Orizzontintorno Carlo Paschetto
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Scandinavia e Capo Nord (1989, 1987, 1983)
Nordkapp verso il Duemila
Sprofondo nella poltrona di velluto rosso e subito mi si chiudono gli occhi. Vorrei dormire ma la sala si riempie rapidamente. La luce si abbassa e sui quattro schermi che mi stanno di fronte va in scena l'ultimo spettacolo della giornata.
E' circa l'una di notte, ma all'esterno risplende il sole e la temperatura è piuttosto rigida. Anche per questo sono seduto in questa sala, fa caldo e ho una poltrona tutta per me. Mentre sto per addormentarmi inizia dunque la proiezione.

Il cinema si trova sotto terra. Ai piani superiori ci sono i telefoni e più in alto ancora, al sole, il salone panoramico e i negozi, il bar, il self service, l'ufficio postale ed il tourist information. Hostess in divisa si aggirano per i corridoi, controllando che ogni cosa funzioni a dovere. Non sono sicuro che il mio zaino ammucchiato contro un muro dentro il ristorante incontri la loro approvazione.
L'altoparlante ha scandito incessantemente il messaggio in quattro lingue per tutto il pomeriggio. Il "Supervideograph" replica ogni ora, ma la voce misteriosa non spiega di che cosa si tratti. Tanto vale seguire la folla nei sotterranei, nella speranza di svelare il mistero e trovare magari un posto per dormire un po'. Più tardi recupererò il mio zaino e ripartirò.
Verso Sud.

Oggi ho viaggiato verso Nord, e così nelle ultime tre settimane. Sono tornato per la seconda volta davanti alla sbarra che chiude la strada. O meglio, che chiude tutte le strade. Questa volta, per arrivare, ho chiesto un passaggio ad un camper olandese che mi ha portato per gli ultimi quaranta chilometri fino alla sbarra.
L'addetto al parcheggio sbircia dentro il camper. Dopo essersi consultato con il conducente mi fa capire che, in qualità di autostoppista, pago l'accesso solo venti corone. Nessuna pietà invece per i miei simpatici accompagnatori, per loro vale la tariffa piena, ottanta corone a testa.

E' dunque questa la seconda volta che pago il biglietto di ingresso a Capo Nord, estrema punta settentrionale della Norvegia, ultimo lembo di terra europea davanti al Polo Nord. Non è vero, ma non importa, l'aria è quella. Sono trascorsi sei anni dal primo viaggio. Due anni fa sono arrivato nuovamente a pochi chilometri da qui, ma poi ho deviato in volo verso le Svalbard.
Capo Nord è anche stato il mio primo Viaggio. Credo lo sia stato per molti.

Scendo dal camper e mi guardo intorno, mentre i giovani coniugi olandesi che mi hanno raccolto ad Honnigsvåg preparano il caffè. E' un pomeriggio splendido, soffia una lieve brezza, ma si può stare tranquillamente in maglietta.
La bimba olandese non ha ancora due anni, ma è già stata in Italia ed è arrivata fin quassù. Non so se abbia apprezzato la mia terra, certo è che Capo Nord proprio non le va giù e non manca di farlo notare immediatamente scoppiando in un pianto dirotto. Un piccolo orso portafortuna appeso al mio zaino attira inevitabilmente la sua attenzione e ciò sembra decisamente consolarla. Questo viaggio di colpo acquista molto più fascino anche per lei.
Il sole, indiscusso protagonista delle notti estive locali, è già piuttosto basso sull'orizzonte. E' la seconda settimana di agosto, troppo tardi per assistere al fenomeno del sole di mezzanotte. Ciò nonostante migliaia di persone continuano ad affluire nella radura circostante. Fra qualche ora inizierà il tramonto più spettacolare del mondo. E se dovessero arrivare le nuvole nessun problema, naturalmente. C'è il Supervideograph.

