ed era inutile. Fra l'altro, la nottata non è stata affatto fredda. Come sempre, rinfresca un po' verso le 4 del mattino, ma per essere a duemila metri non siamo mai scesi al di sotto dei 14-15° e nel sacco piuma si sta benissimo.
Alle 9:00 colazione e poi si va al cratere di Khorgo Uul, che sta proprio qui davanti a noi, ad un chilometro. Assurdamente, quanto ovviamente, ci andiamo con la UAZ. Ci mettiamo almeno mezz'ora. Demenziale. Aji fa arrampicare la UAZ sulla lava fin dove le tracce di altre ruote si interrompono. Bisogna dire che ci sono altri due fuoristrada che salgono. A parte che a piedi avremmo fatto decisamente prima, sarebbe stata anche la cosa più ovvia visto che siamo in un parco nazionale! Ma per i mongoli non è una cosa ovvia. In Mongolia, andare a piedi è considerato stupido! Vabbè...
Dal "parcheggio" della UAZ al bordo del cratere, che si trova a circa 2.400 metri, ci sono circa 15 minuti a piedi. Il cratere è davvero impressionante, sarà profondo almeno 100 metri ed è nerissimo. Merita davvero questo vulcano. Turo dice che l'ultime eruzione risale a circa 8000 anni fa, ma secondo noi e la nostra piccola esperienza di vulcani, deve essere più recente. Sulle pareti di lava nerissima sono cresciuti pini che non hanno più di 20-30 anni. Intorno a noi è un mare di lava nera, con pochissimi licheni.
Arrivo sulla vetta vera e propria del vulcano e faccio il giro completo del cratere in circa un'oretta. Il paesaggio è davvero stupendo e dalla vetta la vista spazia sulla pianura interamente ricoperta da una colata di lava di qualche chilometro quadrato. Questo vulcano ha eruttato, secondo noi, non più di qualche centinaio di anni fa, altro che ottomila.
Sopra di me vola un enorme avvoltoio, lo avrò a non più di dieci metri. Devo avere invaso la sua casa! Prudentemente mi allontano e continuo il mio giro sull'orlo del cratere, toccando il punto più alto con qualche passaggio aereo, di grande effetto.
Il cratere è largo almeno duecento metri. Intorno, ci sono diversi Ovoo e alberi sciamani ricoperti dalle classiche pezze di stoffa azzurra.
Verso le 12:30 ce ne andiamo al lago di Terkhin Tsagaan Nuur, che si vede dalla vetta del vulcano e che si trova a circa un paio di chilometri. Naturalmente lo raggiungiamo in UAZ... Il lago è molto bello, è di origine vulcanica ed è lungo circa una trentina di chilometri. Le acque sono limpidissime e c'è perfino qualche spiaggia invitante di sabbia bianca. Fa molto caldo, ma l'acqua è decisamente troppo fredda.
Al lago trascorriamo un'altra oretta a gironzolare a a prendere un po' il sole. Sulla sponda c'è il campo ger Khorgo II, ma decidiamo comunque di rimanere al nostro campo per non essere divorati dalle zanzare, stasera. E poi, adesso anche Emanuela è più serena.
Verso le 14:00 rientriamo al campo mentre, come al solito, inizia a rannuvolarsi e si alza il solito vento. Oggi però il tempo tiene, e continua a fare caldo. Al campo - sempre senza acqua - ci laviamo con una pentola riempita con acqua del torrente. Solito pranzo esagerato. Come sempre, insalata mista condita con qualche specie di maionese e spezie, zuppa di verdure e cipolle con panna, involtini, ravioli di montone bollito. Dopo pranzo, inevitabilmente, cadiamo addormentati nel ger.
Sveglia verso le 17:00. Ho deciso che voglio salire una di queste vette sconosciute, e apparentemente vergini, che circondano il nostro campo. Emanuela decide di venire con me. Saliamo proprio la montagna che ci sta di fronte. Attraversiamo prima la vallata ed il torrente, poi risaliamo per pendii erbosi e fioriti, le cui zolle sono curiosamente crepate. Quindi, un tratto nel bosco, dove avvistiamo un lupo! infine, saliamo per un ripido versante in parte erboso, in parte ghiaioso. La vista è straordinaria, siamo ad altezza neve, anche se in un'ora circa siamo saliti solo di 300 metri circa. Però, il posto è praticamente vergine e la sensazione di avventurarsi da soli su una montagna sconosciuta è fortissima! Qui ci sono lupi e falchi, e chissà che altro.
