Orizzontintorno Carlo Paschetto
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Indocina (2001)
prove generali di overland
Il minibus ci lascia alla frontiera. Gran saluti e cordialità vietnamita, riparte in una nuvola rosa. Caldo, il caldo ci invade di nuovo. Lasciato il nostro rifugio condizionato a quattro ruote, ci dobbiamo consegnare all'abbraccio dell'estate indocinese. In un'inutile osmosi continua, noi cediamo umidità, l'ambiente la cede a noi. E il verde delle risaie impazza e brilla, fra luccichii d'acqua, sotto alla cappa bianca.

Beh, c'è poco da dire. Verde e acqua intorno, una striscia rossa in mezzo, gente impolverata che va e viene, da e verso la frontiera. Una costruzione alla fine o all'inizio della strada, una bandiera, gruppi di gente: chi mangia, chi beve, chi cambia plichi di soldi unti, chi vende bibite gelate estraendole da scatole di polistirolo un tempo bianco.
Bilancieri sulle spalle, biciclette, un muflone d'acqua che sbircia il tutto dalla sua pozza di fango poco lontano. Niente da aggiungere, molto da urlare, soprattutto facendosi strada fra le braccia che buttano passaporti e pezzi di carta al di là di una fessura, o cercando di recuperarne uno dalla stessa fessura. Qualunque lingua è identica, qua non c'è ragione che tenga. Dobbiamo aspettare.
Accatastati i nostri bagagli, noi sopra, teniamo d'occhio lo stato dello sportello pieno di ditate. I ventilatori, imperterriti, con orientale precisione e costanza, girano sopra le nostre teste, destra sinistra, destra sinistra. Altra gente entra ed esce, altra gente entra ed esce. Raggiungiamo uno stato di trance e un equilibrio con il calore e l'umidità spostati a folate, finché non siamo costretti ad alzarci di botto, abbandonando il nostro equilibrio e i nostri bagagli: dietro alle ditate dello sportello si è materializzato l'ufficiale e tutta l'Indocina sta tentando di recuperare il proprio passaporto insieme a noi.

Ed eccoci in mezzo ai soliti trecento metri di terra di nessuno, in cui anche noi, nonostante un passaporto recuperato - e incredibilmente è proprio il nostro - trasciniamo il nostro bagaglio, quattro emeriti nessuno. Finché qualcuno non si degnerà di spalancarci le porte della Cambogia riconoscendo l'autenticità del visto ottenuto in quel cubo di cemento dell'ambasciata di Bangkok e insozzandolo con un grondante timbro di entrata, la certezza sarà una sola: siamo inevitabilmente usciti dal Vietnam e non ci possiamo più rientrare. Se girarsi indietro è vietato, davanti abbiamo la sola speranza. Ed è vero: la maggior parte delle frontiere via terra implica la medesima perdita di personalità per un periodo di tempo infinito, variabile con l'ampiezza della terra di nessuno e i tempi del successivo ufficiale di frontiera.
Ogni volta la sensazione, dietro alla facciata del viaggiatore esperto che conosce tutte le mosse, è quella di dipendere da un libretto con una serie di timbri e adesivi, da un nome che qualcuno un giorno ha scelto per noi e dall'incognita dell'umore degli ufficiali di frontiera - e, perché no?, anche delle novità politiche dell'ultimo paio di giorni.
Inquadratura da dietro, polvere intorno ai quattro soggetti principali, aloni sfumati a confondere le sagome dei contadini orientali e dei campi di riso tutt'intorno. Ma no, il regista non ferma il ciak e questo non è un film. E allora ci pensiamo noi e, in barba a tutte le misure precauzionali, ci fotografiamo alla frontiera cambogiana.