Il Supervideograph è un film a 180°, una sequenza di immagini grandangolari proiettate su quattro schermi dove sole, mare, renne e pescatori danno vita ad un mondo irreale a due dimensioni nel quale le quattro stagioni scorrono in un'ora e la neve lascia il posto ai primi fiori nello spazio di circa dieci minuti.
Il Supervideograph è un film con Capo Nord per protagonista, proiettato nel cinema sotterraneo che si trova nel sottosuolo più settentrionale d'Europa, all'ultimo piano del comprensorio multifunzionale costruito a venti metri di distanza dal mappamondo più famoso, o almeno più frequentato, del pianeta.
L'entrata al Supevideograph è gratuita. In realtà il prezzo del biglietto è già compreso nelle ottanta corone della tariffa di accesso a Capo Nord, attraverso la sbarra.

Per la terza volta ho compiuto il Viaggio, percorso migliaia di chilometri di niente e di nessuno, lasciandomi alle spalle il Circolo Polare Artico per attraversare foreste e laghi, e ancora laghi e foreste e montagne fino a Narvik, estremo terminale settentrionale ferroviario del continente, a quaranta ore di alberi e binari da Oslo.
A Narvik ci si può arrivare anche guidandosi la E6, la Strada, l'unica strada che conta, fiordo dopo fiordo, e sono duemila chilometri di coste, e gallerie, e villaggi di pescatori, e piccole spiagge. Se ci passi distrattamente, Narvik non lascerà alcuna traccia nei tuoi ricordi di viaggio. E' un villaggio qualunque, un capolinea ferroviario nero come il ferro che arriva qui dalla Svezia, un brutto paese sub-artico dove non vedi in giro un'anima dopo le sei del pomeriggio.
Se ci arrivi in treno, insieme a te, oltre al ferro, viaggeranno decine, centinaia di zaini ammucchiati provenienti da ogni angolo del globo, e lingue differenti, sacchi a pelo nei corridoi dei vagoni, panini raffermi e bottiglie di plastica vuote, tutti insieme lanciati verso un'unica meta. Capo Nord, il mito.

Sono dunque tornato a Narvik, per la terza volta ho ripercorso le quaranta ore di treno da Oslo, attraverso la Norvegia e la Svezia e poi ancora la Norvegia, e di nuovo la Lapponia mi ha riportato a sè. Come in tutti i viaggi veri, le distanze si misurano in giorni: Capo Nord è a due giorni da Narvik, che è a due giorni da Stoccolma e da Oslo.

Sul fiordo di Narvik, a circa tre chilometri dal paese, c'è un promontorio. Sul promontorio c'è un piccolo campeggio, dove ogni volta torno a piantare la tenda. Durante l'estate polare il minuscolo campeggio di Narvik è punteggiato da decine di igloo colorati mescolati fra camper di ogni provenienza.
Il campeggio è come un campo base. Si raccolgono informazioni sui prezzi del battello postale, dell'aereo, degli autobus. Si cercano compagni occasionali per dividere eventualmente la spesa del noleggio di un'auto. I giorni trascorrono preparandosi all'ultimo salto, l'ultima tappa del Viaggio verso Nord. Siamo circa duecento chilometri a nord del Circolo Polare, ma ne mancano ancora settecentotrenta all'appuntamento con il traguardo.
Chi arriva a Narvik in camper, lungo la E6, si incontra con i ragazzi degli zaini in cerca di un passaggio verso nord. Il rito si ripete sempre uguale, bussano alla porta del caravan e chiedono "andate o tornate ?". Esiste un'unica direzione a Narvik, indicata dalla E6. In su si va verso nord, corsia a monte, in giù si va a casa, corsia sul mare.
Si possono trascorerre le notti al campeggio - notti di luce, magiche notti estive polari - osservando la processione ininterrotta di camper lungo la E6. Se i fari spuntano a sud probabilmente si fermeranno al campeggio. Quelli che arrivano da nord hanno tutti la stessa scritta, "NORDKAPP", e la data della conquista.

