Orizzontintorno Carlo Paschetto
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Normandia (2003)
bloccati nel bel mezzo della Manica
Eccoci qui, in mezzo alla Manica, è appena iniziato il 2003 e la nostra situazione non è affatto diversa da quella di chi viaggiava in veliero. Le acque che circondano le Channel Islands risalgono violentemente dagli abissi ogni dodici ore, riempiendo il bacino del porto di Saint Hélier e facendo galleggiare le barche a vela rimaste in secca poche ore prima. Su e giù, su e giù, ogni giorno due volte al giorno per una media di dieci metri di dislivello tra maree. Non bastasse questa regolare impetuosità, stanotte è arrivato un fortunale, anzi: gale, la tempesta. Una tempesta shakespeariana di una portata insostenibile anche per il nuovissimo e sfavillante fast ferry che ha portato fin qui Carlo, me e la nostra macchina.

Siamo decisamente [corsvio]stranded[/corsvio] su quest'isola che abbiamo già battuto palmo a palmo, di cui abbiamo apprezzato le coste, l'aria tersa e frizzante quando non gelida, le nebbie e l'improvviso sole accecante, gli abitanti così diversi dai loro dirimpettai francesi e l'incredibile verde dei pascoli che alimenta le impassibili vacche di Jersey. Costretti a rimanere un giorno in più, passeggiamo ancora una volta per le vie di Saint Hélier dai nomi che evocano una corona britannica che non ha autentico dominio né su questa né sulle altre isole dell'arcipelago, tutte cocciutamente rette da forme di governo fuori dal tempo. Passiamo davanti alle poste, dove incontriamo il solito poliziotto ben pasciuto; attraversiamo la strada di fronte alla minuscola clocktower che segna l'ingresso alle vie commerciali e incrociamo orde di ragazzini in maniche di camicia e pantaloni corti, mentre noi ci stringiamo un po' di più la sciarpa intorno al collo nonostante il raggio di sole che ci acceca da qualche minuto - e che scomparirà rapidamente dietro alle nuvole che si rincorrono basse sopra l'isola.

Più che in altri posti nel mondo ci sentiamo diversi da questo popolo che nei pub di pomeriggio serve solo birra e noccioline perché [corsvio]the kitchen is closed[/corsvio], che viaggia senza calze mentre il vento a noi taglia la gola e stacca le orecchie e il naso, che disconosce i piaceri di una crèpe o di una demi-baguette pomeridiana che sarebbe tanto facile gustare pochi chilometri più a sud, su suolo francese. Ma di mezzo c'è il mare, cattivo e pieno di insidie, che ha consentito a qualche scoglio di rimanere ostinatamente distinto, con la guida a sinistra e tutto il resto. Anche se qui esistono il Jersey pound e il Guernsey pound, uno a uno con la sterlina inglese ma utilizzabili solo sul suolo "channel" e non su quello britannico, quando invece è vero il contrario. Se la sterlina inglese non è entrata nell'area dell'Euro sicuramente questa lo è ancora meno.

Ci rifugiamo in un salottino del nostro hotel mentre fuori alcune nuvole più basse e grigie scaraventano il loro contenuto contro i tetti. E' come rientrare in una vera casa: è tutto caldo, accogliente, colorato, tappezzato, fiorito, rigato, odoroso di legno arso, pieno di libri e suppellettili. Sprofondiamo nei morbidi divani abbandonando sciarpe e cappotti sull'immancabile appendiabiti. Puzzle, riviste e libri sono pronti per noi, ma le due anziane ed abbondanti amiche britanniche che da giorni dimorano sotto il nostro stesso tetto hanno chiaramente intenzione di fare due chiacchiere con noi.
In un'atmosfera d'altri tempi ordiniamo un tè caldo da sorseggiare con calma insieme a loro, avvolte in abiti fioriti, bordi di velluto e pizzo. Ci osservano silenziose sotto le coiffure azzurrine finché finalmente la più estroversa delle due attacca un "[corsvio]unusually cold, today, ins't it?[/corsvio]" come se avessimo interrotto il discorso dieci minuti prima.
Come non amare quest'accento da manuale che la rende più cool di uno sbarbatello americano in jeans con il cavallo basso e cappellino alla rovescia. Un inizio britannico per una conversazione britannica infarcita di espressioni al limite dello humor. Come non apprezzare il suo "unusually cold", dopo una notte di tempesta sulla Manica con mare forza 8-9, acqua rovesciata a catini interi sopra e intorno alle abitazioni e vento tale da farci sospettare di doverci svegliare per il tetto divelto. Invece no, nulla di tutto ciò. E quindi sfodero l'accento più British che mi riesce per risponderle con altrettanta nonchalance e savoir faire mondano. E così scopro che lei e la sua fiorata amica di Manchester si incontrano ogni anno per le vacanze e che amano venire qui, a Jersey, perché il clima è più mite, [corsvio]milder[/corsvio].

Cosa rispondere... Che potrebbero scegliere altre isole, ad esempio le Canarie? Non si può certo contraddirle sulle differenze di temperatura fra Manchester e degli sputi di roccia sul Canale della Manica, morbidamente lambiti dalla corrente del Golfo. Scelgo di riferire che anche in Francia - lo so, solo una cinquantina di chilometri più a sud - il tempo è gelido, e che perfino in Italia pare che il tempo sia [corsvio]unusually cold[/corsvio]. Per un soffio non mi va di traverso il tè quando mi chiede se ci veniamo spesso, noi, qui a Jersey, e credo che Carlo si stia appisolando al mio fianco perché non fa una piega nemmeno lui. Morale: no, non soffoco, e no, le rispondo, è la prima volta. Del resto sa, signora, [corsvio]we come from It'ly[/corsvio], e non è esattamente dietro l'angolo.

Oh, veniamo dall'Italia? Siamo italiani? "[corsvio]Really? I thought you were British... how arrogant from me, isn't it?[/corsvio]". Rimango perplessa se sia stata ingannata dalle mie labbra ancora non del tutto scongelate mentre pronunciavo [corsvio]It'ly[/corsvio] oppure se per caso sia sorda lei. Gongolo un secondo nell'illusione di averla davvero ingannata con il mio finto accento britannico e studio il suo vestito rosa e quello a fiori verdi della sua amica mentre mi verso un altro po' di tè caldo.

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