Orizzontintorno Carlo Paschetto
Logo orizzontintorno Carlo Paschetto


Sudafrica e Namibia (1998)
seimila chilometri da Cape Town all'Etosha
Raccontare il deserto non è mai facile e giustificare il mal d’Africa, a chi l’Africa non la conosce, ancora meno. Se questo è vero, raccontare il Namib è impossibile.

Il deserto rosso del Namib copre una fascia di qualche centinaio di chilometri lungo la costa atlantica dell’Africa meridionale ed è noto, oltre che per la sua straordinaria bellezza, per avere le dune più alte del mondo, alcune delle quali alte oltre trecento metri. Non a caso, un maestro di sci francese ha qui inventato lo sci sulla sabbia, ed alcune zone fra le più accessibili sono in breve diventate meta di sciatori e snow-boarder provenienti da tutto il mondo a caccia di nuove emozioni.

La Namibia peraltro è anche terra di grandi contrasti e caratterizzata da una natura fra le più selvagge del pianeta. Tra le meraviglie che racchiude, il Fish River Canyon, che compete quanto a dimensioni con il Grand Canyon americano ed è uno dei più grandi del mondo; l’Etosha National Park, il più grande d’Africa dopo Serengeti e N’goro N’goro in Tanzania, habitat naturale di tutte le specie faunistiche presenti in Africa; il Kaokoland, regione quasi inaccessibile e terra di tribù indigene nomadi e degli elefanti del deserto; la Skeleton Coast, spettrale costa sull’Atlantico, a ridosso del deserto, caratterizzata da nebbie perenni e costellata di relitti di navi di tutte le epoche; e infine la parte occidentale del Kalahari, il famoso deserto che si estende in gran parte nella vicina Botswana.

Non so se sia vero ciò che ho letto da più parti, che la Namibia sia il viaggio più bello del mondo. Per me, ad oggi, lo è stato. E di mondo ne ho girato.

Rocsta Jeep

La osserviamo con attenzione, sebbene, a dire il vero, nessuno di noi abbia la minima idea di come si possa valutare l’affidabilità o meno di un fuoristrada. E’ la prima volta che ciascun componente del nostro improvvisato equipaggio si trova faccia a faccia con una vera jeep.
La nostra Asia Motors Rocsta Jeep 4x4 è rossa metallizzata. Consuma benzina verde, e questo particolare, a prima vista, potrebbe sembrare un inutile dettaglio. A noi lo sembra infatti. Ma siamo a Città del Capo, Sudafrica, e ci attendono 6000 chilometri di deserti, sabbie, savana e chissà che altro. Nessuno di noi comunque presta attenzione a questo "piccolo particolare". Ma forse è meglio fare un passo indietro.

Ho studiato questo viaggio per almeno due anni. Uno dei due se ne è andato alla ricerca di qualche sventurato che si aggregasse a me per dividere le spese di noleggio di un fuoristrada. Non so se avete idea di cosa può costare noleggiare una Land Rover in Sudafrica, usarla per migliaia di chilometri e abbandonarla da qualche parte in Namibia – drop off internazionale è il termine tecnico – lasciando alla vostra agenzia l’ingrato compito di venire a riprendersela.

Da quando ho l’abbonamento a Internet utilizzo la rete soprattutto per cacciarmi nei guai. Questa è una di quelle volte, direi la meglio riuscita. Funziona così: si entra in un motore di ricerca qualunque, si utilizzano le seguenti parole chiave, "Namibia, Sudafrica, rent a car, 4x4". Uno dei risultati è "Adventure Unlimited ltd., enjoy Africa with your Rocsta Jeep 4x4!".
Credo che chiunque dovrebbe diffidare di un’agenzia di noleggio fuoristrada che si chiama "Adventure Unlimited ltd.". Ci scambiamo un po’ di posta elettronica, mi mandano anche una foto della loro Rocsta Jeep 4x4, sembra molto bella, costa la metà di un Land Rover e il gioco è fatto. Invio il mio numero di carta credito e loro mi garantiscono la consegna a Cape Town, direttamente al nostro hotel, giurando che verranno a riprendersela un mese dopo a Windhoeck, Namibia, senza alcun costo aggiuntivo. Non potevamo desiderare niente di meglio.

