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Panama City, 2 maggio 2011
Continuo a lasciare indietro il log delle Hawaii e nel frattempo mi addentro dentro Panama City (che poi, sappiatelo se non lo sapete, Panama è Panamà, con l'accento) (io, per dire, non lo sapevo).
Nel senso: non è che con Panama, o Panamà che dir si voglia, le cose mi vadano meglio. Perché voi state per alzarvi e far colazione, ma qui è notte fonda, sto scrivendo con gli occhi ormai chiusi, domani mattina devo far su i bagagli e vi lascio immaginare il casino in giro per la camera, e di scrivere, per non parlar di mettermi a far selezione fra qualche centinaio di foto, potete ben capire voglia che possa avere.
E' che Panamà (o Panama, eccetera) di tempo ne richiederebbe assai. Ché un conto è il canale, un conto sono i grattacieli ed un conto è poi quel che c'è in mezzo, di tangibile ed intangibile, di vie, palazzi (palazzi?) ed umanità varia, che è tutta un'altra storia.
Una storia molto centro-sudamericana, un ritorno ad emozioni di venti e più anni fa - da tanto manco da quaggiù. Ci sono suoni, colori, musica che nulla c'entrano con il resto della rotta attorno al mondo che fin qui m'ha portato. C'è il caldo umido, che non è quello del sudest asiatico, ché la brezza pacifica (o atlantica, se siete sessanta chilometri più a nord) a queste latitudini un po' aiuta, anche se il sole quasi equatoriale a mezzogiorno ti cuoce come in un grill, E' un caldo questo che tutto rallenta e avvolge, e in effetti, mentre lo scrivo, mi rendo conto che è strano, anzi, è giusto che sia così, perché è esattamente questo che il caldo umido dovrebbe fare, rallentare, e allora come mai dall'altra parte del Pacifico, dove picchia altrettanto e talvolta ben di più, al contrario tutto scorre così veloce e frenetico, che tu sia a Tokyo, a Bangkok, a Singapore?
E' che comunque, a Panama o Panamà, di andare ai cocktails con la pistola/non ne posso più/piña colada o coca cola/non ne posso più./Di trafficanti e rifugiati/ne ho già piena la vita/oh maledetta traversata/non sarà mai finita...
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