Orizzontintorno Carlo Paschetto
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Paesi Baltici (2003)
Pasqua davanti alla banchisa
Mai parlare in russo ad un Estone. Il fatto è che di russo, qui in Estonia, non c'è proprio più niente. E, a dirla tutta, ce n'è stato relativamente poco per gran parte della storia. Una lingua ugro-finnica che, incursioni a parte, è vecchia di duemila anni; facce che per uno straniero sembrano decisamente più simili a quelle finlandesi che a quelle slave; un'intera nazione estesa tra verdi foreste compatte e le varie forme assunte dall'acqua dentro e intorno alla terra nel corso delle stagioni. Ecco perché stupisce che una sola notte di treno trasporti il viaggiatore dalle altisonanti, ma talora bigie, atmosfere di San Pietroburgo a Tallinn, una capitale da paese delle fiabe.

Sole abbagliante e folate gelide mi accompagnano, un gradino dopo l'altro, sul versante nord della collina di Toompea. Quasi in cima, guardo indietro mentre riprendo fiato: davanti a me si apre il porto di Tallinn, maestoso, bianco e blu-nero di ghiaccio e mare. Ecco i colori della bandiera, in versione naturale. A fine aprile la banchisa è ancora qui a riempire l'ampio riparo naturale per le imbarcazioni del Nord, a un salto dal cocuzzolo di roccia su cui si erge la vecchia Toompea. Un altro piccolo sforzo in salita e mi immergo, del tutto a caso, fra i vicoli della città alta, della città medievale, della città che ha visto fieri navigatori, commercianti e pescatori succedersi, forse biondi e barbuti, generazione dopo generazione, sotto strati di lana e pelli a proteggerli dall'Artico.

Un labirinto delicato, restaurato di recente per porre rimedio ai bombardamenti, restituito ai colori pastello delle case e alle decorazioni su balconi e portoni, e curiosamente raccolto sotto tetti rossi quanto il cappello di un'amanita muscaria. Un angolo imprevedibile dopo l'altro, superato un paio di insegne con elfi e animali di ferro battuto, ecco quello che speravo: un varco tra le case offre una vista improvvisa sulla città bassa, invasa dal sole. Sotto le mura si apre un dedalo di tetti rossi, poche macchine in movimento, soprattutto gente che se ne va tranquilla in giro. Rimbomba fin quassù il suono di un paio di tacchi alti. Mi volto, richiamata da una voce maschile. E' un signore di mezza età dall'aria slava, come se ne vedono tanti in tutti i Paesi dell'Est, vestito di un giubbotto di pelle grigia, pantaloni scuri, berretto e la solita sigaretta che gli pende dal labbro. Cerca di vendermi medaglie strappate a giubbotti militari russi, o semplicemente riprodotte di recente in casa, forse addirittura in Cina. Un tuffo nel passato, il risultato della bassa marea che si è trangugiata il resto di Russia.

Altri passi sulle pietre di Toompea, fra altre pareti delicatamente colorate. Una piazza e la chiesa luterana, bianca, austera, sotto un tetto spiovente e una torre campanaria nordica. Banchi ordinati, tante candele accese, poche immagini di santi e grandi scudi di legno scuro alle pareti; sotto, i disegni colorati di tanti bambini. Un'altra piazza, un'altra chiesa: la cattedrale ortodossa, un saint-honoré rosa con i tetti a cipolla. Donne velate puliscono la cera delle candeline gialle, sparsa sui pavimenti; qualcuno entra, ripete su di sé il segno della croce e gli inchini davanti alle immagini colorate, dorate, quasi invisibili sulle pareti decorate, ricche, sfarzose. Inizio la discesa e sono davanti alla grande chiesa gotica di San Nicola. Alla base della collina, le macerie a perenne memoria del bombardamento sovietico del '44, spazzate forse anche quel giorno da questa stessa aria.

Mi tuffo definitivamente nella parte più bassa della città vecchia e continuo a sentirmi Alice, fra bancarelle di artigianato nordico, nella piazza dell'antico municipio, davanti a negozi invitanti e ai primi caffè all'aperto. Ma mi lascio tentare dalla curiosità. Un po' intirizzita, mi rifugio in una vecchia cantina ridipinta di giallo arancio. Mi scaldo gustandomi lentamente un tè profumato e una squisita fetta di dolce, avvolta da musica jazz e risate di ragazzi vestiti di lane colorate.

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