Dimezzati i costi, il problema dell’equipaggio si risolve rapidamente. Quattro persone, tre giovani manager di tipiche società americane trapiantate in Italia, fra cui il sottoscritto, ed una sfortunata ragazza neo-assunta. Danilo sostiene fin dall’inizio che questo lavoro è mal dimensionato. Una sola persona per cambiare le ruote, una sola persona per andare a prendere l’acqua ai pozzi, una sola persona per montare di guardia la notte, ecc.
Ovviamente la persona in questione è la giovane neo-assunta. I manager fanno parte del "Consiglio Organizzativo".

Nel parcheggio dell’hotel di Cape Town, dunque, il Consiglio Organizzativo e la giovane neo-assunta si trovano riuniti davanti alla loro Rocsta Jeep 4x4 rossa metallizzata che è stata appena consegnata loro. Luca gira perplesso intorno alla macchina, riuscendo ad assumere un’espressione tipica di chi ha guidato milioni di chilometri di deserto e di jeep ne ha viste, oh se ne ha viste!… "Cosa sono questi?" chiede all’uomo incaricato della consegna, indicando gli strani mozzi montati sulle ruote e tradendo così la nostra assoluta ignoranza in materia di fuoristrada.
Danilo corre in soccorso, "ma dai, sono i…. i…, i cosi insomma, quelli che servono a quelle cose...". La situazione è già catastrofica, e siamo solo all’inizio. La macchina sembra in perfette condizioni, e quindi il Comitato Organizzativo ritiene per questa volta di poter evitare alla giovane neo-assunta l’onere di passare la cera sulla carrozzeria. La giovane neo-assunta ringrazia e con un sorriso manda il Comitato Organizzativo in quel posto che probabilmente si trova, appunto, in centro al deserto del Namib.
A Danilo scappa anche – ma sottovoce – "Rocsta Jeep? Asia Motors? Ma che roba è, io non l’ho mai sentita, ma dove la fabbricano?"

Il primo ostacolo è costituito dal fatto che la Rocsta (cilindrata 1200, velocità massima 100 km/h (trainata), quattro posti secchi e stretti, nessun bagagliaio, portapacchi, spessore lamiere circa un millimetro) ha la guida a destra. Certo, perché in Sudafrica si guida a destra. Ovviamente nessuno di noi ha mai guidato a destra, e meno che meno un fuoristrada dotato di due leve del cambio, una normale ed una per le ridotte, entrambe da manovrarsi con la mano sinistra. Che non sarebbe un problema – ci si abitua rapidamente – se non fosse che ogni volta che bisogna inserire la quarta automaticamente viene spontaneo inserire la prima, e sulla Rocsta questa manovra è stranamente possibile, consentendo di distruggere le bielle del motore con rapidità impressionante.

Terminato l’esame esterno della Rocsta, non resta dunque che provarla. Luca è il primo a offrirsi volontario per lanciarsi nelle vie trafficate di Cape Town e far percorrere i primi chilometri al nostro splendido 4x4 del quale non possiamo che innamorarci a prima vista, anche se ogni dieci minuti qualcuno di noi esclama sottovoce "Rocsta Jeep? Asia Motors? Ma che roba è?".

Così Luca esce dal parcheggio, con a bordo l’equipaggio al completo, già inscatolato come sardine dentro la strettissima e piccolissima Rocsta (e i bagagli dove li caricheremo? Ah, già, c’è anche il portapacchi, sob…"). Luca esce, e… infila il viale principale di Cape Town contro mano. La guida a destra, eccheccavolo Luca!

Sopravvissuti, l’alba del mattino seguente ci vede caricare circa cento chili di materiale sul tetto della Rocsta, tutto l’occorrente per lanciarci alla volta della Namibia e traversare il deserto del Namib fino alla savana settentrionale ed ai confini con l’Angola.
Prima di partire, viene a salutarci il portiere dell’albergo. Ci guarda e dice, "Rocsta Jeep? Asia Motors? What fucking hell is it?"…e, sinistramente, aggiunge "Green petrol? You will not find green petrol in Namibia"… Benzina verde? Non esiste benzina verde in Namibia…

Tre uomini, una donna, due taniche e lo Svizzero

L’uomo si differenzia dagli animali perché ha inventato "lo Svizzero". Chi ne possiede uno ne è di solito gelosissimo, chi non ce l’ha lo sogna da anni. Possibilmente non uno Svizzero qualunque, ma di quelli che costano quanto un soggiorno a Zermatt di una settimana, dotato di ogni ben di dio immaginabile e non.