Verso le 18:30, con il sole sempre alto e molto caldo, iniziamo la discesa, senza avere toccato la vetta (circa 50 metri più in alto). Alle 19:15 siamo di nuovo al campo. Serata con clima davvero piacevole.
22.30. Stasera a cena pesce del Terkhiin. Ottimo. Finalmente qualcosa di diverso dalla carne. Atmosfera rilassata e buona conversazione. Domani inizia il ritorno. Emanuela scrive il suo diario e armeggia con la stufa, fra i due pali che sostengono il ger, alla luce di una candela. Il nostro solito bastoncino di incenso (rubato a Taikhar!) profuma il ger...
Ed eccoci nuovamente al campo ger di Taikhar. Dopo due giorni al Khorgo, finalmente acqua! Acqua, peraltro, in tutti i sensi. Stamattina sveglia con la pioggia, cielo nero e vento. E' la prima volta da quando siamo in Mongolia, deve essere proprio tempo di tornare. Temperatura sui 13°, ma comunque abbiamo dormito alla grande. Verso le 2:30 del mattino siamo stati però svegliati da un gruppo di mongoli che cantavano in coro canzoni locali! Nonostante il sonno e l'intontimento (o forse proprio grazie a quello...) devo dire che è stato molto suggestivo starsene nel ger al buio ad ascoltare questi canti. Sembrava di stare dentro al solito documentario. Peccato non avere il registratore.
Questa mattina partenza intorno alle 11, dopo la solita lavata approssimativa con la pentola, un po' a fatica considerati il vento e il freddo. La strada è la stessa dell'andata e quindi ne dormiamo lunghi tratti, anche perché questa volta Aji segue la strada principale, non sappiamo se per via delle nostre lamentele dell'altro giorno o perché si è convinto che qui si viaggia molto meglio e più rapidi.
Facciamo una breve sosta nel villaggio di Tairat, dove Turo telefona in agenzia per sapere che ne è della nostra prenotazione per Pechino. E' confermata per il 9 giugno, di nuovo in classe 2/4 con tutto lo scompartimento prenotato per noi. Questo significa che, d'accordo con Turo, domani comprimeremo due tappe in una per poter arrivare ad Ulaan Baatar il 7 giugno.
A Tairat ne approfittiamo per scattare qualche fotografia al villaggio ed alla popolazione in abiti tradizionali. C'è anche una qualche festa. Poi ripartiamo, e null'altro da segnalare, tranne che il tempo rimane nuvoloso, ventoso e bruttino fino a qua. Fotografiamo uno stormo di falchi in volo, alcuni pastori a cavallo con una mandria di yak. Rompiamo, ovviamente, la solita pompa della benzina del serbatoio sinistro a meno di 10 km dall'arrivo, ma per fortuna Aji riesce a fare ripartire subito la UAZ.
Unico altro evento degno di nota il fatto che oggi Aji abbia rifiutato di fermarsi, per diverse volte, davanti a persone lungo la strada che gli facevano segno di accostare. Questa è nuova e non l'abbiamo proprio capita, anche perché, qui in Mongolia, è quasi una cosa fuori dal mondo non fermarsi! Abbiamo imparato in questa occasione la curiosa espressione "Bi dure", accompagnata da un gesto fatto con tutta la mano aperta, tipo saluto. Non abbiamo capito se è un insulto, una presa in giro, o che altro. Certo è che ogni volta che incrociavamo qualcuno, Aji e Turo sparavano un "bi dure" e se la ridevano, noi ridevamo di conseguenza, ma sinceramente eravamo in imbarazzo e non sapevamo cosa pensare. Magari quella gente aveva bisogno di aiuto o di informazioni, come tante volte è capitato a noi. Se tutta la gente che Aji ha fermato gli scorsi giorni avesse fatto così con noi, non sarebbe stato affatto divertente. Mah, proprio non l'abbiamo capita.
