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Solo il mito di Atlantide può forse reggere il confronto con quello di Samarcanda. E qui noi siamo, nell'antica capitale di Tamerlano, Samarqand, dopo 28.000 km di Asia. Qui iniziamo il grande "trittico", Samarcanda, Bukhara e Khiva, e qui doppiamo la nostra ultima boa, l'ultimo mito, prima di correre definitivamente ad ovest, verso la nostra vecchia Europa.
Samarqand inizia con un vecchio cartello sbilenco di metallo bianco, alla periferia di una città come tante altre. Per arrivarci abbiamo percorso una discreta superstrada a quattro corsie da Tashkent, a bordo di una Volga 3110 nera guidata da un silenziosissimo autista. Due sole parole in quattro ore: "Samarqand", alla partenza, e "Photo", quasi all'arrivo... Con ordine...
Sveglia alle 8:30 questa mattina. Emanuela sta male, forti crampi allo stomaco. Qualcosa le ha evidentemente fatto male ieri. Sfiga, proprio la giornata più "in" della nostra tratta in Asia Centrale.
C'è prima da risolvere la faccenda della TNT. Telefoniamo e ci assicurano (alla terza telefonata) che non si sono persi il nostro bagaglio, ma che è solo fermo in magazzino in attesa di partire. Mah... Fatto sta che andiamo via da Tashkent senza la certezza che il nostro bagaglio non sia andato perso.
Alle 11:00, puntuale, si presenta il nostro tassista, contattato ieri. 45$ per Samarcanda, in linea con i taxi collettivi, non male. Il viaggio è lungo poco meno di 300 km. La giornata è calda è soleggiata.
Niente da segnalare lungo la strada, che corre attraverso pianure interamente coltivate e campagna. Unica nota, si deve sconfinare in Kazakhstan per circa una trentina di chilometri. Si passa la frontiera, ma i controlli sono rapidi e per fortuna non ci sono noie con i passaporti. In teoria, noi non possiamo né tornare in Kazakhstan, né rientrare in Uzbekistan una volta che ne siamo usciti!
A qualche chilometro da Samarcanda c'è una grande scritta "Samarcanda" contro una montagna e facciamo accostare la macchina per fotografarla. Errore!! C'è un posto di blocco della polizia proprio lì (molti altri ne abbiamo passati lungo la strada, tutti senza noie). La polizia ci ferma e il nostro autista ha il suo bel da fare per mollare i poliziotti. 5.000 sum di "multa", chiamiamola così, che finiscono inevitabilmente sul nostro conto totale, 5$ in più. Tutto sommato c'è andata bene.
Il bello è che noi, contrariamente a tutto quello che ormai ci aspettiamo, non siamo minimamente stati presi in considerazione dalla polizia...
Samarcanda inizia dunque con un normale cartello... Faccio davvero fatica a crederci, siamo davvero qui! Il territorio qua attorno inizia ad essere più stepposo-desertico di quanto non sia intorno a Tashkent. La città appare pulita, ordinata, verde. Il nostro autista gira una buona mezz'ora per trovare il nostro albergo, ma con nostra piacevole sorpresa non ci "vende" ad alcun tassista locale, come accade di solito e come ci aspettavamo.
Poco prima di arrivare all'hotel, ecco, passiamo davanti al leggendario Registan! E' da rimanere senza parole, oltre le aspettative!
Il nostro hotel, un bed & breakfast budget, è davvero grazioso e si trova in posizione davvero strategica e insuperabile: dentro alla città vecchia, a fianco del Registan, con la posta proprio a 20 metri! E' bellissimo, con un cortile interno dove prendere il tè. Una vecchia casa uzbeka ristrutturata a nuovo. Ci costa 45$, camere belle, con tappeti, bagno, tv e aria condizionata, ringhiera comune con fuori tavolino e sedie private, dove mi trovo io adesso.
Davvero un posto notevole, padroni di casa gentilissimi. Qui alloggia anche un gruppo di francesi e un gruppo di soldati americani che arrivano evidentemente dall'Afghanistan (distante 300 km a sud). Uno di loro ha la maglietta "Enduring Freedom"...
Emanuela sta proprio male, è fuori combattimento. Siamo arrivati verso le 16:00 e c'è una luce stupenda, il Registan è qui davanti a noi. Io mi faccio un tè nel cortiletto.
Verso le 18:00, dopo che Emanuela si è ripresa un po', usciamo per fare un giretto. Ovviamente andiamo al mettere il naso sotto al Registan, che è magnifico, grandioso, spettacolare. Questo complesso, costruito fra il 1400 ed il 1600, formato da tre grandi madrase volute da Tamerlano e dai suoi discendenti, è tranquillamente all'altezza delle nostre grandi cattedrali e opere architettoniche. Interamente costruito con mattoni di argilla e piastrelle azzurre, blu e turchesi che disegnano mosaici grandiosi. Minareti altissimi, colorati. Stupendo in questa luce limpidissima del tramonto. Altro che Taj Mahal!
Samarcanda ci dà davvero un grande benvenuto. Gironzoliamo un po' li attorno, troppo tardi per le fotografie, e poi c'è uno spettacolo per giapponesi proprio nella piazza del Registan, con un palco che rovina tutto. La gente ci ferma, ci saluta, la polizia in giro (tanta!) è gentile. Incredibile!
Emanuela torna in albergo e io giro un po' da solo per il quartiere. Qui Samarcanda, dove città vecchia e città nuova si incontrano, è verde, bella e pulita. La gente è cordiale. Ci sono tanti locali che servono spiedini, tavoli all'aperto, musica araba per le strade... Samarcanda...! Ma siamo proprio qui??
Ci facciamo faxare dall'Orzu Hotel a Tashkent le ricevute della registrazione del visto all'OVIR, che ci eravamo dimenticati di ritirare prima della partenza! Una gravissima dimenticanza. Quindi, verso le 20:00, ce ne andiamo a cena sotto al Registan, in uno di questi locali all'aperto. Emanuela non cena, per me spiedini e birra. La serata ha un clima stupendo ed è davvero bella. Un vero peccato che i miei non siano riusciti a raggiungerci.
Dopo cena telefono ad Andrea. Samarcanda... La leggendaria Samarcanda... Ma siamo davvero qui??
Adesso Emanuela dorme. Io sono qui, sul terrazzo, seduto al tavolino. Mi concedo una sigaretta e la bottiglietta di whisky comprata all'aeroporto di Delhi per raccogliere la sabbia del deserto del Turkmenistan. Mi godo questa bella serata a Samarcanda, affacciato sul cortile del nostro hotel. Musica leggera in sottofondo...
Ecco... Adesso sono in pace con me stesso. Questo viaggio mi ha dato quasi tutto quello che sognavo potesse darmi. Non mi ha dato il Pakistan, non il Nanga Parbat, né il K2, ma tutto il resto sì, anche oltre qualunque aspettativa. Questo grande sogno è stato realizzato. Adesso posso tornare a casa e iniziare a sognare qualcosa di nuovo e altrettanto grande. E tornerò a casa con un nuovo grande piano in mente. L'anello che qui lasciamo indietro, fra Pakistan, Afghanistan e Tagikistan: la strada del Pamir, il Kyber Pass, l'Irkeshtan Pass, Osh, la Karakoram Highway integrale.
Sì, so che nella mia vità tornerò, per questo. E, continuerò a sognarlo, per salire il Muztagh Ata.
Emanuela continua a non stare bene. La partenza quindi, stamattina, è un po' lenta, a dispetto di quello che avevamo programmato. Peraltro non è che io mi sbatta molto e me ne rimango a letto un po' di più. Colazione, bella, nel cortiletto, accovacciati sui tappeti intorno al tavolino basso, come usa da queste parti. Giornata ovviamente calda e soleggiata, ma sempre molto limpida.
Verso le 10:00 ci mettiamo in moto. Per prima cosa estendiamo di una giornata la prenotazione qui. Quindi, prenotiamo l'albergo per Bukhara, un altro B&B. Per la macchina pare che non ci siamo problemi e che per 35$-40$ si possa fare.
Ce ne andiamo quindi al Registan e ci trascorriamo un buon paio d'ore di seduta fotografica. E' davvero notevole questo complesso di madrase che è il simbolo stesso di Samarcanda. Imponente e maestoso. Le decorazioni a piastrelle turchesi e blu sulle mura e sulle torri sono bellissime, ma l'interno è ancora più ricco. E' senza dubbio all'altezza delle grandi opere architetturali della nostra Europa.
All'interno delle madrase ci sono piccoli e graziosi negozi di souvenir, che non deturpano lo scenario. Qui è molto diverso dalla Cina. Turisti ce ne sono, ma non un'enormità: francesi, americani. Italiano non ne vediamo e di turisti autonomi come noi davvero quasi zero. Un'altra coppia di ragazzi, una coppia di signori, forse olandesi. Basta.
Verso le 13:00 ce ne andiamo alla moschea Bibi-Khanym, un altro grandioso esempio di architettura timuride, attualmente in restauro (e ricostruzione). Quindi sosta al coloratissimo e vivace bazar, dove un altro paio di rullini se ne vanno. Proseguiamo per il mausoleo di Shahr-i-Zindah ed infine, distrutti ed accaldati, verso le 16:00 ce ne torniamo in albergo, dopo un altro passaggio dal Registan per cogliere le luci pomeridiane.