"Lo Svizzero" è naturalmente il tipico coltellino multilama rosso con lo scudocrociato bianco, prodotto nazionale dei nostri ricchi cugini svizzeri. O meglio, io l’ho sempre chiamato il coltellino svizzero, la dizione "lo Svizzero" l’ho imparata da Danilo. Osservo il suo Svizzero con malcelata invidia. Il mio (non sapevo di possedere un oggetto così ambito e aristocratico) è rimasto nel bagaglio scomparso durante il volo Milano-Bruxelles-Johannesburg-Città del Capo.

Uno Svizzero in Namibia serve a molte cose. E curiosamente, ogni volta che si verifica un evento maligno a bordo di una Rocsta Jeep in viaggio attraverso l’Africa (rottura di parti meccaniche, difficoltà di apertura barattoli, sbucciamento vegetali, inceppamenti macchine fotografiche, e mille altre opportunità) qualcuno esclama "proviamo con lo Svizzero!". E funziona, non c’è che dire.
E’ chiaro che all’interno dell’equipaggio Danilo ha un ruolo di primo piano, conquistato proprio grazie alla sfacciata fortuna di possedere un vero Svizzero. A nulla vale il mio misero tentativo di farmi riconoscere come ex possessore di uno Svizzero analogo.

Ho amato molto Danilo. Del resto, che dire di uno mai conosciuto prima, che ti viene presentato all’aeroporto cinque minuti prima di partire e che, dal suo bagaglio di dimensioni straordinariamente ridotte, è capace di tirarti fuori:

- un passamontagna;
- un piumino d’oca;
- una tuta mimetica militare completa che deve avere visto almeno tre guerre;
- guanti da sub;
- maschera e boccaglio;
- macchina fotografica;
- costume da bagno a fiori;
- scarponi da ghiaccio;
- bussola;
- pila frontale;
- venti metri di corda;
- bomboletta di gas (senza fornello);
- una copia di Topolino (già letta);
- carte da gioco;
- uno Svizzero;

e prima che qualcuno scoppi a ridere ti guarda serissimo e ti dice "Luca mi ha chiesto tre giorni fa se volevo venire in Namibia, io ho fatto i bagagli ed eccomi qua, maccheccazzo ne so di dov’è la Namibia! Potrebbe esserci il mare, la montagna, potrebbe essere estate o inverno, magari c’è una guerra, e comunque uno Svizzero serve sempre".
Manager così non ne fanno più secondo me.

Luca è esattamente all’opposto. Ci conosciamo da tempo, abbiamo lavorato a lungo insieme. Lui è un tipo preciso, pignolo all’inverosimile, ordinato, puntuale. Esattamente il contrario di me e di tutto ciò che è necessario in Namibia. Per questo l’ho voluto con me. Mi dà un senso di sicurezza sapere che c’è qualcuno che "ci pensa lui". A qualunque cosa si debba pensare. E poi gli voglio bene e lo stimo molto.

Magda è la neo-assunta. Ci siamo conosciuti una sera in un locale di Roma dove ci trovavamo entrambi per lavoro. Io le ho detto "l’estate prossima vado in Namibia". Lei ha risposto "straordinario, piacerebbe venire anche a me, hai posto?". Posto ne avevo, fino a quel momento mi avevano risposto tutte "ma sei scemo?". E, diciamolo, un equipaggio di soli uomini è sempre un equipaggio sfigato. Anche se qualcuno sostiene che le donne a bordo portano sfortuna.

Da parte mia, ci ho messo l’idea, l’organizzazione generale e, naturalmente, ho trovato la Rocsta. A volte ho il sospetto che Danilo non me l’abbia ancora perdonata. Ma alla fine l’ho sentito ammettere che non farebbe mai più alcun viaggio senza una Rocsta Jeep.