Ho trascorso interminabili notti chiare sul promontorio di Narvik, seduto davanti al fornellino che riscalda il tè, chiacchierando con ragazzi olandesi e tedeschi, francesi e australiani, arrivati in treno, in nave, in motocicletta e in autostop, tutti con un'unica meta, quella sbarra. Anche se, quando arrivi la prima volta, ancora non sai che c'è una sbarra.

Non ho mai visto tramonti così belli come quelli a cui si assiste dal promontorio di Narvik, quel sole che fino all'ultimo credi di veder scendere, la luce radente sul fiordo, e quando ormai è quasi mezzanotte un veloce tuffo dietro le montagne per ricomparire pochi minuti dopo.
Non ci sono rumori di notte, il mare del fiordo è fermo, solo pochi camper che sfruttano la notte solare, o il trenino del ferro in lontananza che, verso l'alba, arriva dall'altra parte delle montagne.
Ci sono le piste da sci sulle montagne di Narvik, e scendono fino al mare. Mi chiedo se è un buon motivo per non tentare l'avventura di un bagno. Qualcuno lo fa, nella luce del tramonto, l'acqua è trasparente ed immobile. Immergo un piede, è fredda, molto fredda, ma non "gelata". La neve sulle vette di fronte a me mi guarda con malcelata ironia. Mah, meglio tornare al fornellino del tè.

E quindi in Viaggio, ancora. Risalgo la Lapponia, fiordo dopo fiordo, ed è una Lapponia che mostra segni di cambiamento. L'ho ormai attraversata in auto, l'ho vista dall'aereo, ho navigato lungo le sue coste, ho persino attraversato a piedi decine di chilometri di tundra a settanta gradi di latitudine. I pochi Lapponi che si incontrano lungo la strada vendono bamboline e guanti sotto tettoie di nylon, ed hanno la macchina parcheggiata dietro il banco. Quelli che non si vedono vivono ancora il loro nomadismo all'interno fra le montagne. I loro accampamenti sono segnati sulle cartine turistiche, ma i turisti sono incanalati lungo la E6, verso l'unica direzione che conta.
Appena ti allontani dalla strada scopri un altro mondo. Più ci si avvicina a Capo Nord e più la vegetazione scompare per lasciare il posto ad un terreno acquitrinoso, fangoso, muschioso e freddo. Le spiagge sono incontaminate, l'acqua è limpidissima. La Lapponia si scopre anche così, camminando a piedi lungo le rive dei fiordi.
I pescatori dei piccoli villaggi costieri parlano inglese. Qui tutti, a dire il vero, parlano inglese.

Un'esperienza del mio primo viaggio, una sera tardi, lungo la E6. Non si trovava un posto dove comprare qualcosa da mangiare. Sostiamo presso un villaggio e chiediamo ad un abitante se hanno del pesce da vendere. Esce in barca con i suoi amici, su una barca a remi, si allontanano qualche centinaio di metri. Tornano dopo mezz'ora e portano un sacco di plastica pieno. Salmoni. Tutto regalato. Improvvisiamo un fuoco sulla spiaggia e mangiamo sotto il solito cielo chiaro notturno. Poi si riparte, cambio alla guida e di nuovo verso nord.

Più Capo Nord si avvicina e più diventa impossibile capire con quale tempo ti accoglierà. La prima volta l'umidità condensava sotto la tenda anche all'ora di pranzo. Due anni fa, pochi chilometri più a sud, nevicava ad agosto. Quest'anno ho portato il piumino ed il Goretex. A Narvik la gente faceva il bagno, ad Hammerfest prendevano il sole.