Un po' di riposo nel tardo pomeriggio e cena in un ristorante davanti al Registan. Soliti spiedini e insalata, praticamente mono-dieta quaggiù. Chiude la serata un rapido collegamento su Internet per un check della posta e delle nostre spedizioni a casa con TNT. Collegamento caro, dall'hotel, 5$ all'ora.
E di nuovo qui sul terrazzo, in questa piacevole serata a Samarcanda... Solo, non sopporto questi militari americani in gita turistica.
Giornata di sole caldo a Samarcanda, vento e serata freschina. Aria limpidissima. Tocca a me stare poco bene. Di nuovo problemi intestinali. Tant'è, lasciarsi andare all'alimentazione locale continua a colpirci, ma qui non ci sono alternative. Probabilmente è la verdura cruda, lavata con acqua locale.
Fra una cosa e l'altra ci muoviamo con molta calma verso le 11:30. Poiché è l'ora più calda e il sole è a picco, decidiamo di invertire il nostro programma. Prima ce ne andiamo verso il centro della città nuova per fermarci qualche ora in un Internet Cafè. Qui io vado avanti con la mia nuova newsletter.
Verso le 15:30, quando la luce inizia ad essere perfetta, andiamo al mausoleo di Guri Amir, che di fatto è la tomba di Tamerlano, nonché un altro dei simboli di Samarcanda. Ci facciamo anche un giro ai vicini mausolei di Rukhobod e Ak-Saray, più modesti, ed un giro per le stradine pulite e tranquille della città vecchia. Molto interessante.
Poi, riprendiamo la nostra passeggiata lungo le strade alberate della Samarcanda nuova, decisamente sovietica e anonima. Oggi è domenica e, a parte qualche matrimonio, in giro non c'è praticamente nessuno.
Verso le 17:00 saltiamo su una specie di taxi (o quello che ne rimane...) e ce ne torniamo all'hotel. Corsa: 500 sum. Finiamo il pomeriggio seduti a dei tavolini all'aperto davanti al Registan, che comunque rimane insuperato.
Cena nello stesso ristorante di ieri sera. Tutto sommato la giornata finisce qui. Samarcanda è comunque decisamente più piccola e concentrata di quello che pensavamo e, a dire il vero, saremmo potuti anche partire domani. Ma abbiamo deciso di fermarci un giorno in più per fare un'escursione a Shakhrisabz, circa 90 km a sud di Samarcanda, giusto per non fermarci alla rotta classica in Uzbekistan e vedere qualcosa anche un po' al di fuori. Altrimenti qui avremmo mantenuto il vantaggio acquisito a Tashkent sulla nostra tabella, che invece, così, pareggiamo.
Va bene così, continuiamo a mantenere la nostra andatura, in ogni caso, ormai, la strada è tracciata.
Oggi abbiamo anche approfittato per registrarci anche qui a Samarcanda. A quanto pare si fa direttamente in hotel.
Questa mattina, dopo un passaggio in banca a ritirare un po' di dollari e cambiare il solito chilo di som, partenza come previsto per Shakhrisabz. Il viaggio scorre via piacevole, è circa mezzogiorno, la giornata a Samarcanda è fresca, ma sulle montagne e nella valle di Shakhrisabz è decisamente calda.
Lungo il percorso poco da segnalare. Si attraversa un passo fra montagne piuttosto aride e fa impressione pensare che lungo questa stessa strada, non molto tempo fa, i russi transitavano avanti e indietro durante la campagna in Afghanistan. La frontiera è circa 300 km a sud, ma qui si respira già aria afghana...
Attraversiamo una bella gola e villaggi interessanti, solo non vediamo alcuna traccia delle famose case uzbeke che abbiamo visto in abbondanza in Xinjiang! Incredibile! E pensare che qui dovrebbe esserne pieno.
Shakhrisabz è una cittadina come mille altre, ma interessante. Qui visitiamo il palazzo Ak-Saray di Tamerlano, o meglio, quello che ne resta: i piloni portanti di un portale alto 40 metri, interamente decorati a mosaici. Era l'architettura timuride più grande del mondo e fa impressione il solo vedere ciò che ne è rimasto.
Ci sono i soliti matrimoni e un bel po' di donne (tagike? Uzbeke?) che si fanno fotografare.
Quindi, visita alla moschea di Kok-Gumbaz e alla cripta di Tamerlano. Anche qui monumenti interessanti, perlopiù in fase di restauro.
Il bazar offre sicuramente lo spunto fotografico più interessante e anche qui la gente si fa fotografare volentieri. Ne approfittiamo anche per uno spuntino. Il mio stomaco continua peraltro ad avere qualche problema, ma qui non c'è alcuna possibilità di cambiare dieta, se non saltare del tutto!
Verso le 15:30 ripartiamo ed alle 17:00 siamo di nuovo a Samarcanda. Giro per la zona universitaria a caccia di Internet. Quindi, cena all'ombra del Registan ed io chiudo la serata ancora su Internet a finire la mia newsletter.
Così si chiude Samarcanda, domani nuova partenza, per Bukhara. Ieri mi ha telefonato il Dingo! Ad occhio direi che fra un mese esatto arriveremo a casa, giorno più, giorno meno. Attualmente il 16 ottobre è la data più candidata, secondo i nostri calcoli. Non voglio pensarci...
Stasera a Samarcanda fa freddino e tira vento forte. Cadono anche le foglie e tutta la campagna inizia a tingersi di giallo. Sta arrivando l'autunno e per noi sarà la terza stagione in viaggio. E' da queste cose che realizzo da quanto siamo in giro e quanto questo viaggio sia davvero lungo...
Partiamo da Samarcanda verso le 11:00, e anche questa è fatta. Discutiamo un po' con il tipo del Furkat perché vuole essere pagato in contanti, nonostante abbia esposto i loghi della Visa e dell'Amex. Fatto sta che le carte non le prende e ci tocca pagare con la nostra scorta di dollari non dichiarati, che per fortuna si rivela utile una volta di più.
Quindi, risaliamo sulla stessa Daewoo Tico che abbiamo preso ieri, con lo stesso autista anonimo, e partiamo per la mitica Bukhara, la seconda delle nostre tre tappe nelle oasi storiche della Via della Seta.
Si dice che Bukhara sia molto più bella di Samarcanda, la più bella città dell'Asia Centrale. L'aspettativa è dunque grande.
Il viaggio dura circa quattro ore lungo una strada quasi nuova che corre attraverso centinaia di chilometri di campi di cotone strappati al deserto. Sono questi i famosi campi la cui irrigazione ha richiesto il prosciugamento di buona parte del Mare d'Aral e la deviazione dell'Amu Darya, nella cui valle viaggiamo.
Anche se il paesaggio è monotono, i campi di cotone non annoiano e attraversiamo qualche interessante villaggio. La strada è pressochè diritta in questa vasta pianura. La giornata è calda, del tutto blu, non una nuvola in cielo, come sempre da quando siamo in Uzbekistan. Il viaggio ci costa 35$, tradotti in 38.500 sum. Niente male!
Arriviamo a Bukhara verso le 15:00. Il Bed & Breakfast che abbiamo prenotato è semplicemente stupendo. Siamo in pieno centro storico, all'inizio di un vicolo a meno di cento metri da Labi Hauz, la "vasca" centrale e piazza centrale della Bukhara monumentale. L'hotel è disposto intorno al cortile interno di una vecchia casa ristrutturata, come a Samarcanda, ma qui le camere, nuovissime, sono interamente decorate a stucchi e a mosaici di colori, tappeti Bukhara per terra, tv satellitare, a/c, bel bagno. Davvero stupendo e tutto per 40$, colazione compresa.
Ci riposiamo solo un quarto d'ora e usciamo a dare un'occhiata, oltre che per cercare di organizzare subito la partenza da qui. Dobbiamo infatti comunicare alla nostra agente in Turkmenistan (Yulia) il giorno in cui attraverseremo la frontiera, e quindi abbiamo bisogno di fissare una volta per tutte il piano per il resto della nostra permanenza in Uzbekistan.
La prossima tappa è Khiva, ma poi dobbiamo raggiungere Moynaq, sul Mare d'Aral, e tornare indietro fino a Nukus, vicino alla frontiera turkmena. Quest'ultima parte è quella più complicata, perché si trova un po' fuori dalle classiche rotte turistiche e quindi non sappiamo come potrebbe essere servita. Inoltre, già a Khiva le opzioni per proseguire non saranno moltissime, tranne taxi di fortuna, o autobus irregolari.
Proviamo dunque a prendere informazioni già qui a Bukhara, in un'agenzia. Chiediamo quanto ci costerebbe noleggiare la macchina con il soito autista per tutti e tre i giorni successivi a Bukhara: domani ci daranno una risposta. L'altra opzione è chiedere direttamente ad un tassista qualunque quanto vuole per portarci a Khiva (500 km da qui) e poi, una volta laggiù, arrangiarci da soli. Vedremo.