Il timbro cambogiano di entrata è facile e rapido da ottenere; piuttosto, l'ufficiale si ostina a parlarci in un francese musicale e onestamente cambogiano di qualche cosa che non capiamo. Niente da fare, alle nostre spalle tre o quattro uomini si sono già caricati in spalla il nostro bagaglio, altri ci avvicinano chiaramente offrendo i propri servigi. Controllare la situazione è un'utopia occidentale, qui occorre solo aspettare che il "nostro uomo", quello contattato da Anh per portarci a Phnom Penh, si faccia avanti. Quale di questi uomini ossuti sarà?
Di auto e furgoni ce n'è giusto un paio, poi inizia un villaggio di capanne che finisce cento metri più in là, confondendosi con il resto della strada. La Route Nationale no. 1. Terra rossa, buche piene d'acqua e fango di cui non si vede il fondo, maiali, galline, bambini in mezzo al villaggio. Eccolo - e c'è proprio da chiedersi dove fosse - con quella che forse una volta era una berlina nipponica.

I miei tre prodi si stringono nel sedile posteriore facendo sprofondare le sospensioni, io mi sistemo la cintura del sedile del passeggero. Partiamo, bruum. Indovino la nuvola di polvere rossa dietro di noi, mentre assumiamo una velocità di crociera che non mi interessa verificare nel tachimetro. Che, del resto, non funziona.
Voliamo sopra le buche, davanti a noi si scansano all'ultimo momento bici, pedoni, cani, bambini, animali. La tecnica di guida della RN1 prevede un continuo zig-zag a indovinare le buche meno ampie (non necessariamente meno fonde), sulle quali si galleggia meglio a patto di raggiungere la velocità minima di decollo. La regola è una sola: chi è più grosso passa prima. Per cui bici vince su pedone e animale, motorino su bici e precedenti, auto su tutto il resto, ma, soprattutto, re della strada è il camion, che la occupa tutta e, se incrociato, pone di fronte a problemi di geometria tridimensionale e fisica del moto, da risolvere nel più breve tempo possibile. La penalità è facile da indovinare: tuffo nella risaia, possibilmente già sminata.
Comunque non c'è nulla di quello che un occidentale potrebbe chiamare traffico, anche se la caparbietà nell'applicazione della Regola della strada provoca qualche interessante situazione.

Risaia dopo risaia, completamente sedati da rollio e beccheggio della nostra cambo-mobile (perlomeno io, forse per neutralizzare la posizione cinemascope), giungiamo al ferry sul Mekong. Imbarchiamo l'auto e scendiamo sul ponte per respirare un po' di Cambogia nella folla di bambini e uomini e donne e animali che ci circondano. Scambiamo sorrisi, inevitabilmente caramelle, scherzi con i bambini e condividiamo per un po' la stessa torrida umidità e lo stesso calore rossastro.
Già tempo di risalire nella nostra preziosa scatola di latta, di chiudere fuori la polvere rossa e di assistere all'orgogliosa dimostrazione di potenza dell'aria condizionata. Come ovunque in Indocina, la tecnologia viene utilizzata con il metodo 0/1, ovvero spenta (manca o è rotta) o al massimo, che si tratti di potenza o di volume. E fortunatamente in Cambogia non vanno ancora molto i malefici deodoranti per auto in grado di nauseare al solo aprire la portiera.

Risaie, risaie, un villaggio, un incrocio, un cartellone pubblicitario della birra Angkor e, chilometri di risaie dopo, un cartellone della birra Anchor. Un primo esempio di economia di mercato.
La RN1 diventa improvvisamente asfaltata, non ci sono più (tante) buche. Stiamo entrando a Phnom Penh. La gente è esattamente la stessa, vestita dignitosamente allo stesso modo, con gli stessi animali intorno. Gente molto giovane, poche persone con i capelli bianchi. Un anziano rinsecchito pedala lento sul risciò vuoto. Qui e lì avanzi di popolazione vivono tra gli alberi dei viali. Case di pochi piani, cemento più recente e rimasugli coloniali, il tutto ricoperto da un'abbondante patina di umidità.

