Orizzontintorno Carlo Paschetto
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Western Balkans (2013)
mille e uno tornanti fra avanzi di guerre recenti
22 agosto 2013

Poi, dopo un passaggio di frontiera piuttosto anonimo, caratterizzato solo dalla presenza di (pochi) militari della KFOR addetti al controllo dei passaporti e da un confine di Stato appena inventato, che di fatto ancora non c'è, sul quale sventola innanzitutto una enorme bandiera albanese e solo poi una più piccola kossovara, dove nemmeno ti timbrano il passaporto perché tanto sei italiano e dove scopri che la carta verde albanese che hai fatto alla frontiera macedone ancora vale, anche qui; dopo una breve sosta a un bancomat, appena varcata la frontiera, giusto il tempo di renderti conto che distribuisce euro e di rimanere contemporaneamente e conseguentemente sorpreso e deluso, e poi incazzato, perché per ritirare 50 euro, valuta che avevi già abbondantemente in tasca, ne hai pagati due di commissione per prelievo estero; dopo cartelli stradali rotondi e gialli per indirizzare il traffico dei blindati, che lipperlì ti sembran più una curiosità da fotografare che altro e che noti essere solo in presenza di ponti, tutti nuovissimi - i ponti; dopo altri cartelli gialli che riportano frecce direzionali e figure di animali, fra cui un leone, sul cui significato ti interroghi smarrito, finché qualcuno su internet non ti spiega che si tratta della simbologia usata dalla NATO per catalogare le strade in presenza di problemi (politici, etnici) nell'uso di un determinato alfabeto (uhm, cirillico o latino?), per cui oggi hai guidato lungo la route Hawk, poi Lion e infine Duck; dopo chilometri e chilometri di strada tutto sommato scorrevole, certo più che in Albania, circondato da bandiere albanesi, solo albanesi, sorpassato da auto che sventolano bandiere albanesi, attraverso paesini interamente ricostruiti a nuovo e colorati da dozzine di bandiere rosse dell'Albania, che attraversi con la tua macchina targata Albania, tutto sommato felice di esibire una targa albanese; dopo un mausoleo dedicato ai caduti albanesi dell'UCK, che ti fermi a fotografare, all'ingresso di un canyon, lungo una strada che entra poi in una foresta completamente deserta e vergine; dopo almeno un'ora così, appena un po' inquietato dal mausoleo dell'UCK, all'improvviso, dietro una curva, un cimitero.
In mezzo al quale sventola una bandiera serba.

Cento metri più avanti una casa. Sulla quale sventola una bandiera serba.
Altri cento metri e le bandiere serbe diventano parecchie e le case sulle quali sventolano anche.
Poi gente, tanta gente all'improvviso. E non sono albanesi, lo vedi immediatamente, perché le donne sono bionde ed esili, e gli uomini sono muscolosi, rasati e indossano mimetiche nere.
E una scritta su un muro: "Il Kosovo è albanese". Solo che albanese è stato cancellato e sotto è stato scritto, marcato bene, SERBO.
E i cartelli e le insegne, che fino a un chilometro fa erano tutti scritti in alfabeto latino, all'improvviso sono tutti in cirillico e le scritte in alfabeto latino sono state tutte cancellate.
E le moschee, e i minareti. Che sono scomparsi e qua e là spuntano invece piccole cupole con croci ortodosse, sulle quali sventolano, ancora, bandiere serbe.
E, proprio in quel preciso momento, un camioncino davanti a te rallenta e quasi ferma la tua macchina, in mezzo alla folla.
Ed è in quel preciso istante, mentre ancora stai cercando di capire cosa è successo e come sia potuto cambiarti l'universo tutto attorno così all'improvviso, che ti ricordi di quel particolare: che hai la targa albanese.
E sei l'unico.
Giusto un secondo prima di realizzare che attorno, dal nulla, per le strade, si sono materializzati quei militari della KFOR la cui presenza fino a pochi minuti prima sembrava completamente fantasma.