In treno, peraltro, non possiamo proseguire, perché la ferrovia per Khiva entra direttamente in Turkmenistan, per poi tornare in Uzbekistan, e noi non abbiamo un visto multi-entry né per il Turkmenistan, né per l'Uzbekistan. In autobus sarebbe davvero un massacro, quindi lo escludiamo. Insomma, staremo a vedere.
Certo è che qui a Bukhara ci fermeremo quattro notti.
Ci facciamo dunque una prima passeggiata per il centro. Bukhara ci appare subito straordinaria. E' praticamente rimasta allo stato medievale, con i suoi vicoli puliti, le sue madrase, le sue moschee e i caravanserragli. Tutto è conservato in uno stato eccezionale. Pochi turisti, poca gente in giro. Negozi di souvenir, carini, e stupende esposizioni di tappeti.
I tappeti Bukhara, famosi in tutto il mondo, arrivano in verità dal Turkmenistan. Noi dobbiamo fare acquisti e probabilmente qua prenderemo qualcosa, anche se per gli acquisti grossi aspetteremo proprio di essere in Turkmenistan.
La luce del tardo pomeriggio è stupenda e tinge Bukhara di rosa e azzurro. Facciamo una sosta in piazza per un tè, poi un'oretta in albergo intorno alle 20:00. Di fatto saltiamo cena, tranne un gelato, ancora in piazza.
Io continuo a non stare affatto bene, per non dire che la situazione va peggiorando, e sono un po' preoccupato. Ormai sono tre giorni che ho forti dolori di stomaco, diarrea e casini vari. La situazione è simile alla gastroenterite di Kathmandu, anche se per il momento non è a quei livelli, ma ho il sospetto che sia di nuovo qualcosa di batterico.
Il problema è che qui *non* siamo a Kathmandu, e io non ho più quegli antibiotici. Di stare a dieta qui non se ne parla proprio, l'unica è saltare i pasti. Anche oggi mi sono limitato il più possibile: yoghurt e tè al mattino, con mezza fetta di pane e un po' di marmellata. Ma il tè è fatto con acqua locale, poco bollita, e il latte non è certo né pastorizzato, né scremato. Pane e marmellata sono fatti in casa.
A pranzo mi sono limitato ad un samsa, i tipici triangolini di pasta sfoglia, ovviamente ripieni di carne e cipolla, la monodieta locale. Ho praticamente scartato tutto il ripieno e mi sono mangiato solo la pasta sfoglia. Mi sono tenuto alla larga da carne, verdura, frutta, tutto. Ne consegue che praticamente non ho mangiato e ho bevuto solo del gran tè, che però è sempre impuro e servito in tazze sciacquate a mala pena in acqua sporca.
Non c'è altra scelta, quindi che devo fare??
Vedremo come evolve questa faccenda.
Siamo anche riusciti a fare un rapido check della posta su Internet dall'ufficio informazioni di Bukhara, il BICC, che è qui a due passi. 3$ all'ora. In serata telefonata a casa per il compleanno di papà. Registrazione all'hotel: ok.
Nota: mi sono comprato lo zuccotto tagiko!
Qui basta andare in giro un'ora e l'elenco delle cose viste diventa rapidamente lungo. Bukhara è davvero una città monumentale, anche se, volendo, qualche critica gliela si può muovere: non è viva, innanzitutto.
Il centro storico è molto pulito, molto ordinato, molto tranquillo. In gran parte ricostruito, o restaurato. In qualche modo, è quasi "svizzero". Perfino i bazar sono "ordinati". Insomma, certamente è una città bellissima, più bella forse di Samarcanda, ma anche meno viva. Meno animata. Un po' più... finta?
Questa mattina in piedi alle 9:30 per non saltare la colazione. Poi, però, ce ne torniamo in camera a cazzeggiare per un bel po'. Io sto ancora male, non riesco a liberarmi dei miei problemi intestinali. Fra una cosa e l'altra usciamo solo verso le 11:30.
Al solito, la giornata è calda e completamente blu. Per prima cosa facciamo un giro alla Salom Travel, dove siamo stati ieri. Probabilmente riusciamo a trattare separatamente i due passaggi in macchina che ci servono. Questa sarebbe per noi la migliore opzione. Da qui a Khiva potrebbe costarci 70$, mentre la tratta Khiva-Moynaq-Nukus dovrebbe essere intorno agli 80$. Non sarebbe male. Messe insieme, sono circa 1.000 km se ben ricordo. Domani ci aggiorniamo.
Facciamo quindi un giro nel vecchio quartiere ebraico e mettiamo il naso nella sinagoga. Poi iniziamo il tour vero e proprio. Partiamo dal centro, Labi Hauz, giriamo i negozi di souvenir all'interno delle madrase che si affacciano sulla piazza: Nadir Divanbegi, Kukeldash e la Khanaka di Nadir Divanbegi. Belle, ben conservate. Negozi non ricchissimi. Compriamo un paio di scacchiere molto belle.
Poco dopo veniamo fermati in piazza da un tipo che ci dice che il padrone del negozio dove abbiamo acquistato le scacchiere non è affatto contento del prezzo che abbiamo trattato. La situazione è un po' strana e tesa, ma riusciamo a liberarcene.
Attraversiamo quindi i bazar monumentali, ma piccoli: Taqi Sarrafon, Taqi Telpak Furushon, Taqi Zargaron. Poi, la madrasa di Ulughbek e quella di Abdul Aziz Khan, rispettivamente del '400 e del '600.
Il giro prosegue con il famoso minareto Kalon e relativa moschea, i simboli di Bukhara. Luce stupenda, posti stupendi. Turisti quasi zero. Riusciamo a fotografare questi posti senza la presenza di un'anima. Basta aspettare un po' e le fotografie sono tutte per noi.
Di fronte a Kalon, la moschea di Mir-i-Arab, del XVI secolo, l'unica intorno con cupole blu. Tutto il resto è color argilla, il colore di Bukhara.
Torniamo al bazar e trattiamo un paio di tappeti. Poiché accettano solo contanti non sappiamo bene che fare. Ne scegliamo un paio, ma per il momento la trattativa è ferma a 350.000 sum + 25$, che però, secondo noi, è tanto. Nel caso, torneremo domani. Fra l'altro, va anche considerato il problema del trasporto, e non è una decisione facile, tanto più che davanti abbiamo Ashgabat, dove la maggior parte di questi tappeti viene prodotta. Vedremo.
Compro anche un cd di musica tradizionale, anzi, a dire il vero lo scambio con una pellicola di diapositive!
Quindi, un tè in centro, seduti ai nostri soliti tavolini, all'ombra dei gelsi secolari e delle madrase, a fianco della vasca di Labi Hauz.
Un giro di posta e cena ancora in piazza al Labi Hauz. Stasera provo a buttar giù qualcosa: un po' di formaggio, del langman, una birra. Peraltro, la situazione mi sembra stazionaria.
Come prima cosa, questa mattina fissiamo la macchina per Khiva. Decidiamo a tal proposito di fermare un tassista per strada e il gioco è fatto: ci chiede 60$.
Facciamo un tentativo per andare in banca a cambiare un po' di soldi, ma è tardi e la banca è chiusa per pranzo. Questi giorni siamo un po' indecisi se pagare in sum o in dollari. In teoria, pagare in dollari è illegale, ma resta il fatto che pagare grosse cifre in sum è sempre un casino a causa del volume delle banconote.
La nostra scorta di dollari non dichiarati ci consente di tenere una doppia contabilità, comunque è tutto un po' un casino.
Dopo la banca ci facciamo portare dal nostro nuovo amico tassista, con il quale ci siamo accordati per andare a Khiva i prossimi giorni, alla cittadella fortificata di Ark. Qui acquistiamo qualche foto della vecchia Bukhara dei primi del '900, e possiamo così verificare che gran parte dei monumenti sono in effetti stati ricostruiti o restaurati.
Dall'Ark andiamo verso il mausoleo di Ismail Samani e visitiamo poi ancora due madrase, quella di Abdullah Khan e quella di Modari Khan.
Infine, un'altra corsa in taxi ci porta al Char Minar, un altro dei simboli di Bukhara.
Inutile dire che la giornata è calda e blu come al solito: quaggiù il meteo sembra del tutto scomparso. Non una nuvola in cielo.
La mia pancia continua ad andare malino, anche se la situazione è del tutto stazionaria. Facciamo un rapido passaggio in albergo verso le 17:00, poi Internet, dopo essere passati dalla Salom Travel. Nonostante con questa gente, alla fine, non abbiamo combinato niente, si dimostrano davvero gentili e simpatici. La proprietaria è entusiasta del fatto che proseguiamo per il Turkmenistan, verso Konye e Merv, e ci mostra alcuni libri in proposito.
Facciamo ancora una passeggiata serale in piazza, e qualche acquisto. Quindi, cena in Labi Hauz, come al solito. Per pranzo ci eravamo fermati presso un locale con dei bei tavolini all'aperto, davanti all'Ark.
Di fatto Bukhara l'abbiamo a questo punto coperta praticamente tutta: domani ci daremo un po' ai dintorni.