In tutto questo, imboccate un paio di laterali sterrate piene di gente e mercanzia, scopriamo che l'hotel preannunciatoci in Vietnam esiste davvero. Ha pure un'insegna, due receptionist eleganti dietro ad un bancone dorato, divanetti occupati da parenti e amici cambogiani intenti a guardare la tv campeggiante sulla hall, un ascensore lucido e funzionante, stanze quasi nuove. Pochi dollari spesi bene per noi - a parte un piccolo problema per liberarci dalla serratura che ci chiude inesorabile dentro una stanza. Arrivati in Cambogia da poche ore e già arrestati? Ci guardiamo e scoppiamo a ridere, evitando di insultare la gentile e flemmatica receptionist che risponde al telefono: sì, tra un'oretta torna la donna delle pulizie e vi tira fuori. Accendiamo la tv gigante e impariamo tutto sul karaoke locale.

***

Domani mattina ci lasceremo alle spalle i colorati, ricchi, insospettati templi di Phnom Penh. Ci porteremo via sete dal mercato russo e qualche krama dal grande mercato generale, quello di Apocalypse Now. Stiamo chiudendo nello zaino anche gli splendidi manufatti delle cooperative di mutilati.
Ci rimane dentro, in questa serata di valigie, il contrasto fra un'economia in rovina e il relativo sfarzo di un tempo che si indovina dal palazzo imperiale, dai templi, dai Buddha preziosi, dalle vecchie costruzioni coloniali; fra i sorrisi dei bambini che sembrano quasi tutta la popolazione, i pezzi mancanti dai corpi di tante persone, i segni e le bruciature sulle braccia, i luoghi in cui si indovina la facilità di comprare una notte, la quantità di monaci giovani, coloratissimi di giallo oro e quelli che ci hanno avvicinato per chiedere, o solo per parlare. Soprattutto con Barbara, l'aliena, la bionda con gli occhi azzurri che, tra noi quattro, costituisce la vera attrattiva per chi di occhi azzurri ne vede soprattutto in tv - quando la vede.

La sera cala veloce, quasi violenta, in una capitale come questa, in cui la luce elettrica è quella che proviene da negozi e locali, aperti a tutte le ore. Vicino alla bottega di timbri risplende l'insegna del minuscolo e improbabile negozio di parrucchiere, quello che ha anche un collegamento "net2phone" attivo. Ci provo, entro (tanto non c'è la porta). Mi trovo davanti a una tastiera bisunta, una cornetta nera e uno schermo minuscolo di una decina d'anni fa. Eppure il collegamento telefonico funziona, funziona benissimo. Un miracolo, o forse davvero questo accrocchio tecnologico, mi permette di riconoscere, in questa calda notte cambogiana piena di pipistrelli invisibili, una voce nota dentro alla cornetta.
Fuori è ancora più buio. Sull'altro lato della strada un negozio giallo con una dozzina di pc collegati ad internet. Facile trovarne uno libero. Anche, come adesso, quando la linea telefonica funziona. Altre insegne colorate, un paio di ristorantini. Troviamo un modo per goderci la nostra ultima serata nella capitale.

Svegliarsi non è mai un problema, da queste parti. L'attività finisce ad un'ora imprecisata della notte (o forse non finisce mai del tutto) e si ravviva a notevole volume al primo canto del gallo, quando ancora il cielo è nero. Motorini, commercianti, vociare. Ecco la luce. Apro un occhio, apro l'altro. La sacca è pronta, riusciamo a farci caricare su uno dei pochi veri taxi della città. Destinazione: il molo sul Mekong, quello del barcone che risale il Tonlé Sap. Cinque-sei ore di navigazione previste, dicono.
Fine della corsa, eccoci al molo. Una passerella di assi di legno inchiodati su qualche tronco, qualcuno meno solido, qualcuno mancante, dei bei buchi tra un asse e l'altro. Cambogiani carichi come muli in equilibrio sulla passerella davanti a me, che spero di non fare una spettacolare fine di Paperino - già mi vedo, un grande crack del legno sotto di me, splash!, io e il mio bagaglio, in queste acque gialle e solide.
Niente di tutto questo: aggiungo il mio peso a quello di tutto quanto è già stato caricato sul vaporetto, a pelo con la linea di galleggiamento. Dietro di me la fila di passeggeri e bagagli continua.