22:50. Ottima serata nel ger-ristorante del campo, finalmente aperto. Abbiamo riso tantissimo con Turo che ci ha raccontato dei suoi dialoghi con Aji durante il giorno, che a noi fanno sempre ridere un casino, anche perché sono tutti a colpi di suoni gutturali.
Aji gli racconta dei suoi tre anni nell'esercito, ai confini occidentali della Mongolia. E Turo ride un casino. Ci spiega anche "bi dure", che significa "siamo al completo". Adesso capiamo. E giù a ridere.
Ora siamo nel nostro ger, stasera con la stufa accesa. Prima faceva piuttosto freddo, ma adesso, come sempre, la stufa ha trasformato il ger in un forno. Anche qui si va a legna.
Turo mi ha regalato la sua mappa con l'intero itinerario disegnato sopra. Davvero una gran bella serata.
Stanotte ha piovuto quasi ininterrottamente. Un po' di freddo, neve a bassa quota sui rilievi davanti al campo. Sveglia alle 8:00, con la stufa, e si sta bene. Il tempo continua a non essere un granché, ma quando filtra il sole, con l'aria così fresca, c'è una luce stupenda.
Partenza alle 9:40. Ho scoperto che sulla mia mappa della Mongolia le distanze chilometriche sono "doppie": "in linea retta" e "seguendo le curve"!! Roba da pazzi!! Oggi comunque si viaggia bene. La pioggia ha ammorbidito parecchio il terreno e in più la strada, fino a Kharkhorin, è quella dell'andata, quindi non male. Dopo diventa addirittura asfaltata, liscia e a due corsie! Roba da 90 km/h, non avevamo visto niente di simile in Mongolia fino ad oggi. Si vede che è la strada principale fra Kharkhorin ed Ulaan Baatar. Comunque, dopo i primi 60 km, abbiamo le solite noie alla pompa della benzina. Stiamo fermi una mezz'ora.
Ci fermiamo a Tsetserleg presso una specie di santuario degli uccelli, dove si trovano decine di avvoltoi. E' un grande spettacolo e le foto, ovviamente, si sprecano. Continua a fare freddo e a tirare forte vento. Pieno a Kharkhorin, sosta pranzo poco dopo. Quasi a destinazione, deviamo per il piccolo monastero di Uvgun Khiid, nella catena del Khogno Khan Uul. Molto suggestivo. Compriamo un piccolo quadro ad olio molto bello.
Siamo ora nella zona delle Mongol Els, una regione di dune sabbiose non più alte di 30-40 metri e ricoperte di arbusti. Una variante del verde paesaggio circostante. Proprio davanti alle dune si trova il campo ger di Bayan Gobi, dove arriviamo intorno alle 17. Il tempo è ora più bello, ma sempre ventosissimo e freddo.
Il campo è un po' una schifezza, forse il peggiore fino ad oggi. E' un campone con molti ger, un po' malandato e drab, con un negozio di souvenir, ristorante, ecc. Si vede che siamo ormai in prossimità di Ulaan Baatar. A dire il vero, se avessimo proseguito, a questo punto e con questa strada finalmente bella, prima delle 21:00 saremmo stati ad UB. Ma è la nostra ultima notte in ger, ci sono le dune e va bene così. Certo, qui ci sono anche molti scarafaggi a dirla tutta, ma anche questa volta pare che non ci sia nessun altro oltre a noi, forse un paio di altri ragazzi. E questa sera avremo un bel tramonto sulle dune. Ci sarebbe anche la corrente elettrica, ma l'impianto non funziona.
Sento che mi mancheranno queste serate in ger, e mi mancherà questo Paese. E' stato davvero un grande viaggio questo attraverso la Mongolia. Cinque settimane se ne sono ormai andate. Ne abbiamo ancora circa venti davanti! Per certi versi, mi sembra di essere partito ieri, per altri mi sento in giro da sempre. Non ho nostalgia di casa. Qui mi ero ormai "ambientato", aiutato anche da Turo ed Aji. In Cina saremo di nuovo totalmente soli, dovremo arrangiarci e inizierà la parte di viaggio davvero difficile. Qualche pensiero, tutto ciò, me lo dà. Ma anche voglia di andare. Ancora due giorni di Mongolia, in ogni caso.