Questi giorni non ho moltissimo da segnalare. Un po' sono stanco anche di scrivere, un po' è vero che, dopo quasi cinque mesi di avventure in giro per mezza Asia, questi giorni li viviamo davvero da turisti a spasso in città d'arte e quindi, a parte delle gran maratone in giro, qualche uzbeko attacca-bottone con il solito leit-motif "Italia, mafia, Sicilia, Toto Cutugno", e una gran fila di monumenti (anche, e spesso, tutti uguali - diciamolo!), non c'è davvero altro da segnalare.
Più che altro è il luogo in sè, dove ci troviamo, che è leggendario, ma per noi questi giorni sono davvero di tutto riposo.
Credo che dopo Khiva le cose cambieranno di nuovo e saremo davvero in ballo per l'ultima corsa verso casa...!
Oggi sono passato agli antibiotici. Di fatto mi sto facendo una nuova gastroenterite, c'è poco da fare, più leggera di quella fatta a Kathmandu, ma con gli stessi effetti. Chissà se è qualcosa che continuo a portarmi dietro da laggiù, o se è qualcosa di nuovo beccato qui.
Sono preoccupato, non sto affatto bene, passo metà della mia giornata in bagno e anche Emanuela non sta bene. Siamo davvero agli sgoccioli?
L'altra notizia è che a Bukhara sono arrivati i "gruppi". Di colpo la città si è riempita di francesi, spagnoli, tedeschi e, soprattutto, italiani! Già, così tanti turisti, e così tanti italiani, non li vedevamo praticamente da Mosca. Più o meno devono essere sbarcati almeno cinque o sei pullman, a giudicare dal casino che c'è in giro. Fine della tranquillità.
Meno male che domani scappiamo da qui.
Stamattina ritroviamo il nostro tassista, quello di ieri che deve anche portarci domani a Khiva. Dapprima ci facciamo accompagnare in banca a cambiare un po' di soldi. Operazione fallita, in banca ci dicono che *non* hanno sum a sufficienza per cambiarci 200$! Assurdo!
Andiamo allora alla filiale dell'Hotel Bukhara (sto parlando della Banca Nazionale dell'Uzbekistan...). Qui ci cambiano solo 150$ perché, di nuovo, non hanno contanti a sufficienza per cambiare di più.
La vera seccatura, però, è che in banca ci cambiano a 1.050 sum per dollaro (e, in teoria, il cambio ufficiale sarebbe a 792 sum per dollaro...!!), ma fuori, sul mercato nero, la gente cambia a 1.150 - 1.200 sum.
Poiché le trattative e i conti sono sempre in dollari, ci smeniamo un casino.
Risolta la grana del cambio, ci facciamo portare ad una farmacia, dove facciamo un po' di scorta di antibiotici e vitamine. Devo assolutamente risolvere questa faccenda.
Poi, si va al mausoleo di Bakhtandin Naqshband, un luogo sacro ad una dozzina di chilometri da Bukhara, centro spirituale dei sufisti. Il posto ha decisamente una propria suggestiva atmosfera.
Molti fedeli, molti pellegrini, molti volti interessanti e qualche moschea.
Ci trasferiamo quindi al palazzo dell'emiro Alim Khan, un esempio di locale architettura kitch, ma niente di che.
La giornata è molto calda e soleggiata come al solito. Alle 13:00 abbiamo già finito i nostri giri e facciamo una sosta in albergo. Ci trasferiamo quindi a Labi Hauz per trascorrere una buona parte di pomeriggio a far nulla, osservando il passaggio della gente, davanti a una birra e a un tè.
Poi, altra fetta di pomeriggio su Internet e infine una passeggiata per tornare dal nostro commerciante di tappeti a dirgli che abbiamo deciso di non comprare. Ci lascia comunque con sorrisi e simpatia.
Dopo un'altra sosta in albergo, solita cena al Labi Hauz. Fondamentalmente, questa è stata una giornata davvero vuota, ma con il mio mal di pancia va bene così. Sarà dura invece domani. Tappa lunga, tutta la giornata, e non so proprio come farò.
Mi ha scritto Gianni. Le mie newsletter hanno ormai un pubblico assai vasto e tutti stanno attendendo la prossima... Già... Potessi guadagnarmici da vivere...
Terza ed ultima tappa nelle famose oasi uzbeke lungo la Via della Seta. Partiamo dunque per Khiva.
La nottata passa male, ancora problemi intestinali, dolori, dormo poco. La sveglia suona alle 8:00 e sono uno straccio, ma bisogna partire.
Lasciamo 205$ all'hotel (camera: 50$ a notte) e alle 10:00, puntuale, si presenta il nostro amico tassista con la sua Daewoo Nexia blu. Questa tratta ci costa 60$, ma viaggiamo bene, considerando anche che sono 500 km.
Usciti da Bukhara, percorriamo un lungo tratto di deserto per almeno 300 km. E' il deserto del Kyzylkum: prima, steppa vuota e piatta, poi sabbia rossa, dune e cespugli. A volte le dune invadono un po' la sede stradale, ma in generale si viaggia rapidi sul nastro d'asfalto che corre dritto per centinaia di chilometri. Il nostro autista, peraltro, ci dà dentro un po' troppo: tocchiamo i 140 km/h e su questa strada si decolla. Non scendiamo comunque mai sotto i 100!
Qualche sosta per fotografare, ma dormiamo anche un bel po'.
Dopo circa 350 km, quasi tutti di vuoto spinto salvo i soliti posti di blocco (anche qui in mezzo al deserto!), incontriamo il corso d'acqua dell'Amu Darya, il grande fiume che, con il Syr Daria, alimentava il Mare d'Aral, e le cui acque sono state deviate e pompate per anni per irrigare i campi di cotone della regione, portando al famoso prosciugamento dell'Aral ed al conseguente disastro ambientale.
Nonostante ciò, l'Amu Darya qui è ancora enorme, quasi un lago, le cui acque turchesi e blu contrastano incredibilmente con il deserto rosso circostante. Davvero uno spettacolo suggestivo.
Attraversiamo a sorpresa la frontiera uzbeka e sconfiniamo in Turkmenistan per soli 5 km. Una cosa assurda. Controllo passaporti e qualche dollaro che il nostro tassista allunga ai militari, per non rimanere incappati delle ore in questi assurdi controlli fra frontiere altrettanto assurde.
Attraversiamo dunque l'Amu Darya ed entriamo nell'omonima valle, dove si susseguono villaggi, campi di cotone (di nuovo!) e risaie.
La giornata come al solito è stupenda, oggi c'è qualche nuvola, ma nulla di che. La temperatura di metà settembre è peraltro ottimale.
Il nostro autista si fa prendere un po' dalla fretta e gli ultimi chilometri corre davvero troppo, ma anche questa volta riusciamo a non ammazzarci.
Il mio stomaco va migliorando, anche perché è tutto il giorno che me ne sto a digiuno, oltre a prendermi i miei antibiotici.
Alle 15:30 arriviamo dunque a Khiva: una vera corsa!
Già da lontano i minareti di Khiva preannunciano quello che ci aspetta. Khiva è una vera e propria cittadella-museo monumentale, tale e quale a quella che era nel medioevo, completamente restaurata dai sovietici.
Sia arriva girando attorno alle spettacolari mura merlate rosate dalla luce del pomeriggio, che come al solito è stupenda. Il nostro albergo (50$ a notte, tre pasti compresi) non è assolutamente all'altezza dei due B&B che l'hanno preceduto, ma come al solito è in pieno centro storico e si gode una vista eccezionale sui minareti e sulle cupole della città. Il personale peraltro non è particolarmente simpatico.
Ci ritirano i passaporti per la registrazione e pare che ce li restituiscano domani. C'è il solito cortile interno, ombreggiato, e le solite tappetate per sdraiarsi in giro.
Ci riposiamo una mezz'ora. Quindi, usciamo a fare un primo giro per Khiva, il cui centro storico è comunque davvero piccolo. In tre quarti d'ora ci facciamo quasi il giro completo della città.
Che dire di Khiva? E' talmente bella - e surreale - da essere quasi noiosa. E' sì un monumento, ma di fatto è fredda e pulita come un plastico e la verità è che non c'è vita, non è vissutae quindi, paradossalmente, è bella quanto può essere bello un museo. I restauri sono stati fatti davvero bene, Khiva "è" bella. Non si può dire il contrario. Fotograficamente parlando è perfetta, se escludiamo che è totalmente finta e affollata solo da turisti.
A proposito: anche qui turisti a iosa. Ma niente in confronto alle carovane di pullman, anche della Detour (!), incontrati quest'oggi lungo la strada, che viaggiavano in senso contrario verso Bukhara, evidentemente provenienti da qui. Speriamo che domani non ci sia il pienone.
Nel nostro primo giro in città incontriamo di nuovo la coppia di ragazzi olandesi, simili a noi (un po' più giovani, ma non troppo), che già avevamo incontrato a Samarcanda e a Bukhara. Questa volta è inevitabile fermarsi a scambiare quattro chiacchiere e ci mettiamo tutti e quattro a ridere. Scopriamo che non solo i due sono ovviamente sulla nostra stessa strada, ma che lo sono... dall'Europa!! Anche loro Transiberiana, Mongolia, Cina. Poi, però, hanno tirato dritto, tutto via ferrovia da Lanzhou a Turpan e poi, via Urumqi, sono arrivati ad Almaty.