E un brutto, brutto brivido ti corre lungo la schiena, mentre in macchina cala il gelo e state entrambi in silenzio, col fiato sospeso, tu e la tua socia, aspettando che quel maledetto camioncino si levi dai coglioni per potersi togliere il più rapidamente possibile da questa accidenti di situazione imprevista, chiedendovi allo stesso tempo se non sia il caso di invertire velocemente il senso di marcia e riprendere la direzione dalla quale siete appena arrivati, puntando diretti Pristina e lasciando perdere questa deviazione che ti sei inventato per raggiungere Prizren.

Poi, così come sono apparse, le bandiere serbe scompaiono e di colpo sono solo albanesi. E di nuovo moschee. E cimiteri mussulmani.
Finché a Prizren, finalmente, non arrivi e ti ricordi perfettamente come fosse oggi di Mostar, dieci anni fa quasi. Ti fermi a pranzo e ti chiedi chi abbia ammazzato, stuprato, sgozzato, solo cinque anni fa, l'uomo che ti sta servendo al tavolo, mentre centinaia di turisti vagabondano davanti a te lungo la nuovissima passeggiata sul fiume.

Due ore dopo sei nel tuo nuovissimo hotel di Pristina, insieme a funzionari ONU e ingegneri civili e volontari di qualche NGO, con la doccia a pioggia e il WiFi in camera e no, Pristina non è affatto come te l'aspettavi e davi per scontato che fosse: non è come Sarajevo, né come Beirut, né come Phnom Penh, né tanto meno come Stepanakert. Non c'è nulla di ciò.

C'è un viale alberato nuovo di zecca che sembra il lungomare di Morro Jable a Fuerteventura.
Ci sono grattacieli di cristallo in costruzione, il nuovo negozio di Benetton che probabilmente è stato ricavato da una vecchia chiesetta ortodossa rasa al suolo e che annuncia una imminente prossima apertura, e venditori ambulanti di AK47 di plastica mescolati a giovani americani in gita scolastica, e delegazioni diplomatiche di ogni gradazione di biondo e pelle bianca.
Ci sono ragazze altissime e magrissime in hot pants.
Ci sono molti SUV neri con targhe estere e molti, moltissimi, infiniti lavori in corso, cantieri stradali ed edili, per cui è tutto polvere, cemento, sabbia e traffico di ruspe.
Ci sono statue, nuove, e fontane, nuove.
Ci sono pub, caffè, bar, ristoranti, una teoria interminabile di nuovissimi locali che espongono menù prezzati in euro, serviti da cameriere che parlano inglese, affollatissimi di giovani neoeuropei arricchiti grazie a business e traffici che i padri tessono e intrecciano con vecchi cacciatori d'affari della confinante Europa e ragazzi poliglotti laureati in qualche facoltà di economia o ingegneria in occidente.

E, cento metri più in là, e attorno ovunque, per qualche chilometro quadrato, quartieri di orrore come le vele di Scampia, identici, estesi fino all'orizzonte, il cui degrado e la cui disumanità ti entrano e ti devastano le narici molto prima che gli occhi, mescolati qua e là, a macchia di leopardo, con condomini nuovi di zecca e coloratissimi, in un caos percettivo e sensoriale unico che non ha soluzione di continuità alcuna.
E bambini, molti bambini per strada, stracciati e scalzi, che rovistano nei bidoni della spazzatura e che sono figli, ormai, solo della guerra.
Che la senti che non è affatto finita.
Che lo sai che è ancora, proprio ora mentre scrivi, solo trenta chilometri a nord di te, anche se, a differenza di Sarajevo, e Mostar, e Beirut, e Stepanakert, i fori di proiettile sui muri li hai visti solo su una casa rurale abbandonata in campagna e non c'è ombra attorno dei palazzi sventrati dai bombardamenti di pochi anni fa.
Ché i giovani ingegneri biondi sono già passati a scopare via tutto, perlomeno le macerie.

Che poi, se ti guardi intorno e vedi quello per cui si menano, quell'accidenti di nulla geografico che può valere una pulizia etnica, la follia umana, proprio.

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