All’appello si contano anche due taniche. Inevitabilmente legate sul tetto. A Cape Town le abbiamo riempite con cinquanta litri di benzina verde. La Rocsta ha la spiacevole abitudine di fare circa sei chilometri con un litro. Considerato il pieno, trenta litri – serbatoio standard Rocsta Jeep 4x4 - alla partenza abbiamo davanti ben quattrocentoottanta chilometri di autonomia. Osserviamo i roadmap del Sudafrica e della Namibia. Ci sono i distributori segnati. Appunto. Osserviamo preoccupati – molto preoccupati – i roadmap. Taniche del resto non ce ne starebbero altre sul tetto.
Danilo, sottovoce, dice, " ma perché non abbiamo preso una Land Rover?". Deve avere qualche premonizione del fatto che sarà lui ad essere definitivamente incaricato dei rifornimenti, quei riti nei quali si aspira la benzina dalla tanica utilizzando un tubo di gomma, se ne beve metà, e l’altra metà si travasa nel serbatoio.

Ricordando il sinistro monito del portiere del nostro albergo, io faccio i voti al santo protettore della benzina verde, Luca si immerge in un monologo dal titolo "Benzina verde? Quali alternative e quali inconvenienti?" che ammazza immediatamente lo spirito goliardico dell’equipaggio. Danilo, mettendo a posto la mimetica, sentenzia fra sè e sè, "tanto ’sto rottame va anche a paraffina e birra".
Magda non conosce la differenza fra la benzina verde e il resto dei carburanti noti al genere umano, per cui scatta fotografie alla Rocsta.

E chiaramente, a ormai cento chilometri da Cape Town, rapiti dal paesaggio atlantico sudafricano, sbucciando arance e iniziando a demolire metodicamente la nostra Rocsta Jeep, a qualcuno viene in mente: "Ma dove sono il cric e i ferri per smontare le ruote?"

Sabbia, nebbia e diamanti

La frontiera fra Sudafrica e Namibia, segnata dal Fish River Canyon è ormai alle nostre spalle, e con lei anche il nostro primo bivacco sotto lo straordinario cielo notturno australe e il nostro primo pieno… Per il momento abbiamo adottato la tattica di miscelare benzina verde con benzina rossa trovata lungo la strada. Ma le taniche di verde sono ormai esaurite. A parte qualche curioso rumore comunque, la Rocsta procede incurante di tutto ciò che buttiamo nelle viscere del suo motore.

E siamo sulla sabbia da due giorni. Sabbia mista a sterrato, sterrato misto ad arbusti. La sabbia ha iniziato ad invadere ogni angolo della Rocsta, a poco valgono i tentativi di fasciare il bagaglio nel nylon.
Abbiamo avuto solo qualche problema il primo giorno a spiegare ai babbuini del Capo di Buona Speranza che dovevano lasciarci la Rocsta. L’avevano trovata particolarmente comoda, loro. Non so a quanti è noto che un babbuino in piedi può quasi affrontare un corpo a corpo con un essere umano per difendere il suo territorio – soprattutto se è una Rocsta rossa. E non si tira certo indietro.
Da segnalare anche che siamo stati oggetto di visita da parte di un nutrito gruppo di pinguini in gita turistica domenicale. Li abbiamo cercati un intero pomeriggio sulle spiagge atlantiche sudafricane, prima di girarci e scoprire che ci stavano seguendo in fila indiana da un pezzo. Non so se ci abbiano scattato delle fotografie da mostrare ai parenti.

L’ingresso nel Namib è stato mozzafiato. Il colpo d’occhio sull’orizzonte infinito ci ha lasciati senza parole, finché Danilo non ha detto "Dov’è l’edicola più vicina, ho finito Topolino"
Ci siamo fermati in un punto lungo la strada, un punto qualunque. E abbiamo aspettato il tramonto, ognuno allontanandosi dalla macchina e dagli altri, nel deserto, ognuno verso un suo punto immaginario. Ciascuno di noi si è seduto nel suo punto in mezzo al deserto, lontano dagli altri e da tutto. Silenzio assoluto. E abbiamo aspettato che il sole scomparisse sull’orizzonte. E che il deserto, a poco a poco, passasse dal bianco, al giallo, all’arancione intenso, al rosso, al viola fino al raggio verde sulla linea dell’orizzonte e infine al blu.
"Lo trasmettono anche domani?". Danilo.