Sono partiti il 24 maggio, tre settimane dopo di noi, dunque, e tornano a novembre: sei mesi anche per loro! E anche loro proseguono sulla nostra rotta: Turkmenistan e Iran. Incredibile! Solo che noi, adesso, corriamo più di loro perché abbiamo poco tempo, e quindi non riusciamo neanche a fare insieme la tratta fino a Moynaq, perché loro si fermano qui un giorno in più di noi.
L'altra cosa straordinaria è che anche loro hanno già individuato l'anello Pakistan - Afghanistan - Tagikistan - Karakoram Highway che avevo individuato e cominciato a studiare io proprio in questi giorni. Fantastico. Questi due sono proprio simpatici. E, soprattutto, ci assomigliano. Se domani ci ri-incontriamo magari ci scappa un tè insieme.
Dopo l'incontro con gli olandesi si torna in albergo. Cena intorno alle 19:30, e mangio qualcosa. Peraltro l'Hotel Arqonchi pare che sia il luogo di Khiva dove si cena meglio e bisogna dargli atto che la cena è buona, anche se l'abbondanza - al solito - di fritto, cipolle e carne mi costringe a lasciare quasi tutto.
Unico neo, si mangia a tavolate e a noi tocca mangiare con dei chiassosissimi e decisamente fastidiosi giapponesi. Qui di giapponesi ce ne sono effettivamente un po' troppi.
La serata finisce con musiche uzbeke e balli in costume tradizionale, tutto abbastanza piacevole. C'è una stupenda luna piena sui minareti di Khiva.
Bisogna dire che, comunque, fino ad ora l'Uzbekistan è stato decisamente all'altezza delle aspettative e non ha deluso. Per fortuna! Decisamente una grande traversata.
Nota: il nostro autista oggi ha fatto il pieno. Si è attaccato direttamente ad un'autobotte di propano incontrata lungo la strada...
Stanotte sono stato tormentato dalle zanzare. In compenso, la situazione sanitaria va lentamente migliorando, gli antibiotici iniziano a fare effetto.
Come al solito, nonostante i buoni propositi, di svegliarsi presto non se ne parla e scendiamo a fare colazione solo verso le 10:00. La maratonina per Khiva non inizia prima delle 12:00, come al solito l'ora peggiore: sole a picco e luce niente di che.
L'elenco delle cose che visitiamo oggi è facile: tutto. Khiva è davvero piccola e in un paio d'ore ci facciamo i principali monumenti della città, il forte, le madrase, i minareti. Rimandiamo il giro fotografico al pomeriggio, con una luce migliore.
Incontriamo nuovamente i nostri amici olandesi e ci fermiamo un po' a chiacchierare con loro. Poi ci ferma una "guida" e trattiamo dunque il passaggio in macchina per domani: 80$, niente male. Di nuovo con una Daewoo Nexia.
Sosta pranzo in albergo, abbiamo i tre pasti compresi nel prezzo e dunque ne approfittiamo. Poi, verso le 15:00, ci rimettiamo in cammino e in un paio d'ore ci fotografiamo tutta la città con una bella luce. L'impressione generale di Khiva, comunque, non cambia. Bella città, o per meglio dire, "bel museo". Non c'è decisamente vita, solo un po' di turisti, sebbene al di fuori della via principale, nella vera città vecchia, ci siano ancora le case originali di fango e argilla abitate dalla gente locale.
Insomma, Khiva è bella e noiosa. Dal punto di vista fotografico è peraltro perfetta, complice il tempo sempre bellissimo.
Alle 17:00 giro finito. Io mi ritiro in un Internet point (all'interno di una madrasa!) per mandare avanti un po' la mia newsletter.
A proposito: le piattaforme simili ad un letto, coperte di tappeti, dove ci si sdraia per prendere il tè, mangiare qualcosa, o semplicemente ingannare il tempo, e che si trovano dappertutto qui in Uzbekistan (ristoranti, hotel, ecc.), si chiamano "takhta". Quelli che io chiamo "gli svaccatoi".
Ceniamo intorno alle 20:00. Stasera siamo rimasti quattro gatti: noi due, un giapponese, una donna svizzera, una finlandese rompiballe e una coppia di San Francisco. La serata a tavola è tutto sommato abbastanza piacevole, anche se un po' troppo monopolizzata dalla finlandese e dai suoi "avventurosi" racconti.
Oggi è domenica. Fra quattro settimane esatte saremo già certamente a casa. Emanuela ricomincerà a lavorare il lunedì seguente, il 21 ottobre. La mia aspettativa termina fra sei settimane tonde tonde. Più o meno ci separano da casa ormai solo 24-25 giorni circa, una vacanza "normale"...
La tappa più inquietante e assurda del nostro viaggio inizia con una stupenda alba rosa e arancione sui minareti e le cupole verdi di Khiva. La sveglia è alle 6:00, si parte alle 7:30 com Mr. Usmanov e la sua Daewoo Nexia, destinazione Moynaq e il fantasma del Mare d'Aral.
Attraversiamo inizialmente una lunga teoria di paesi e villaggi del Korezm, campi di cotone, fioriture lilla. Il terreno, man mano che si viaggia verso nord, inizia a diventare decisamente più salino.
Mr. Usmanov è di poche parole, ma parla inglese, tedesco, russo e uzbeko, e conosce bene la storia del suo paese. Anche lui guida sempre sopra ai 100 km/h, con punte a 140, su queste strade asfaltate fra campi e villaggi, piene di buche, Zigulì di tutti i colori, sidecar improbabili e "trittori", come Emanuela ha ribattezzato i trattori a tre ruote.
Dopo circa 100 km attraversiamo l'Amu Darya su un suggestivo ponte di barche arrugginite. Qui il fiume è ancora abbastanza grande, ma non come lo abbiamo visto prima di Khiva. Inoltre, qui dovremmo essere nella regione del "delta" dell'Amu Darya. Le tracce del disastro dell'Aral iniziano a fare le prime comparse.
Entriamo nel Karakalpakstan e attraversiamo ora un'area desertica. E' come fra Bukhara e Khiva: viaggiando verso nord, deserto a destra dell'Amu Darya, campi di cotone e verde a sinistra.
Costeggiamo la nuova ferrovia uzbeka che va verso Nukus, capitale del Karakalpakstan, senza attraversare la frontiera con il Turkmenistan. Qui la strada corre sempre vicinissima al confine, pur mantenendosi sempre in territorio uzbeko. Lunghissimi rettilinei di asfalto si perdono all'orizzonte in mezzo al deserto.
Arriviamo a Nukus e ci fermiamo a fare benzina. O meglio, a "comprare" della benzina. A Nukus, infatti, non c'è benzina e i distributori sono chiusi.
Mr. Usmanov cerca e trova la casa di un tipo che vende taniche di benzina, e lì "facciamo il pieno". Nukus è già micidiale. "Benvenuti nel regno della desolazione", recita la Lonely Planet. E Nukus è davvero spettrale.
E' una vecchia e fatiscente città sovietica, in culo al mondo, polverosa e spazzata dai venti salati dell'Aral. Grandi casermoni di cemento in pezzi, vie piene di buche larghissime, poca gente in giro. Avanzi di industrie, rottami arrugginiti. Cielo cobalto, sembra quasi radioattivo. In effetti i sovietici facevano qui esperimenti su armi chimiche e batteriologiche... Insomma, un bel posticino...
Oggi la giornata, pur senza una nuvola come al solito, è freddina. Primo giorno di autunno, la nostra terza stagione in viaggio. L'autunno si fa sentire davvero, l'aria è frizzante.
Oltrepassata Nukus, ci aspettano 220 km verso Moynaq, in quella che fino agli anni '60 era una regione assai sviluppata. Oggi la tragedia dell'Aral è sempre più visibile man mano che ci si avvicina. E le proporzioni sono ben oltre quello che ci si può immaginare leggendo i libri e gli articoli in proposito.
La strada corre attraverso una strana campagna deserta e desolata, in parte incolta, in parte paludosa, in parte decisamente salinizzata. Cespugli, bassa vegetazione, qualche albero. Nessun villaggio, qualche personaggio, cammelli e dromedari - insolitamente presenti entrambi - allo stato brado.
E infine si arriva a Moynaq.
Moynaq era un famoso porto sul Mare d'Aral, centro di pesca e balneare. Qui partivano i traghetti che attraversavano l'Aral fino ad Aralsk, oggi in Kazakhstan, più di 400 km a nord. Il Mare d'Aral era il quarto bacino chiuso al mondo per estensione.
Oggi a Moynaq il mare non c'è più. E non c'è per almeno cinquanta, sessanta, forse cento chilometri. Impossibile saperlo. Al suo posto, il deserto. E il "buco". Il fondale a nudo, trasformato in una distesa arida e sabbiosa, cespugliosa, salmastra, che si perde all'infinito. Spaventoso.
L'impiego massiccio delle acque dell'Amu Darya e del Syr Darya per l'irrigazione dei campi di cotone, fra gli anni '60 e '80, ha letteralmente svuotato il mare!
