Orizzontintorno Carlo Paschetto
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Polonia (2000)
una piacevole Pasqua ad est
Fine aprile, partiamo da Milano il giorno di Pasqua sotto uno splendido sole. Carlo schiaccia sull'acceleratore appena superata la Svizzera e attraversiamo d'un baleno le pianure verdi della Germania. Sole, sole e ancora sole sopra di noi. Sospetto di essere stata pessimista nel preparare la valigia. Il giorno di Pasqua non c'è davvero nessuno da nessuna parte. Sono tutti a casa intontiti dal pranzo o in cerca delle mitiche uova lasciate nei prati dai coniglietti nordici.

Ci fermiamo in una parte di Germania che è più deserta di tutta quella che abbiamo attraversato finora: abbiamo superato la frontiera ormai invisibile della Germania est. Città e villaggi più diradati, molto più verde, meno macchine, qualcuna più vecchiotta e meno occidentale, finalmente troviamo un autogrill. O qualcosa del genere.
Facciamo il pieno al distributore nuovo fiammante e ci fiondiamo nel minimarket, pieno di ragazzi intenti a rifornirsi di birre da bere insieme sotto questo caldo sole, poco più in là. Un'idea come un'altra per trascorrere il primo pomeriggio di Pasqua. Rimediamo un paio di pretzel e würstel nel panino - quello che altrove diventa facilmente un hot dog - e ripartiamo.

Attraversiamo questa ex DDR con il fiato un po' sospeso, come quando si attraversa il Danubio sopra Linz e ci si avvicina alla Repubblica Ceca: si ha l'impressione di abbattere una barriera senza permesso, di aver già varcato un limite invisibile e di attendere ignote conseguenze. Eppure lo stesso sole continua a splendere su questa terra che di confini non ne ha. E' verde, splendida, feconda come pochi chilometri prima.

Senza accorgercene siamo già al confine. Sì, è proprio il confine. Nessun controllo in uscita com'è ovvio, veniamo fermati all'isolato quanto incredibile posto di frontiera. Timbro e via, siamo in Polonia. Respiriamo già diversamente eppure il verde intorno a noi continua, forse ancor più brillante, fra villaggi e fattorie che un po' alla volta assumono un aspetto più polacco, più vissuto, forse più familiare. Crocefissi agli incroci di questa strada che si snoda senza fretta nel pomeriggio.

Immagini di Polonia attaccata dai nazisti, immagini di Solidarnosc in lotta negli anni '80, immagini del Papa fra migliaia di fedeli della sua terra: la mia testa tenta di mettere in relazione queste informazioni, succhiate nel corso degli anni, con i paesaggi rurali, pacifici che ci avvolgono ormai da chilometri. Poi, ecco, attraversiamo dei paesini, ci infiliamo nella periferia di Wroclaw ed è subito immagine di decadenza post-comunista: filari di condomini di cemento, grandi e piccoli, precisi in un'alternanza terrazze-finestre, finestre-terrazze, tutte uguali fra loro, non fosse per il colore scrostato che distingue un condominio dall'altro, per gli infissi diversi che chiudono ogni terrazza al gelo invernale, aumentando la superficie fruibile degli appartamenti.
Gente che cammina, gente seduta sulle panchine, bambini che giocano nel verde fra un palazzo e l'altro. Perché no, in fondo.

La scura e imponente hall dell'hotel Monopol ci inghiotte. La concierge raccoglie i nostri dati senza muovere un muscolo facciale. Qui dentro dormiva Hitler e dai balconi del piano di sopra si rivolgeva allla popolazione. L'alta coiffure bionda e cotonata della signora si armonizza perfettamente con questa storia, con la pietra nera, liscia e lucida che avvolge le pareti, con lo specchio ingrigito, con il parquet che scricchiola sotto i nostri piedi. Gentilissima, ci porge una chiave del peso di un chilo. Trattengo quasi il respiro entrando nella stanza, chissà chi ci ha soggiornato negli anni.

Fuori, ci aspettano le case colorate della piazza principale, ricostruite dopo la guerra, locali nuovi fiammanti e gente vestita a festa, giovanissime famigliole con mamme dalle gambe lunghissime sotto minigonne da urlo, e bimbi biondissimi dentro al passeggino...

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