Mezz'ora dopo, in perfetto orario, il barcone parte a tutta birra, con il karaoke berciante dalle tv sottocoperta. Aspettiamo il controllo dei biglietti prima di lasciare i nostri posti - letteralmente con finestrino a pelo d'acqua, e l'acqua che già schizza tutt'intorno alla sagoma - e seguire il consiglio dello scrittore della Lonely Planet che ci ha preceduto su questo percorso: qualunque tempo faccia, decidete di fare la cosa giusta: viaggiate sul tetto del barcone. Dove per "tetto" del barcone si intende una superficie convessa d'acciaio che si piega sotto il peso di chi ci si sdraia sopra, e dalla quale non si scivola in acqua grazie ad un basso corrimano che simpaticamente circonda l'intera superficie. Fino al giorno in cui deciderà di staccarsi, naturalmente.
Sole implacabile sempre più alto sopra di noi, voliamo controcorrente a pelo d'acqua con i motori al massimo, il gracchiare degli altoparlanti del piano di sotto completamente annullato dal diesel e dall'acqua spostata a raffiche violente. Lasciata un'improbabile capitale, attraversiamo il nulla indocinese fatto di foresta, bimbi che si tuffano dai rari gruppi di palafitte, donne intente nei lavori quotidiani, gente che dorme sulle piattaforme di legno. Penetriamo l'aria liquida della mattinata, sempre più convinti che questo fiume non finirà mai. Ormai ne siamo parte, gli occhi si spostano automaticamente fra gli alberi, alla ricerca di una palafitta o di una canoa, quando le rive si allontanano da noi, spariscono completamente, siamo in un grande lago.
Le onde si alzano, il vaporetto sembra farsi aliscafo con i suoi due motori troppo potenti. Voliamo sull'acqua, s-ciaff, s-ciaff, s-ciaff. Tutto è uguale, non c'è più vita intorno a noi, c'è solo una cosa da fare: coprirsi la testa con la krama rossa e nera, sdraiarsi su un lato del famoso tetto di lamiera dipinta di bianco e ritmicamente affossarsi nella lamiera che si piega all'indentro con il planare del barcone sull'acqua. Boing. S-ciaff. Boing. Boing. S-ciaff.

Minuti, mezze ore, ore. Una canoa in mezzo all'acqua. Pescatori. Bastoni che segnano una rete solitaria. Di nuovo: solo acqua. Acqua, onde. Un'altra canoa a babordo. Gli avvistamenti, radi, si susseguono più frequenti in mezzo all'acqua abbagliante. Stiamo arrivando, ancora un'ora ed è fatta. Il Tonlé Sap, lago enorme man mano che lo si risale nella stagione monsonica, si ridimensiona fino a diventare un cumulo di canne e palude contro il villaggio vietnamita a pochi chilometri da Siem Reap. Un autentico villaggio di pescatori fatto di palafitte sull'acqua. Contengono tutto quello che serve: un paio di amache, l'indispensabile per cucinare, magari un maiale e galline, i bambini, a volte una batteria da ricaricare per far funzionare la lampadina, la radio, talvolta addirittura la tv - un'antenna rudimentale sul tetto.
Cappelli a cono vietnamiti a coprire le teste dei pescatori in questo villaggio-che-non-c'è in mezzo alla Cambogia. C'è da chiedersi chi avrebbe dovuto scappare da quale paese.
Attracchiamo ed è subito bolgia. Forse paragonabile a quella che incontreremo alla frontiera con la Thailandia, una volta che avremo lasciato Siem Reap e le meraviglie dei templi di Angkor Wat. Certamente non la stessa accoglienza di chi atterra, magari in Boeing da Tokyo, nella striscia di aeroporto in mezzo alla giungla.
Questo villaggio di pescatori vietnamiti sul Tonlé Sap è immortalato in un foulard di Hermès.

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