Arrivare a Moynaq è quasi surreale, apocalittico. La strada corre sopraelevata su quello che una volta era un istmo. All'ingresso del paese un cartello paradossale: c'è scritto "Moynaq" e ci sono disegnati dei pesci.
Sulle rive del "mare", scogliere dalle quali si "gode" una incredibile vista sul mare che non c'è, sul buco, sul deserto. Più avanti, lasciamo la macchina e camminiamo sul "fondale" di questo mare. Raggiungiamo gli scheletri di navi arrugginite e insabbiate. Questo "porto" fa davvero paura, è inquietante oltre ogni immaginazione.
Oggi, al mare, o meglio, a ciò che ne è rimasto, non si arriva in alcun modo, se non in elicottero. Non c'è più vita laggiù. Le rive si sono ritirate in media di 80 km, un po' come se si prosciugasse l'Adriatico.
Moynaq è un paese quasi fantasma. Sono rimaste poche persone, senza lavoro né null'altro. Moynaq è un posto spettrale.
All'orizzonte il cielo è bianco: i venti che spazzano la piana dell'Aral sollevano sabbia e sale, e salinizzano il territorio per centinaia di chilometri, portando desertificazione, veleni e malattie. Il terreno è permeato di residui chimici utilizzati per decenni come DDT sui campi di cotone, per non dire che vaste zone dell'Aral interno erano probabilmente utilizzate come poligono per la sperimentazione di armi chimiche.
Questo luogo è davvero impossibile da descrivere.
Ripartiamo senza parole. Un poliziotto uzbeko si aggrega a noi quasi a forza. Impossibile rifiutargli la richiesta di un passaggio. Ce ne torniamo a Nukus, dove pernotteremo prima di attraversare domani la frontiera con il Turkmenistan.
Nukus è davvero triste, come tutto l'Aral. Un bambino si lava e beve l'acqua di una pozzanghera... Casermoni di cemento in pezzi. Niente di niente in giro. Facciamo una passeggiata e ceniamo all'hotel. Sarà un caso ma, dopo un paio di giorni in cui stavo abbastanza bene, subito dopo cena mi prendono attacchi di stomaco e pancia micidiali.
L'albergo non è all'altezza dell'Angara di Irkutsk, ma quasi. Davvero drab e triste.
Questo viaggio nell'Aral e nel Karakalpakstan è davvero incredibile e surreale e, a modo proprio, anch'esso oltre le attese.
Mr. Usmanov ci dà le ultime istruzioni e ci lascia con i nostri 80$ nelle sue mani. E con questa tappa finisce anche il nostro Uzbekistan. Qui, fra l'altro, finisce anche il nostro programma "originario". Fino a poco più di un mese fa, eravamo convinti che saremmo arrivati qui intorno a metà ottobre, e saremmo dovuti volare direttamente in Italia. Tutti i chilometri che faremo da domani saranno dunque "extra", e sarà una grande corsa.
Questa camera è letteralmente piena di zanzare, una cosa mai vista! Zanzare mutanti dell'Aral?
Più ci penso e più questa giornata è stata davvero incredibile, ai confini della realtà. Certo una delle giornate più "indimenticabili" di questo viaggio. Lo "spettacolo" - qui l'abbondanza di virgolette è d'obbligo - del buco dell'Aral non sarà facile da dimenticare (mi verrebbe da dire, "per fortuna!"). Avrei voluto fermarmi lì una giornata intera a "contemplare" la follia dell'uomo. Spaventoso, davvero...
Se possibile, sempre più ai confini della realtà! Turkmenistan, 69° Paese nel sacco. E non è stato facile.
Questa mattina sveglia (quasi) con calma. Siamo riusciti a tenere lontane le zanzare dell'Aral grazie a massicce dosi di Autan, ma niente ha potuto contro le mosche, che hanno rotto ancor peggio. Così, alle 8:30 siamo in piedi. Inevitabile colazione drab in questo tremendo hotel, dove nel bagno c'è il water, c'è una vasca (la doccia non funziona), ma *non* c'è il lavandino! Il peggio però deve ancora arrivare e per il momento non ne siamo ancora consci.
Trattiamo un passaggio per la frontiera con un tassista completamente sconclusionato. Tariffa 7.000 sum, gli ultimi che abbiamo, più 2$. La sua Zigulì viaggia a scatti e tossisce. La benzina è di pessima qualità e il motore picchia in testa.
Il nostro tassista parla, e parla, e parla, e parla. La frontiera dovrebbe essere a circa 25 km, ma lui ci porta a quella *sbagliata*! Ce ne rendiamo conto quasi subito, ma non c'è verso di farglielo capire. Attraversa strane zone industriali, senza vita e abbandonate, e dopo mezz'ora ci deposita davanti a una sbarra...! Un militare uzbeko ci guarda stranito. Noi siamo preoccupati, questa non può essere la frontiera che ci interessa e fra l'altro è tardi: abbiamo organizzato l'appuntamento con Yulya (la nostra guida turkmena) alle 11:00 in frontiera.
Per fortuna il militare uzbeko, dopo avere dato un'occhiata ai nostri passaporti, spiega al nostro autista idiota che siamo completamente fuori strada. La faccenda si fa complicata. Dobbiamo raggiungere il villaggio di Hojeli, a circa 25 km da Nukus, e da lì la strada principale per Könye Ürgench, una strada che qui tutti conoscono, ma evidentemente non il nostro tassista.
Inizia di nuovo a blaterare, guida senza tenere le mani sul volante, continua a girarsi e a parlare, e quando infine perdiamo la pazienza, ci incazziamo e gli diciamo che deve sbrigarsi, è peggio che peggio! Inizia a correre come un idiota, senza peraltro cambiare stile di guida, ma ora viaggia a 140 km/h con questa scassatissima Zigulì e c'è davvero da avere paura. Noi ci incazziamo, ma lui ride e ci fa vedere che può guidare senza mani! Insomma, un disastro!
Per fortuna e grazie al cielo, intorno alle 11:30, dopo avere imboccato la strada corretta, ci lascia davanti a un'altra sbarra, questa volta giusta. Non possiamo fare altro che prenderci i nostri bagagli e proseguire a piedi.
Questa è una frontiera davvero completamente deserta. Un tavolino ed una costruzione di cemento, lato uzbeko. Ci controllano i passaporti, sorridono molto. Italiani, Adriano Celentano, Toto Cutugno. Però ci contano i soldi uno per uno e ci guardano le dichiarazioni valutarie. Per fortuna non ci perquisiscono: entrambi siamo ancora pieni di dollari di contrabbando. Ci vuole una buona mezz'ora, ma alla fine usciamo con i nostri passaporti timbrati, senza altre rogne. Se non che dobbiamo incamminarci.
La frontiera turkmena è 500 m più avanti. Attraversiamo questa desolata e deserta terra di nessuno fra campi incolti, sotto il sole, e ci presentiamo alla sbarra turkmena alle 12:10. Dall'altra parte, Yulya ci sta aspettando.
Yulya è la guida dell'agenzia Amado, che ci ha fatto avere la lettera di invito ed alla quale abbiamo chiesto di organizzarci la traversata del Turkmenistan per poterci muovere più rapidamente. Delle due "Yulya" con le quali sono stato in contatto sin da Delhi, questa è quella che parla inglese. Ad Ashgabat ci attende quella che parla italiano (scopriremo che la cosa è dovuta al fatto che sta per sposare un italiano)!
La frontiera turkmena è complicata assai. Ci svuotano letteralmente tutto il bagaglio, controllano tutto e si fregano anche il pacchetto di sigarette - intero - che era del resto lì apposta. Ci vuole un'ora e mezza, e siamo solo noi due, con l'aiuto di Yulya, per passare questa cavolo di frontiera. Ma alla fine anche questa è fatta ed entriamo davvero in Turkmenistan!
Oltre a Yulya, ci aspetta una BMW M5 (tarocco?) ed un autista supertarro che guida solo sgommando e accelerando come se fosse in pista. Un vero idiota. La macchina, probabilmente, è stata rubata in Germania. Sta di fatto che in Turkmenistan noi giriamo in BMW M5... Si parte dunque...
Andiamo prima a Könye Ürgench, dove facciamo uno spuntino e ci riposiamo un'oretta in un caffè. Yulya parla un ottimo inglese. Ha i capelli lunghi, leggermente ondulati e corvini, i baffi e due occhi di ghiaccio da far paura. Non fosse per i baffi davvero esagerati, non sarebbe affatto una brutta ragazza. Età apparente intorno ai 28 anni (scopriremo più avanti che ne ha 23). Viene in giro con i sandalini con il tacco alto: intorno a noi sterpaglie, sabbia e sterrati...
Dell'autista ho già detto: un idiota. Camicia nera aperta sul petto, catena d'oro al collo, pantaloni neri, macchina nera con alettone. Ho detto tutto. Chiediamo a Yulya di dirgli di guidare piano, lei lo fa pure, ma è inutile. Lui deve fare il figo, guida come un cretino, fa delle accelerazioni assurde, frena sgommando. Un idiota di rara portata. In macchina, la musica techno e house completa il desolante quadro totale.