22:10. Prima di cena un bel giro da soli di un'oretta fra le dune. C'è un gruppo di dune proprio qua vicino, senza cespugli, tipo Tunisia. Cena discreta, dialogo piacevole come sempre. Qualche problema con gli scarafaggi. Effettivamente, qua ce ne sono un po' troppi. Nel ger, dopo cena, fa molto freddo: siamo intorno ai 15°, ma questo ger è stupidamente orientato a nord (tutti i ger sono sempre orientati a sud, in modo che l'ingresso sia al riparo dai venti predominanti) e quindi entra un vento forte.
Stufa a tutta legna e scriviamo a luce di candela. Bel tramonto sulle dune per la nostra ultima notte nel "countryside".
Ed infine eccoci a "casa". Certo, come al solito non è stato facile! Nottata orrenda, un po' per la paura degli insetti, un po' per il freddo. Verso l'alba siamo scesi fino a 6-7°. La tipa che alle 8 doveva accenderci la stufa non si è vista. In compenso, alle 7:30 hanno iniziato a martellare qualcosa in metallo proprio di fianco al nostro ger. Insomma, alle 8:30, incazzato ed infreddolito, mi sono alzato. E pensare che stamattina si poteva dormire in pace! Il Bayan-Gobi è un campo di merda, anche la colazione è fredda e fa schifo. Lo dice persino Turo.
Alle 10:30 partiamo. Stanno per arrivare duecento (!) turisti da Singapore. Li incontriamo sulla strada, sono quattro pullman scortati...
In teoria, questa dovrebbe essere una giornata rapida e semplice, 270 km di cui almeno 230 di asfalto, per quanto asfalto mongolo. In realtà, a 160 km da Ulaan Baatar, la UAZ ci pianta in asso. Parte definitivamente la pompa della benzina. Fra l'altro, oggi abbiamo anche rinunciato alla colazione al sacco, convinti che al massimo alle 15 saremmo arrivati ad Ulaan Baatar.
Stiamo fermi due ore. Per quanto la giornata sia bella, fa decisamente freddo. Aji smonta tutto l'impianto di distribuzione e lavora praticamente solo con una chiave inglese, un coltello a serramanico e la bocca. Non so quanta benzina beva oggi! La pompa di destra è partita, quella di sinistra pure. Aji è perplesso. A sassate (!) riesce a fare funzionare la pompa di destra, ma qualcosa, evidentemente, continua a non funzionare nel serbatoio. Allora, fa una sorta di bypass, travasa la benzina da un serbatoio all'altro e finalmente, dopo avere smontato e rimontato mezzo motore un paio di volte, la UAZ riparte!! E' un grande!
Il viaggio prosegue a questo punto senza storia fino ad Ulaan Baatar, dove arriviamo alle 17. Questa volta veniamo alloggiati all'hotel Batkhan, quello che in teoria era previsto fin dal nostro primo arrivo ad UB e nel quale non eravamo invece venuti perché mancava l'acqua calda. Beh, l'acqua calda manca ancora, nonostante ci avessero assicurato che adesso c'era. Domani torneremo al Marco Polo.
Questo hotel, peraltro, per quanto non male, è decisamente lontano dal centro. In hotel realizzo anche che sono iniziati i mondiali di calcio. Pazzesco, non ne sapevo niente. Siamo davvero fuori dal mondo qui.
Che strano essere di nuovo ad Ulaan Baatar. C'è un po' di magone tutto sommato. Quanto sembra già lontano il Gobi ed il countryside. E le nostre notti in ger... accidenti!
Il tempo di sistemarsi un po' ed alle 18 ci facciamo accompagnare da Aji e Turo ad un Internet Cafè in centro, per smaltire un po' di posta. Ci diamo appuntamento alle 20:30 con Turo al ristorante coreano. Cena discreta, ma ci manca un po' Aji. Turo ci dice che Aji è tornato a casa, dove lo aspettano una moglie e tre figlie, la più grande sedicenne, la più piccola tre anni. Che personaggio. Chiacchieriamo anche un po' con Turo a proposito di sciamanesimo. Alle 22:30 rientriamo in albergo. C'è un po' aria di... boh, strana. Strano essere di nuovo qui... Hotel, auto, semafori, traffico, palazzi... E' decisamente un giro di boa. Mi manca già questa Mongolia!