Poi la strada diventa piatta, la vegetazione scompare del tutto. Settecento chilometri più in su di Narvik finisce il mondo. Quello di terraferma. Il traghetto carica ogni ora migliaia di auto, motociclette, camper, autobus e ragazzi a piedi con lo zaino. Dall'altra parte dello stretto si trova l'isola Magerøya, la cui estremità settentrionale è costituita da Capo Nord. Arrivare sull'isola con i piccoli aerei da turismo è comunque un'esperienza che vale la pena di provare.
Il traghetto sbarca tutti a Honnigsvåg, sulla costa meridionale. Il villaggio è protetto da barriere antivalanga ed è attraversato da un'unica via, dal nome inequivocabile, "Nordkappsgate". L'autobus per Capo Nord costa una fortuna, così mi piazzo sotto il cartello appena fuori dal paese:"Nordkapp 36 km."

Fin qui tutto come ai vecchi tempi, solo che allora avevo attraversato l'isola a piedi, dodici ore di cammino sotto la neve. Certe cose si fanno solo una volta nella vita.
Espongo il pollice. Ed ecco il camper olandese, con a bordo la bimba giramondo.

Gli ultimi chilometri non sono ancora asfaltati, ma è questione di tempo. Viaggiatore, qui la strada sta per finire. Invero qui finiscono tutte le strade del mondo. Quello che non sai è che finiscono con un casello, e con una sbarra che chiude l'accesso.

La sbarra c'è sempre stata, c'era anche la prima volta che sono venuto, a dividere i cinquemila chilometri alle mie spalle dagli ultimi cento metri. Anche allora avevo pagato il pedaggio, ero arrivato a piedi, ma il casellante non ebbe ugualmente pietà. Bagnato di neve e stanco sborsai le mie ottanta corone.
C'era allora, oltre la sbarra, il nulla. Un vecchio ufficio postale, un piccolo rifugio ed una bancarella di souvenir. O forse è questo che è rimasto registrato fra i miei ricordi. C'erano dei lapponi veri, quelli con la tenda di pelle di renna. Avevo scritto cento cartoline e bevuto un tè caldo al rifugio per fare riposare le gambe.
Contro l'orizzonte, a picco sul mare, un grande mappamondo di ferro. Il sole era nascosto dalla pioggia, ma la fortuna non abbandonò le poche decine di viaggiatori giunti da tutto il mondo. Ad un tratto, verso le due del mattino, le nuvole si aprirono a nord. Balzammo tutti fuori dal rifugio abbandonando gli zaini ammucchiati negli angoli, le macchine fotografiche al collo ed i piumini ben allacciati. Eravamo forse cento a vedere il sole più bello del mondo. Risplendeva in piena notte, incurante del freddo e delle leggi che alle nostre latitudini governano l'ascesa degli astri nel cielo notturno, e ben presto dimenticai la manciata di corone lasciate all'uomo della sbarra.
Quando ripartii portai con me un pezzo di carta preso all'ufficio postale, un timbro e la scritta "Sono stato a Capo Nord".

Il pezzo di carta, adesso, lo ritrovo in vendita in quindici lingue. Quest'anno il sole non è stato un problema, ed eravamo forse diecimila. Centinaia di camper allineati fronte al sole e l'altoparlante che scandisce in quattro lingue i ritmi della festa.
Il nuovo impianto sotterraneo può accogliere turisti a migliaia e si può osservare il sole al riparo dal freddo. E se il sole non c'è, nessun problema. C'è il Supervideograph che lo mostra in tutte le stagioni.

Una guida mi dice: "Tutto questo era necessario, non era possibile portare migliaia di turisti fino qua senza offrire un po' di assistenza e comfort".
Può darsi che sia vero. Aspetto nuovamente le due di notte. Lo spettacolo è finito, tutti tornano a casa e rimaniamo in pochi sotto il mappamondo a guardare il mare verso nord.

Mi hanno detto che stanno per costruire un motel. Mi chiedo se resisterà il Mito a guardarlo dalle finestre di un albergo.


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