Dopo la sosta, visitiamo le rovine dell'antica città di Könye Ürgench, che una volta era una delle grandi capitali lungo la Via della Seta. A differenza dell'Uzbekistan, qui non c'è rimasto molto, anzi. Ma c'è molta più atmosfera. Si tratta di un vero sito archeologico, che è anche un luogo sacro per la gente del posto. Non c'è anima viva. Vento sulla pianura circostante, cielo blu cobalto. Sterpaglie.
In mezzo, i resti di un mausoleo del 1200, il minareto più alto dell'Asia Centrale e un altro mausoleo del 1100. E un grande cimitero. Null'altro. Pochi occidentali possono dire di essere stati qui, ultimamente.
Verso le 16:30 ripartiamo per Dashoguz, 100 km a sud, l'unico posto nelle "vicinanze" dove si possa trovare un hotel! Dashoguz è in realtà a pochi chilometri da Khiva, dalla quale è separata dalla linea di frontiera con l'Uzbekistan, che continuiamo a costeggiare su e giù da qualche giorno.
Il viaggio verso Dashoguz prosegue fra i soliti campi di cotone, senza niente altro da segnalare se non la solita guida dell'autista idiota. Arriviamo a Dashoguz intorno alle 18:00, e qui il Turkmenistan ci dà davvero il suo "benvenuto"! Dashoguz è allucinante.
Se Nukus ci era sembrata desolata, questa città è quanto di più alienante ed ex-sovietico si possa immaginare. Completamente abbandonata a se stessa. Cubi orrendi di cemento colorato, scrostati, cadenti, con le finestre rotte e pezzi di cemento dappertutto. Vie esagerate per un traffico inesistente, piazze di cemento sconfinate. Lampioni rotti, erbacce dappertutto. E, dovunque, la foto di "lui", il micidiale presidente dittatore Nyiazov, l'uomo che fa "ridere" - si fa per dire - il mondo intero con le sue bizzarrie. Un pazzo scatenato.
Arriviamo in questo agghiacciante hotel: prezzo della camera 30$... Muri e pavimenti sono in pezzi, cade l'intonaco da quanto è fradicio. Vetri rotti. Tutti. Porta della camera marcia, che non si chiude, e la maniglia è comunque in pezzi. Bagno in condizioni disastrose. Il lavandino perde acqua ed è inutilizzabile, a meno di allagare la stanza. La vasca è completamente rossa di ruggine. Il water non funziona e nello sciacquone, aperto, ristagnano sabbia e sigarette spente. Ragni. Zanzare a centinaia. Mura tappezzate di insetti spiaccicati. Fili della corrente scoperti. Letti e mobili di legno marcio, mangiato. Una bottiglie di vetro, chiusa con il fondo di un bicchiere: contiene dell'acqua che ha tutta l'aria di essere lì da almeno qualche anno.
Dovunque si volga lo sguardo, la situazione e lo stato di abbandono totale sono disastrosi. Spaventosi. Altro che Nukus! Qui c'è solo da ridere, per non piangere. Soprattutto per il prezzo che paghiamo!
Molliamo Yulya ed usciamo a fare due passi da soli. E' il tramonto e la luce è meravigliosa. Rosa e blu ad est, rossa e arancione ad ovest. Ma la città è davvero mostruosa oltre ogni immaginazione. Sembra uscita dalle "cronache del dopobomba". E' del tutto indescrivibile, confesso, almeno al di là delle mie capacità. Oltre che avvolta da una nube di zanzare! Io sono letteralmente massacrato dalle zanzare, oggi colleziono un bel po' di punture.
A cena con Yulya in un ristorante drab vicino all'hotel, in pieno centro. La conversazione è piacevole e con un cheeseburger ce la caviamo anche per stasera, per fortuna. Un attacco di diarrea qui sarebbe davvero drammatico...!
Dashoguz fa paura, e fa ancora più impressione pensare che questo Paese è l'immagine totale del suo presidente, che lo governa sulla base di un vero e proprio culto della personalità. Le sue assurde statue e le sue foto sono dappertutto, tappezzano la città. Questo Paese si preannuncia davvero ai confini della realtà, che del resto è esattamente quello che ci aspettiamo...
Ad Ashgabat le prime cose che vediamo sono le nuove Veline di Striscia la Notizia, il TG5, la Rai (tutti i canali), CNN, Al Jazeera, e chi più ne ha più ne metta, CCTV4 compresa.
Anche oggi siamo sopravvissuti. Il deserto del Karakum è alle nostre spalle, neanche oggi abbiamo preso a legnate il solito autista idiota e anche questa grande e attesissima tappa è fatta, con tanto di tradizionale bottiglietta di sabbia per la nostra collezione. Non è stato facile, ma ce lo aspettavamo, forse non così comunque. E' stata una tappa difficile.
Di ieri, mi sono dimenticato di segnalare il "cambio valuta": in nero, per le vie di Dashoguz. Ci si ferma con la macchina ad un incrocio, evidentemente il nostro autista sa quale. Si avvicinano delle persone che si guardano intorno. Diamo loro 50$, ci danno più di un milione di manat. Il cambio in nero qui è di circa 21.000 manat per 1$. Quello ufficiale rischia di essere almeno la metà!
Questa mattina sveglia (pesante) alle 7:00. La partenza in teoria è fissata per le 9:00, che a noi peraltro sembra già un po' tardi a dire il vero: la tappa che abbiamo davanti è molto lunga sulla carta.
Ci svegliamo dunque in questo tremendo albergo drab, giusto una sciacquata, colazione - infima - e alle 8:30 siamo fuori con una gran bella luce per una surreale sessione fotografica su Dashoguz. Io ne approfitto per fotografare anche un bel po' di particolari agghiaccianti dell'albergo.
Alle 9:00 l'autista non si presenta: è andato a cercare, pare, della benzina extra perché la tratta è lunga e non è facile rifornirsi. Si presenta invece un funzionario dell'agenzia, un tipo veramente viscido e antipatico, per non dire superallineato al presidente e al partito. Per mezz'ora fa propaganda di quanto il Turkmenistan sia sicuro, di quanto noi siamo benvenuti e di quanto i Paesi confinanti siano poco sicuri e instabili. Mi chiede poi cosa penso di Dashoguz...!! Gli rispondo che ci sono delle piazze grandi...
Alle 9:40 si presenta l'autista. Nuovo, e nuova la macchina, una Kia GTS nera... per attraversare il deserto! I finestrini sono tutti elettrici, ma si possono comandare solo dal lato del guidatore!
Le prime due ore attraversiamo campi di cotone e noiosa campagna turkmena, viaggiando in direzione ovest verso Könye Ürgench, ma ci teniamo più bassi. La strada è orribile, asfalto in pezzi. Apparentemente, per il momento, il nostro nuovo autista non se la cava malaccio. Dietro, Emanuela e Yulya fanno conversazione, io sto davanti e dormicchio un po', scatto qualche foto e cerco di difendermi come posso dalla orrenda disco music che il nostro autista spara a tutto volume dall'autoradio.
Poi, dopo circa 100 km e almeno due posti di blocco idioti dove non solo ci controllano i passaporti, ma ci tengono fermi delle mezz'ore e vogliono persino sapere dove abitiamo e l'indirizzo del lavoro, imbocchiamo la strada che punta dritta a sud ed entriamo nel deserto del Karakum. Davanti a noi 500 km di aridità e vuoto totale. Sono già le 11:30, è tardi, sta iniziando l'ora più calda, e la strada è davvero impossibile! Un nastro di asfalto terribile, a pezzi, con vere e proprie voragini, in certi casi divelto, o invaso dalla sabbia. Traffico pochissimo: camion, qualche Zigulì. Velocità media, ad occhio, sui 30 km/h. Del resto non ci sono pali chilometrici, il tachimetro e il contachilometri non funzionano e quindi l'unico riferimento è l'orologio che va avanti, e le ore che iniziano a passare.
La prima metà del Karakum è micidiale. Aridissima, in certe zone completamente salata e piatta, in altre sabbia, terra e cespugli. Karakum significa "deserto nero" e infatti l'effetto ottico sull'orizzonte è quello di un terreno quasi nero, ma in realtà spesso sono i cespugli, o qualche zona di ghiaia, a creare l'illusione. Per il resto la sabbia è gialla. Il cielo, a differenza del Taklamakan, qui è blu.
Le ore passano. Qualche sosta per le fotografie, ma per il resto si va avanti a fatica, fra buche, buche, buche e buche. Intorno alle 15:30 arriviamo a metà deserto: un palo chilometrico segnala che abbiamo fatto 240 km dall'inizio e ce ne mancano 260 ad Ashgabat.
Qui c'è un insediamento: qualche baracca, qualche yurta, qualche relitto di mezzo di locomozione, qualche dromedario. Ci facciamo un tè, mentre il nostro autista si ciuppa una zuppa orrenda. Il pane è pieno di sabbia. Quindi ripartiamo.
Adesso ci sono molte più dune, in certi tratti invadono anche la sede stradale. Molti dromedari in giro, qualche insediamento in più fra le sabbie. E cambia l'asfalto, un po' più regolare, ma sempre sconnesso. Sta di fatto che quell'idiota del nostro autista si mette a correre come un pazzo e voliamo letteralmente sull'asfalto. Probabilmente viaggiamo sui 120 km/h, con punte a 140. Lui va quasi a tavoletta. E' come essere dentro a un videogame sui rally, non si vedono neanche la strada e le curve fra le dune, ma lui corre, corre, corre e quando c'è qualche ostacolo, o all'orizzonte si profila un camion, lui accelera ancora di più!