La notizia del giorno è la sconfitta dell'Italia contro la Croazia, 2-1, ai mondiali di calcio, che abbiamo vissuto in diretta TV, probabilmente su un canale russo.
Nottata nuovamente pessima. Il letto ed il cuscino durissimi, forse la stanchezza, il caldo, la porta della camera che si apre con qualche difficoltà, non so. Fatto sta che mi sono svegliato alle 5 del mattino e mi mancava il respiro, avevo un mal di testa ed un mal di pancia terribili e non riuscivo più a riaddormentarmi. Un attacco di claustrofobia come non avevo da tempo. Ci ho messo un po' a calmarmi, ho evitato di svegliare Emanuela e mi sono riaddormentato verso le 7. Alle 8:30, però, ero già sveglio a causa della luce in camera. Così, anche la seconda notte consecutiva della quale si sarebbe potuto approfittare per dormire un bel po', io l'ho passata malissimo.
Stamattina ero un po' a pezzi. Come se non bastasse, l'acqua è gelida, va e viene, e mi si spacca pure la tavoletta del water mentre ci sono seduto sopra, con conseguente disastro...
Alle 12:00, puntualissimi, Aji e Turo vengono a prenderci per trasferirci al Marco Polo, per fortuna. Aji ha portato anche la figlia più piccola, Batma, una cucciolina di tre anni. E' bello vedere Aji con la figlia, lui è davvero indescrivibile.
Al Marco Polo ci ridanno la solita camera, anche perché per sbaglio mi ero portato via la chiave e loro non ne avevano un'altra! Arriva, purtroppo, anche Tuya con un intero pullman di turisti australiani ed americani, con i quali è stata a Terelj... Sai che roba...
Tuya, appena ci vede, non ci molla come al solito. E' più antipatica e saccente del solito e, cosa peggiore, ci fa sapere che per Pechino ci ha prenotato solo due posti nello scompartimento a quattro, contrariamente a quello che le avevamo chiesto a ripetizione. Questo perché, secondo lei, costava troppo. Noi siamo veramente incavolati per queste iniziative di Tuya contro la nostra volontà, e chiediamo a Turo di verificare la situazione. Turo, come sempre, si dà da fare (è evidente che anche lui ed Aji detestano Tuya), ma purtroppo non c'è più molto da fare. Non riusciamo neanche ad anticipare la nostra prenotazione dell'albergo a Pechino, è troppo tardi. Vabbè, speriamo bene.
Ci facciamo accompagnare da Turo ed Aji all'Internet Cafè. Si aggrega anche Tuya che vuole passare con noi la giornata, ma una volta di più le spieghiamo che vogliamo stare da soli. Insomma, la mandiamo a quel paese, non senza prima avere fatto capire quanto ci siamo trovati bene con i nostri due amici.
Dopo un paio d'ore all'Internet Cafè, Aji e Turo ci portano alla libreria Scroll, in teoria l'unica libreria "internazionale" di UB. Qui ci congediamo da loro, anche Aji ormai ci sorride. La libreria (un buco polveroso con vecchi libri) è chiusa. Appeso fuori, c'è un numero di telefono da chiamare. Ormai UB è nostra: peschiamo la prima "telefonista da strada" di strada con il mano il suo apparecchio con l'antenna e telefoniamo a quel numero. Il proprietario viene così ad aprirci il negozio. Surreale e fantastico.
Poi, merenda e rientro in albergo. Partita dell'Italia. Telefonata a casa. La sera andiamo a cena al ristorante indiano. Non male.
E così se ne va la nostra ultima notte in Mongolia. Un po' di magone. Qualche preoccupazione davanti. India e Pakistan sembrano essere ai ferri corti. Dovremo forse modificare i nostri piani. Abbiamo pagato il biglietto per Pechino 220.000 tugrik, circa 100$ a cranio. Siamo anche stati alla DHL e per la "modica" spesa di 108$ abbiamo spedito a casa 3,5 kg di sassi del Gobi e souvenir vari. Siamo talmente fuori dal mondo che DHL non è in grado di dirci quando il pacco arriverà a destinazione, comunque di certo non prima di una settimana!
Abbiamo anche fatto un giro al mercato. Comprato calze ed un evidenziatore. Domani riattraverseremo per l'ultima volta il deserto di Gobi con la ferrovia Transmongolica.
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