E poi ci siamo avviati verso Lüderitz, sulla costa. E’ buio. La radio (sì, la Rocsta è anche dotata di radio e mangia nastri!) trasmette "Orzowey", che non so se avete presente… Quindi nebbia. E freddo. Nebbia e freddo, e siamo in mezzo al Namib. E sabbia sulla strada, nebbia, buio, freddo e sabbia. Credevo fosse una leggenda, invece è vero, la costa Namibiana è perennemente immersa nella nebbia. Non si vede un tubo.

Con qualche difficoltà riusciamo ad arrivare a Lüderitz. Che è un po’ come arrivare in Baviera, con la nebbia. Lüderitz è un’ex colonia tedesca, ed è proprio così, un piccolo angolo di Germania trapiantato in fondo all’Africa. Da non credersi. C’è anche qualche birreria in stile tirolese, si possono mangiare wursterl e crauti, e naturalmente si trova anche la Sacher Tort. Vedere per credere.
Per il resto il posto è spettrale, completamente avvolto dalla nebbia, dal freddo, da un’umidità che ti entra nelle ossa immediatamente. E l’aria è permeata dalla sabbia in sospensione e dalla sinistra sirena del faro che rompe il silenzio notturno. E’ qui che è nata la leggenda dell’olandese volante, il pirata fantasma che vola nella nebbia con il suo vascello. Non ho dubbi sul fatto che, se esiste davvero, abiti qua. Anzi, non ho proprio dubbi che esista davero.
Sulle scogliere sotto il faro centinaia di foche sfidano il clima inclemente, il vento e la nebbia. Siamo in Africa, nel deserto. Ma tutto ciò non è un miraggio, è Namibia.

Dormiamo avvolti da tre piumini ciascuno, in uno straordinario hotel nel centro del paese. E il giorno dopo una visita alla città fantasma, abbandonata nel deserto, costruita alla fine del secolo scorso nei pressi di un vecchio impianto di estrazione dei diamanti.
Il Namib è una miniera inesauribile di diamanti, estesa per centinaia di chilometri fra il Sudafrica e la Namibia. Le compagnie internazionali che detengono il monopolio dell’estrazione hanno delimitato una regione di deserto grande come la Lombardia e l’hanno dichiarata "zona proibita". Impossibile accedervi, l’intero territorio è controllato da un esercito privato che spara a vista a chiunque provi ad entrare all’interno. Sulle mappe la zona proibita è ben delimitata, e Lüderitz si trova nell’unico corridoio di accesso al mare che attraversa questa zona.
Una guida locale ci racconta che il Namib viene considerato praticamente inesauribile. La quantità di diamanti oggi estratta, che fa della Namibia il primo paese al mondo produttore, è in realtà molto al di sotto delle reali possibilità di sfruttamento. Ma è necessario limitare la produzione per mantenere il mercato calmierato e non fare precipitare i prezzi.
In realtà il Namib è ricco di decine di elementi naturali, e qui vengono estratte pietre più o meno preziose in quantità industriali. Le stesse pietre che poi si acquistano sui mercati sudafricani a prezzi assolutamente convenienti rispetto a quanto sia possibile trovarle sui mercati del resto del mondo.

Consapevoli che con un diamante del Namib potremmo permetterci una vera Land Rover, ci facciamo guidare all’interno delle città fantasma nel deserto, che sorgono vicino a giacimenti ormai sfruttati. I luoghi sono assolutamente spettrali, le storie che circolano riguardo alla vita d’inferno che hanno condotto, e che ancora oggi conducono, i lavoratori nelle miniere ed ai controlli al limite della ragione umana ai quali sono sottoposti per verificare che non accadono furti, hanno il sapore della leggenda ma sono una realtà respirabile direttamente in questi luoghi.

(Continua...)

orizzontintorno Carlo Paschetto orizzontintorno Carlo Paschetto orizzontintorno Carlo Paschetto orizzontintorno Carlo Paschetto
Copyright 2003-2017 Orizzontintorno   |   P. IVA 09609460960   |   Informazioni   |   info [at] orizzontintorno.com

Tutti i diritti riservati. I contenuti di questo sito sono licenziati Creative Commons Copyright. Orizzontintorno è un sito web di proprietà di Carlo Paschetto e non è da considerarsi in alcun modo una testata giornalistica in quanto non prevede periodicità nell'aggiornamento. Il titolare non si assume alcuna responsabilità per quanto pubblicato all'interno dei commenti del blog.

logo