Prendiamo alcune buche con una tale violenza e ad una tale velocità che non so come faccia l'auto a non andare in pezzi e noi a non ammazzarci.
Al tramonto, verso le 19:00, facciamo fermare l'autista per scattare qualche fotografia fra le dune. Niente di che, troppo nervoso. Quindi chiedo a Yulya, per favore, di dire all'autista di andare piano. Lei glielo dice blandamente, lui ride e la corsa riprende! Ma ora siamo al buio, i fari della macchina praticamente non illuminano un tubo e lui continua alla stessa andatura. Non ce la facciamo davvero più, è da picchiare!
Nel buio della sera ci avviciniamo ad Ashgabat, le cui luci si iniziano a vedere sul deserto da circa quaranta chilometri di distanza. Ancora due posti di blocco nell'oscurità, a pochi chilometri uno dall'altro. Ormai li odiamo. Questi controlli turkmeni sono snervanti. Passaporti, check della macchina, bagagli. E sempre la solita storia: "Italia, mafia, Sicilia, bang bang". Anche questo non sopportiamo più.
Entriamo ad Ashgabat alle 20:30...
Ashgabat... Siamo davvero infine arrivati (anche) qui! La città in veste notturna si presenta incredibile. Al di là di tutto quello che stanno costruendo, il centro, tutto illuminato a giorno, è in stile faraonico-sovietico-Las Vegas. Palazzi di marmo bianco, circondati da colonnati neoclassici-barocchi: "il palazzo delle conferenze", "il palazzo delle adunate", e via così...
Fontane giganti, e dappertutto la foto del presidente Nyiazov, dappertutto, dappertutto. Alienante. Ma la vera chicca è la gigantesca statua in oro, posta in cima a un pilastro alto qualche decina di metri, dove la sua figura ruota durante il giorno indicando il sole. C'è bisogno di commenti?
Arriviamo a questo hotel che è un po' nello stile del resto della città: bello, certo bello, ma falso. Ad esempio, non ci sono portieri. La camera è una vera camera a quattro stelle, grande, ma... Boh, non mi viene, sarà la stanchezza. Il satellite pesca tv alla grande.
Ceniamo nel ristorante italiano dell'hotel, il migliore di Ashgabat. Non è male, ma non è all'altezza dell'Adriatico Paradise di Bishkek. I prezzi sono assurdi: pagando in dollari si spende il doppio esatto che pagando in manat.
E fine della giornata. Siamo ad Ashgabat...
(oggi è in realtà il 28 settembre, sono stato malato)
Finalmente si dorme e si riposa in una vera camera d'albergo. Non scendiamo per colazione prima delle 11:00. Per prima cosa si va all'agenzia Amado. Il meccanismo dei taxi è sempre il solito: si mette fuori un braccio e si ferma qualcuno.
All'Amado conosciamo l'altra Yulya, quella che parla italiano e con la quale ho intrattenuto la corrispondenza le scorse settimane. Come tutti i turkmeni, anche questa non sorride e non è affatto simpatica. Ci chiede se vogliamo che "Yulya 1" rimanga la nostra guida ed ovviamente accettiamo. Peraltro la nostra Yulya 1 sembra decisamente felice di ciò: lei è di fatto *l'unica* turkmena che sorride.
Decidiamo anche di fermarci un giorno in più ad Ashgabat. Facciamo infatti due conti ed è ormai chiaro che ad Esfahan non ci arriveremo mai. Quindi in Iran ci fermeremo solo a Tehran, e possiamo concederci un giorno in più di riposo qui ad Ashgabat, prima di rimetterci a correre.
Andiamo poi al negozio di tappeti "ufficiale". Yulya infatti ci dice che ci conviene: al bazar sarebbe molto più complicato, perché dovremmo farci rilasciare un certificato dal governo per l'esportazione. Inoltre, ci sarebbe il problema del trasporto e della spedizione. Tutto questo, al negozio viene risolto automaticamente.
L'accoglienza è decisamente fredda e ci mettiamo una buona mezz'ora solo perché qualcuno si decida ad occuparsi di noi. Il negozio è vuoto, ma nessuno ci prende in considerazione. I turkmeni sono decisamente micidiali! A fatica riusciamo comunque a trovare due tappeti, bellissimi, che davvero ci piacciono. Solo, i colori sono sintetici. Non sappiamo che fare. Il prezzo che riusciamo a spuntare è di 940$ compresa la spedizione. Il prezzo dei tappeti sarebbe di fatto 780$ e 160$ di spedizione sono davvero pochi. I due tappeti sono 3x2 m e 3x1 m. Ci prendiamo ventiquattr'ore di tempo per decidere.
Telefono quindi a casa dall'ufficio della Telecom e poi ci facciamo un giro per il bazar russo. Niente di che.
Ad Ashgabat fa molto caldo, siamo ben oltre i 30°. Cielo limpidissimo come al solito. Davanti alla città, le aride montagne che segnano il confine con l'Iran. Un breve giro per la città ci conferma che questo Paese non è molto distante dall'Iraq o dalla Corea del Nord, e che è in mano a un pazzo megalomane. L'arco della Neutralità, la mostruosità che sorregge la sua statua rotante d'oro, i palazzi di marmo bianco con le cupole d'oro: tutto qua attorno è l'assurda rappresentazione della megalomania del presidente.
Nelle librerie solo libri scritti da lui, alla televisione solo lui, addirittura il simbolo stesso dei canali televisivi è lui! Lui compare dappertutto, le sue immagini riempiono l'intera città, le etichette dei prodotti in vendita, tutto. Le sue parole sono stampate ovunque. Alienante.
Rientriamo in albergo ed io ne approfitto per andare dal parrucchiere! Nuovo taglio di capelli, dopo quello di Shigatse. Alla sera si cena al ristorante italiano dell'albergo ed io sto di nuovo male! Mi ero finalmente appena ripreso dopo tutti i problemi avuti in Uzbekistan e adesso sono da capo... Sono preoccupato.
Questa roba ha tutta l'aria di essere qualche infezione che mi porto dietro ormai da mesi e che ciclicamente viene fuori. Sta di fatto che ho tutto fermo sullo stomaco e sto davvero male...
...E infatti sto male tutta la notte ed al mattino la situazione non è migliorata, anzi! Passo quindi la mattinata in albergo, completamente fuori combattimento. Poi però bisogna uscire per forza e quindi mi tiro in piedi. Si torna al negozio di tappeti, dopo essere stati in banca a prelevare un po' di dollari. Abbiamo dunque deciso di comprarli. Ne approfittiamo anche per spedire un po' di roba a casa insieme ai tappeti, soprattutto le scacchiere comprate a Bukhara, che in Iran sono vietate.
Io non sto decisamente in piedi e quindi ce ne torniamo in albergo, dove passo il pomeriggio su Internet a finire la mia newsletter numero 5 e a farmi delle overdosi di tv italiana. Rivedere la nostra televisione, i nostri telegiornali, i nostri programmi, mi sta piano piano riportando a casa. E in effetti mancano ormai meno di tre settimane...
Niente altro da segnalare in questa giornata vuota. Salto cena e sto sempre peggio, passo la serata davanti alla tv. Non ne posso più.
Stamattina mi sono svegliato con 38° di febbre, dopo una gran brutta nottata. E vabbè, si ricomincia dunque con gli antibiotici, è chiaro che le cose non vanno per niente bene. Praticamente passo quasi tutto il giorno in camera, dormicchiando o guardando la tv.
Emanuela chiama Yulya e va con lei al bazar a cercarsi un vestito per entrare in Iran. E così io mi perdo il famoso bazar di Ashgabat. ormai solo avanzi per gli ultimi atti di questo lungo viaggio.
Così, del resto, io non ne ho più voglia. Inizio ad avere voglia di vedere casa, forse è vero che sei mesi sono un limite, come diceva Sergio.
Emanuela torna con antibiotici, cartoline e il vestito per l'Iran. Verso le 16:00 usciamo comunque a fare una passeggiata di un'oretta, anche perché voglio fare qualche foto a questa assurda città. Sono debolissimo e fa molto caldo. La città è deserta, il che la rende ancora più surreale.
Poi di nuovo in albergo verso le 17:30. A cena mangio finalmente qualcosa, in bianco. Speriamo di resistere...
Questo ritorno, che di fatto inizia domani, sarà lungo e faticoso. A dire il vero, non ho nessuna voglia in questo momento di affrontarlo e mi rendo conto che lo farò solo per completare in modo degno questa grande avventura.
Più o meno saremo a casa fra 17-18 giorni e dobbiamo ancora farci circa 8.000 km, a naso. Fermate previste solo a Tehran, Ankara ed Istanbul, e può essere che una notte la si debba fare a Tabriz. Si vedrà.
Comunque sì, sarà davvero faticosa questa lunga corsa verso Milano, attraverso mezza Asia ancora e tutta l'Europa dell'Est. Soprattutto i passaggi di frontiera saranno un bel casino.
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